Memoria e Futuro

Ora e sempre resistenza

di Marco Di Salvo 12 Agosto 2026

Tra qualche settimana — il 3 o il 4 settembre, a seconda di chi conta — il governo Meloni diventerà l’esecutivo più longevo della storia repubblicana, superando i 1412 giorni del Berlusconi II. Fratelli d’Italia ha già organizzato un evento a Bari per festeggiare, anche se a maggio, superato Craxi, la premier aveva scritto di non voler vivere il traguardo come una festa ma come una responsabilità: evidentemente la responsabilità si può ugualmente celebrare con un comizio. In questi stessi giorni di agosto i giornali, in mancanza di meglio, scoprono che Elly Schlein è già la segretaria più longeva nella storia del Pd, e mettono in confronto le due durate record.

«La durata è la forma delle cose», diceva spesso, soprattutto negli ultimi anni, Marco Pannella. Vale la pena ricordare da dove viene, perché Pannella non se l’era inventata: la citava da Bergson, per cui la durata — la durée — è il carattere stesso della coscienza, il modo in cui il presente vive tenendo dentro di sé la memoria del passato e l’attesa del futuro. Non è un cronometro, è un accumulo qualitativo. Ed è qui che lo slogan si rivolta contro chi oggi lo maneggia come un trofeo: per Bergson la durata non è resistere fermi, è trasformarsi restando sé stessi. Un sasso che sta fermo per 1400 giorni non ha durata in questo senso, ha solo permanenza.

Il problema di Meloni e Schlein non è la lunghezza dei mandati, è che la lunghezza viene esibita come se bastasse da sola a produrre forma.

In Italia, per giunta, l’esperienza dice il contrario. Il governo che nel dopoguerra ha cambiato più cose in meno tempo è stato il Fanfani IV, sedici mesi scarsi tra il 1962 e il 1963, senza un solo ministro socialista dentro, solo l’astensione esterna del Psi: nazionalizzò l’energia elettrica, creò la scuola media unica, portò l’obbligo a quattordici anni. Sedici mesi hanno avuto più forma di millequattrocento giorni.

Alla domanda se in questi anni di resistenza ci sia stata anche una durata vera — qualcosa che duri oltre la resistenza — bisogna rispondere separatamente per i due. Della riforma che avrebbe potuto dare a Meloni una forma vera, la separazione delle carriere, il referendum di marzo ha già detto no; il premierato, che la premier stessa chiama «la madre di tutte le riforme», è fermo in commissione alla Camera dal luglio 2024, e persino Conte, da avversario, lo ha liquidato come «zero riforme». Resta l’autonomia differenziata, approvata ma ancora senza i decreti attuativi: una cosa reale, ma non ancora una forma compiuta. Di Schlein, quello che potrebbe restare non è un provvedimento (ovviamente, essendo all’opposizione) ma una struttura: rivendica di aver ricostruito un campo largo che nel 2022 non esisteva più, e di aver consolidato il consenso del partito, portandolo dal record negativo dell’era Letta a un 22% stabile nei sondaggi. Se quella coalizione arriverà unita alle urne, avrà dato forma a qualcosa; se si sfascerà prima — e le tensioni su Ucraina e M5S ci sono già — sarà stata solo un’altra resistenza ben organizzata. Ma per intanto nessuna delle due mi pare abbia molto da festeggiare. Soprattutto in prospettiva autunno.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.