Memoria e Futuro
Ora e sempre resistenza
Tra qualche settimana — il 3 o il 4 settembre, a seconda di chi conta — il governo Meloni diventerà l’esecutivo più longevo della storia repubblicana, superando i 1412 giorni del Berlusconi II. Fratelli d’Italia ha già organizzato un evento a Bari per festeggiare, anche se a maggio, superato Craxi, la premier aveva scritto di non voler vivere il traguardo come una festa ma come una responsabilità: evidentemente la responsabilità si può ugualmente celebrare con un comizio. In questi stessi giorni di agosto i giornali, in mancanza di meglio, scoprono che Elly Schlein è già la segretaria più longeva nella storia del Pd, e mettono in confronto le due durate record.
«La durata è la forma delle cose», diceva spesso, soprattutto negli ultimi anni, Marco Pannella. Vale la pena ricordare da dove viene, perché Pannella non se l’era inventata: la citava da Bergson, per cui la durata — la durée — è il carattere stesso della coscienza, il modo in cui il presente vive tenendo dentro di sé la memoria del passato e l’attesa del futuro. Non è un cronometro, è un accumulo qualitativo. Ed è qui che lo slogan si rivolta contro chi oggi lo maneggia come un trofeo: per Bergson la durata non è resistere fermi, è trasformarsi restando sé stessi. Un sasso che sta fermo per 1400 giorni non ha durata in questo senso, ha solo permanenza.
Il problema di Meloni e Schlein non è la lunghezza dei mandati, è che la lunghezza viene esibita come se bastasse da sola a produrre forma.
In Italia, per giunta, l’esperienza dice il contrario. Il governo che nel dopoguerra ha cambiato più cose in meno tempo è stato il Fanfani IV, sedici mesi scarsi tra il 1962 e il 1963, senza un solo ministro socialista dentro, solo l’astensione esterna del Psi: nazionalizzò l’energia elettrica, creò la scuola media unica, portò l’obbligo a quattordici anni. Sedici mesi hanno avuto più forma di millequattrocento giorni.
Alla domanda se in questi anni di resistenza ci sia stata anche una durata vera — qualcosa che duri oltre la resistenza — bisogna rispondere separatamente per i due. Della riforma che avrebbe potuto dare a Meloni una forma vera, la separazione delle carriere, il referendum di marzo ha già detto no; il premierato, che la premier stessa chiama «la madre di tutte le riforme», è fermo in commissione alla Camera dal luglio 2024, e persino Conte, da avversario, lo ha liquidato come «zero riforme». Resta l’autonomia differenziata, approvata ma ancora senza i decreti attuativi: una cosa reale, ma non ancora una forma compiuta. Di Schlein, quello che potrebbe restare non è un provvedimento (ovviamente, essendo all’opposizione) ma una struttura: rivendica di aver ricostruito un campo largo che nel 2022 non esisteva più, e di aver consolidato il consenso del partito, portandolo dal record negativo dell’era Letta a un 22% stabile nei sondaggi. Se quella coalizione arriverà unita alle urne, avrà dato forma a qualcosa; se si sfascerà prima — e le tensioni su Ucraina e M5S ci sono già — sarà stata solo un’altra resistenza ben organizzata. Ma per intanto nessuna delle due mi pare abbia molto da festeggiare. Soprattutto in prospettiva autunno.
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