Memoria e Futuro
Business as usual
Trump parte per Pechino per incontrare Xi Jinping e si porta dietro diciassette amministratori delegati: Elon Musk, Tim Cook di Apple, i vertici di Boeing e General Electric. Non economisti, non esperti di geopolitica. Persone i cui interessi nelle catene di approvvigionamento cinesi, nei margini di guadagno e nella valorizzazione dei loro titoli possono collidere con l’interesse nazionale americano in questioni come quella di Taiwan e di equilibrio militare. Ma non importa. Non è più nemmeno un’azione nascosta, larvata; è il modello aperto, normalizzato.
Per l’Italia il discorso è ancora più grottesco. Non si tratta di una multinazionale che colonizza lo stato, ma di uno stato la cui politica estera è completamente gestita da anni da quella che formalmente sarebbe una sua creatura: l’Eni. Ai tempi di Mattei, negli anni cinquanta e sessanta, l’Eni era ancora uno strumento di politica estera del governo italiano. Mattei negoziava con i sovietici, gli egiziani, gli algerini in lotta per l’indipendenza — ma per conto di una visione strategica ancora allineata, almeno in parte, a quella del governo, ad esempio di Fanfani e della sinistra democristiana. Dopo la morte misteriosa di Mattei nel 1962, l’Eni non ha mai più avuto un leader capace di incarnare questa tensione verso l’indipendenza. Dalla Seconda Repubblica in poi, l’Eni non è più diventato uno strumento della diplomazia italiana: è l’Eni che ha assorbito la diplomazia italiana. Se il governo firma accordi energetici svantaggiosi e pericolosi, è perché l’Eni li ha decisi. Se la politica italiana verso l’Africa, il Mediterraneo, il Caucaso segue certi andamenti, è perché l’Eni ha interessi lì. Non importa quale governo sia al potere. La politica estera italiana è fatta dall’Eni, non dal governo. L’Eni è lo stato nello stato, per citare il cliché storico imputato (non a torto) a Mattei. Solo che oggi non è critica di parte, ma descrizione della realtà. E il fatto che l’azione politica più rilevante a livello internazionale dell’attuale governo (almeno nelle intenzioni) si intitoli proprio al primo presidente dell’Eni è solo un’amara ironia.
Tutto questo non è completamente nuovo, ma sono cambiati i ruoli nelle situazioni. Durante la Guerra Fredda, i governi americani usavano gli interessi aziendali come strumento per gli interessi di sicurezza nazionale e internazionale, intervenendo in paesi dove le corporation americane erano, a detta del governo, minacciate — dall’America Latina all’Asia del Sudest. E le aziende si prestavano a questo giochetto, sapendo che avrebbero avuto un ritorno. Gli oligarchi hanno sempre influenzato la politica estera. Ma allora si fingeva diversamente. C’era una retorica, una finzione. Oggi questa finzione è crollata. Davos, ogni gennaio, raduna novecento CEO insieme a trecentocinquanta leader governativi nello stesso albergo svizzero, presentato come il principale forum di “cooperazione pubblico-privata” del mondo, ma l’impressione è che sia il luogo in cui, da parte di chi governa gli stati, si prendano le direttive. È stato tutto normalizzato. Negli anni novanta e duemila, le multinazionali hanno iniziato a giocare un ruolo formale in quello che chiamano “diplomazia aziendale” — non più influenza nascosta, ma partecipazione ufficiale al tavolo diplomatico. Gli interessi aziendali e quelli nazionali si sono fusi così profondamente che separarli è impossibile.
Questo sistema si presenta come pragmatico e disilluso dalle vecchie retoriche ideologiche. È il “business”, il fatto, il taglio alla retorica. Ma il realismo consisterebbe nel riconoscere che Musk negozia per Tesla, non per gli interessi generali americani. Eni negozia per i suoi azionisti, non per l’Italia. Fingere diversamente non è realismo, è farsa.
Quel che colpisce è l’assenza totale di mediazione simbolica. Nel passato il potere si mascherava. Aveva bisogno di una retorica democratica, di un’apparenza di rappresentanza. Oggi il potere cammina a torso nudo. Nessuno è sorpreso che il presidente di una nazione si porti dietro i capi delle multinazionali che controllano il paese, o che la politica estera sia intera dettata dall’azienda di stato. Non c’è finzione. C’è solo l’amministrazione trasparente, ufficiale del capitalismo sullo stato.
La diplomazia classica — quella dei congressi di Vienna, delle conferenze di Potsdam, delle trattative sul nucleare — aveva la decenza di fingere di rappresentare interi popoli. Aveva una retorica, una narrazione. Oggi neanche questa resiste. Non è diplomazia. È negoziazione tra azionisti. I governi sono diventati solo le strutture amministrative attraverso cui i capi aziendali passano per autorizzare i loro affari. E gli accompagnatori nei viaggi all’estero.
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