Memoria e Futuro
No, il busto, no
Quando arrivi a Catania dall’aeroporto, appena superi gli Archi della Marina, vedi una statua senza testa. È Ferdinando I di Borbone, in una statua realizzata nel 1853. Almeno sarebbe lui, perché io non posso dare conferma dell’identità, pur essendo nato e vissuto lì per decenni. Perché nel 1860 i garibaldini l’hanno decapitata, una maniera molto esplicita di dire: questo non è più il nostro sovrano. La testa non è mai stata ritrovata. Da allora, dopo qualche tentativo nel corso degli anni di restauro finito con un’altra sparizione della testa, per più di un secolo e mezzo, i catanesi hanno trasformato quella figura acefala in un monumento vivo. Hanno messo un pallone da calcio al posto della testa durante i Mondiali o durante le promozioni della squadra di calcio in massima serie. Le hanno messo luci intermittenti. L’hanno decorata, addobbata, sporcata, toccata. Una volta ogni tanto qualcuno ci aggiunge qualcosa, oppure le cambia il “copricapo”. Non è un monumento conservato in una teca. È una statua sulla strada. È raggiungibile. È sporcabile. È della gente.
Molti chilometri più a nord, a Glasgow, dalla fine degli anni Ottanta, gli abitanti mettono un cono di quelli spartitraffico in testa alla statua equestre del Duca di Wellington. Sono decenni che lo fanno. La città ha provato a impedirlo: ha alzato il piedistallo, ha installato telecamere, ha detto che era un crimine toccare il monumento. Niente. Quando il consiglio comunale ha tentato di fermare la tradizione, 10.000 persone hanno firmato una petizione in 24 ore. Una campagna Facebook “Keep The Cone” ha raccolto 72.000 like. I catanesi e gli abitanti di Glasgow hanno capito una cosa che gli amministratori non capiscono: un monumento è vivo solo se la gente lo tocca. Un monumento muore quando viene chiuso in una teca.
Adesso arriva il neocapogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati e decide di proporre, in occasione del decennale dalla scomparsa, di mettere un busto di Marco Pannella dentro i corridoi di Montecitorio. Chiuso. Dentro il palazzo. Protetto dagli stucchi, i fregi, dalla solennità, dall’aria condizionata della Camera. Il busto servirà a dire: guardate, noi onoriamo Pannella, guardate il busto nel nostro Parlamento. Come se Pannella fosse una cosa da museo. Come se la lotta radicale fosse finita, fosse storia, fosse qualcosa che non disturba più nessuno.
Il problema è che Pannella — proprio Pannella — non era un uomo da mettere sotto teca ad impolverarsi. Era un politico di strada. Lo diceva sempre: la politica è fuori, non dentro Montecitorio. Montecitorio per Pannella era un punto di passaggio, un luogo dove andare a dire no quando serve, poi uscirne e riprendere la lotta vera, la lotta che funziona, che è quella della strada, della piazza, dove la gente può raggiungerti, toccarti, dirsi con te. Se davvero volessero fare un monumento a Pannella che abbia senso, lo metterebbero in una piazza. In una strada. Dove passano le persone. Dove qualcuno potrebbe anche sporcarlo, modificarlo, metterci un cartello sopra, fargli qualcosa. Pannella avrebbe apprezzato il gesto molto di più — di infinito più — che un busto sepolto dentro il Parlamento come un’arma deposta.
La differenza tra la statua di Catania e il busto di Pannella è la differenza tra una cosa viva e una cosa morta. Una cosa viva è quella che i catanesi hanno decapitato una volta e continuano a toccare tutt’oggi, ancora. È quella che gli scozzesi mettono un cono in testa perché è loro e la vogliono loro. Una cosa morta è quella che il Parlamento mette in una nicchia e poi dice: ecco, adesso abbiamo onorato il nostro passato, adesso potete dimenticarvi di lui, il busto pensa per voi, il busto rappresenta la cosa, potete muovervi tranquilli.
Pannella — voglio dire questo con tutta la precisione — non era un uomo da busto di marmo. Era un uomo che non stava mai fermo. Era un uomo di azione, di disturbo, di presenza fisica. Se i monumenti devono servire a qualcosa, devono servire a disturbare ancora. Devono servire a chi passa a dire: sì, davvero, questo qui era pericoloso, questo qui non si stava fermo, questo qui ci ha cambiato le cose e potrebbe ancora cambiarle. Se il monumento non disturba nessuno, il monumento è un’ipocrisia. Piuttosto andrebbe fatta un’istallazione fatta di luci e video per onorarlo fino in fondo, un’ologramma governato da un’intelligenza artificiale che abbia accumulato le migliaia di ore di discorsi di Pannella che permette a chi gli sta di fronte di interagirci. (paura, eh?)
Invece il Parlamento ha scelto di mettere il busto dentro, dove non disturba nessuno. Dove i deputati possono passare, vederlo, dire “sì, bellissimo monumento a Pannella”, e poi continuare a non fare quello che Pannella gridava di fare. È la forma finale dell’appropriazione: prendere il ribelle, marmorizzarlo, metterlo dentro la stanza del potere, e dire che così abbiamo risolto tutto. Abbiamo conservato il ricordo, abbiamo messo il busto. Capolavoro.
La vera onoranza a Pannella sarebbe stata una piazza. Una piazza con il monumento raggiungibile. Con i nomi di tutte le campagne che ha fatto, scritti intorno, in modo che la gente potesse leggerli mentre passa. Una piazza dove i radicali e quelli che lo sono stati anche per un attimo della loro vita continuassero a radunarsi, dove il monumento diventasse punto di incontro, non punto di sepoltura. Una piazza dove qualcuno, tra dieci anni, potrebbe metterci una bandiera, un cartello, qualcosa che lo trasformi in uno strumento vivo di politica. Quello avrebbe avuto senso. Quello sarebbe stato un monumento per Pannella.
Pannella avrebbe probabilmente riso di questa proposta (come faceva in vita di quella, ricorrente negli ultimi anni, da senatore “a morte”, come diceva lui). Se si fosse trovato in questi giorni davanti l’ottimo Enrico Costa (che pure dovrebbe averlo ben conosciuto in vita), probabilmente sarebbe esploso in uno dei suoi “non hai capito un cazzo!”, accompagnato dal suo sguardo sfottente. Avrebbe detto: no, no, no, vi prego, non fatemi questo, non mettetemi dentro il vostro Parlamento. Tiratemi fuori, mettetemi in strada, dove posso ancora disturbare qualcuno.
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