Memoria e Futuro
Un oceano di silenzio
HumAngle, la testata nigeriana che copre i conflitti africani, ha deciso qualcosa di radicale a dicembre: i suoi giornalisti vanno in pausa forzata per un mese ogni trimestre. Niente lavoro, ma stipendio intero. La logica è che il giornalismo in zona di guerra consuma le persone e che persone consumate fanno cattivo giornalismo. E quando il giornalismo è questione di vita e morte — quando l’informazione è la distanza tra essere al sicuro e essere morti — allora il benessere dei reporter è fondamentale.
Leggendo questa storia viene naturale chiedersi: e se applicassimo la stessa logica alla politica italiana?
Non all’attività o ai politici in senso generico, naturalmente. Ma alle loro dichiarazioni. So che verrà archiviata sotto la scritta “boutade” questa mia proposta, è già scritto. Ma, poniamo, due settimane ogni trimestre — o un mese, se vogliamo essere generosi coi colleghi e i lettori. No comunicati stampa. Niente conferenze, niente note di risposta, niente dichiarazioni ai giornali, niente post su X dove si tuona contro l’avversario di turno seguendo il copia-incolla della medesima invettiva che hanno già usato cento volte. Semplicemente, silenzio. Una quarantena dalla parola pubblica.
Basterebbe già questo. Due settimane ogni tre mesi. Non è molto. Ma basterebbe.
La cosa straordinaria è che potremmo non accorgerci nemmeno della differenza. Chiunque passi più di venti minuti in una redazione italiana sa di che cosa parlo. I comunicati stampa arrivano ogni ora del giorno con la precisione di una liturgia. Meloni parla di “coesione” e “interesse nazionale”, e dietro di lei arriva la medesima dichiarazione riformattata dal sottosegretario di turno. Tajani invoca “stabilità” e “continuità”, e contemporaneamente quattro deputati di Forza Italia mandano la stessa frase a media diversi sperando che qualcuno la pubblichi. La sinistra risponde con una nota sulla “vita dei poveri poveri” o sulla “giustizia sociale negata”, con lo stesso timbro di voce che usa dal 2015. I Cinque Stelle producono dichiarazioni che sembrerebbero scritte da un vecchio algoritmo addestrato anni fa su Rousseau, che usa il termine “genocidio” per parlare di norme nazionali sgradite. Tanti, vale tutto. E continua tutto il giorno. Flusso perpetuo.
Il risultato è che il giornalismo italiano è diventato in buona misura un esercizio di amplificazione. Non di selezione, non di problematizzazione — amplificazione. Ricevi la nota, la pubblichi, la variante lessicale fa sembrare che succeda qualcosa di nuovo. Ma se leggessi insieme le 150 dichiarazioni di Salvini sulla “sicurezza” degli ultimi tre anni accorgeresti che sono la medesima dichiarazione ripetuta con intensità e soggetto variabile. Se raccogliessi tutte le invettive del Pd sulla “difesa della democrazia” scopriresti che usa lo stesso lessico dall’arrivo della Schlein (e, come con ogni segretario precedente, gli emuli interni con le loro dichiarazioni “personali” si sprecano). E gli articoli che le accompagnano? Specchio della medesima struttura mentale.
Cosa succederebbe se staccassimo per due settimane? Se nessun politico italiano potesse rilasciare dichiarazioni ufficiali per quel periodo? Se la sola cosa consentita fosse agire, legiferare, in silenzio?
Probabilmente scopriremmo che tre quarti del rumore non genera nessuna conseguenza. I giornali magari dovrebbero trovare storie vere per riempire i vuoti invece di amplificare performance comunicative. Le commissioni parlamentari continuerebbero a lavorare. Le leggi verrebbero discusse. Gli scandali emergerebbe comunque — se emergono — attraverso inchieste, non attraverso il commento che anticipa la notizia con dichiarazioni preordinate. E soprattutto scopriremmo quanta della nostra percezione della politica dipende dal fatto che i politici parlano molto, non dal fatto che dicono cose importanti.
Ma c’è di più. C’è la questione della salute mentale di chi il sistema lo subisce. I giornalisti italiani sono stanchi, naturalmente non come quelli nigeriani, solo che la loro stanchezza è psichica: l’esaurimento di trasformare comunicati in notizia ogni giorno. Il muscolo critico si atrofizza. Dopo un po’ non noti nemmeno quando ti sta arrivando la medesima frase di qualche settimana prima. Non chiedi più perché il ministro sta dicendo quella cosa proprio oggi, in quella forma particolare. Semplicemente noti che è arrivato il comunicato e lo metti online. E se lo metti online, allora accade — semanticamente accade, nell’economia dell’attenzione.
Il silenzio obbligato potrebbe insegnare qualcosa a tutti: ai politici che il loro valore sta in quello che fanno, non in quello che dicono; ai giornalisti che esistono ancora storie da cercare quando non arrivano pre-confezionate; ai cittadini che meno ascoltiamo le dichiarazioni, più probabilmente ascoltiamo il senso della realtà.
Naturalmente non accadrà mai. Perché il sistema italiano della comunicazione politica è costruito su questo preciso scambio — i politici producono rumore, i media lo amplificano, tutti rimangono occupati. Interromperlo significherebbe ammettere che buona parte del meccanismo è esercizio teatrale, non governo.
Ma immaginare che possa accadere non costa nulla. E il fatto che sia un’idea radicale, addirittura inimmaginabile, dice tutto sulla nostra idea di cosa sia la politica. E su, lasciateci per un momento sognare il meraviglioso oceano di silenzio che ne verrebbe.
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