Memoria e Futuro

La poltrona tarlata

di Marco Di Salvo 11 Maggio 2026

Nel luglio del 2024 il Labour di Keir Starmer conquista, alle elezioni per il rinnovo del Parlamento, 412 seggi su 650. Valanga. Una maggioranza costruita però in realtà sulla disfatta altrui: in quell’occasione anche il Labour aveva perso seicento mila voti rispetto al 2019. Puro effetto del sistema elettorale first-past-the-post britannico, che a volte trasforma i cedimenti degli avversari in fortuna propria.

E veniamo alla settimana scorsa, maggio 2026. Alle elezioni locali il Labour dimezza i seggi nei consigli comunali, Reform UK diventa il primo partito, in Galles i laburisti crollano a dieci seggi su novantasei. Catastrofe amministrativa. Eppure in Gran Bretagna nessuno grida al cambio di sistema. Nessuno convoca i costituzionalisti. Il sistema è quello, resta quello da secoli, incassi il colpo e aspetti il prossimo voto. Non si toccano le fondamenta. Al massimo e solo dalle minoranze del partito laburista si alza la voce per un cambio al vertice del Labour e del governo. Ma tutto viene emesso a tacere nel giro di pochi giorni e, forse, con qualche aggiustamento all’interno dell’esecutivo. Pronti ad arrivare fino a fine legislatura, tra qualche anno. Senza isterie.

Da noi è il contrario. Un governo che sente i sondaggi precipitare chiama subito i giuristi. Non è la volatilità elettorale il problema—quella esiste ovunque—ma il panico sistemico che scatena. Subito: riformiamo, serve il premio di maggioranza, tagliamo i collegi, nuove soglie. Cambiamo le regole perché non ci convengono più.

Un’instabilità che viene da lontano e che da noi è oggettivamente sistemica  La Lega nel 2019 tocca il 34% alle europee, raddoppia i consensi delle politiche 2018. Primo partito. Irrefrenabile. Nel 2022 crolla all’8,79%. Nel 2026 è ai minimi: 5,8%. È volatilità vera, quando i cittadini cambiano  voto. Ma qui ogni volta che una forza precipita dal cielo dell’iperuranio del consenso, il governo—non il partito, il sistema intero—si chiede come ricalibrare le regole per non perderci le penne. È paranoia istituzionale travestita da gestione.

Lo stesso accadde qualche anno prima al Pd di Renzi, fuoco fatuo scomparso, che cercò il consolidamento via riforma elettorale. Accade in queste settimane a Fratelli d’Italia: cala di mezzo punto percentuale e subito si parla di centrodestra frammentato. Cominciano le faide, i distinguo, In poche parole il panico. Non è erosione naturale. È crisi sistemica. Tre punti in meno e devi riscrivere il sistema.

Starmer perde mille seggi comunali e dice: fa male, mi assumo la responsabilità. Basta. Meloni perde un referendum, perde  qualche punto percentuale in un sondaggio e già preparano aggiustamenti normativi per evitare sorprese peggiori.

La democrazia britannica ha accettato che la politica sia fluida, precaria, scossa dalla volatilità dei voti. Ha deciso: le regole rimangono ferme, voi elettori cambiate come votate. È difficile, non è elegante, il sistema punisce l’instabilità con il caos temporaneo ma è lo stesso sistema che consente a chiunque vinca le elezioni di governare davvero. È onesto. Non baratta il fondamento della convivenza comune ogni volta che soffia il vento.

Qui accade il contrario. Non vinciamo e diciamo che il sistema è marcio. Perdiamo e e giù pensosi editoriali e documenti politici che annunciano che servono nuove regole. Il sondaggio sfavorevole, il voto amministrativo, il referendum—tutto richiede una riscrittura costituzionale. Non è democrazia. È autopreservazione istituzionale travestita da scienza.

Ecco perché i crolli britannici non generano riforme elettorali accrocchiate all’ultimo minuto a pochi mesi dalle elezioni, generano solo temporanea preoccupazione. Ma anche cambiamento che, con tutto il caos che può portare, è comunque positivo. È così qui? No. Da noi invece ogni oscillazione sensibile richiede una nuova  legge elettorale. Dal 2006 non passa legislatura senza una riforma del sistema di voto, piccola o grande che sia.  Starmer e gli altri leader politici inglesi (forse) dormono male ma onestamente. Da noi non dormiamo affatto, cercando sempre il trucco che ci salvi dal voto imprevedibile. E ci permetta di conservare il sistema per quello che è: inefficiente ma “nostro”.

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