Memoria e Futuro

Stare Uniti in Europa

di Marco Di Salvo 12 Maggio 2026

Alla fine ci arrivano anche i pensatori più illuminati dell’altra costa dell’Atlantico. Paul Krugman nella sua newsletter quotidiana, qualche giorno fa, ha passato un po’ di tempo a confutare una delle litanie più ripetute negli ultimi mesi nel suo paese, sia dai politici che dai commentatori sui giornali. L’economista di pedigree democratica si è concentrato sull’analisi del Pil europeo a confronto con quello delle altre grandi potenze per demolire una delle storielle più ricorrenti di questo periodo: quella del declino europeo. Una narrazione che, al di là della sua funzione psicologica per gli americani, è sempre servita anche a giustificare il ruolo dell’Europa come ancella permanente degli interessi USA. Ma mentre Krugman smonta i numeri di questa favola, accadono anche altre cose che smentiscono  questa visione riduttiva del ruolo del continente nella geopolitica mondiale (checché ne pensino gli esperti del settore che pontificano in TV e sui giornali italiani). Quante volte abbiamo sentito in questi anni di guerra in Ucraina che l’Europa non era in grado di avere un ruolo all’interno del conflitto? Che se Trump staccava alla spina agli aiuti militari l’Ucraina sarebbe caduta in qualche settimana? Nei giorni scorsi, dopo anni di insulti (diretti o tramite interposta persona) lo stesso Putin ha annunciato di voler dialogare sulla vicenda con l’Unione Europea e ha proposto come mediatore l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Una scelta ovviamente provocatoria, visto che la stessa figura che per anni è stata capo del consorzio Nord Stream e principale lobbista ad alto livello per le aziende statali russe, è una figura che non ha mai condannato apertamente l’invasione dell’Ucraina, e non può certo essere considerata una figura equidistante. Bruxelles ha risposto no, secco: una persona così non può rappresentare il negoziato europeo perché, come ha detto Kaja Kallas, l’Alta rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Schröder “siederebbe ad entrambi i lati del tavolo”. In altre parole, Schröder è l’uomo di Putin talmente trasparente che nemmeno Putin riesce a mascherarlo.

La vera beffa della storia europea non è economica, sebbene Krugman abbia ragione quando demolisce le sciocchezze di questi mesi sul presunto declino del continente. Se ti tolgono il soldato americano sotto casa e ti lasciano alla mercé di colui che chiama chiedendo di sedere al tavolo con i suoi dipendenti dichiarati, il Pil procapite conta relativamente poco. Ma questo è esattamente il punto della rivincita europea: mentre l’Europa ha passato ottant’anni da quando la guerra finì a guardarsi i piedi, a pensarsi provincia, a farsi raccontare (e raccontarsi) che il vero progresso abitava oltreoceano, la geopolitica ha iniziato a scrivere una storia completamente diversa. Krugman, da buon americano pur critico della propria nazione, ha già colto il nodo con una chiarezza disarmante: e per quanto riguarda il PIL sottolinea un’evidenza talmente sotto gli occhi di tutti da diventare trasparente; gli europei lavorano meno (cioè producono meno PIL pro capite) perché hanno deciso che l’esistenza non sia riducibile a una corsa ai profitti, che la sanità non debba rovinare le famiglie, che l’aspettativa di vita conti eccome. Non è declino economico, è una scelta di civiltà. Eppure proprio quella scelta si è rivelata negli ultimi mesi una carta di valore geopolitico che nessuno aveva messo in conto.

I fatti sono lineari: gli americani, dalla fine della Seconda Guerra mondiale sino a pochi mesi fa, hanno costruito la loro architettura planetaria anche sopra il dorso del mulo europeo. L’Europa era l’alleato docile, quello che diceva sì, quello che stazionava ottantamila uomini e testate nucleari nel proprio cortile. L’Europa era la provincia consenziente, il testimone obbligato della riconfigurazione del mondo secondo Washington. Per ottant’anni questa subordinazione ha avuto una sua ragionevolezza, diciamo pure una sua comodità, anche per gli amministratori europei: la sicurezza militare ceduta altrove, le decisioni politiche prese da altri, la tranquillità di non doversi sporcare le mani. Quello che nessuno ha previsto, o che Trump in particolare ha calcolato male mentre Putin e Xi hanno forse compreso benissimo, è che nel momento in cui gli americani  avrebbero smesso di giocare questo ruolo— e Trump lo sta urlando da mesi— l’Europa da satellite sarebbe diventata il corpo principale di un equilibrio senza alternativa. Perché rimane una democrazia. Perché è ancora capace di produrre consenso anziché ordini. Perché, da quando Washington è diventata una sezione provinciale di neofascisti inconsapevoli e improvvisati, l’ultima vera rappresentanza del sistema di valori occidentale è per forza rimasta qui, tra il Portogallo e la Finlandia, piena di difetti e  limiti ma senza il sigillo di regime autocratico sulla fronte.

Ecco il paradosso che i giornali italiani non riescono nemmeno a nominare, forse perché troppo affezionati alle vecchie teorie sulla sudditanza europea:  il vecchio continente è stata considerato insignificante per ottant’anni da chi la voleva controllare e ingovernabile da chi voleva distruggerla, ed è precisamente questa doppia disattenzione a rivelarsi oggi come il suo vantaggio principale. Significa che quando l’Europa conta davvero, gli americani rimangono meno liberi di  portare avanti le loro avventure oltreoceano. Significa che un’Europa riarmatasi, consapevole, unita attorno ai propri principi piuttosto che agli ordini di Washington, diventa una cosa che a Trump non conviene avere dalla parte opposta del tavolo. Per questo, per fare solo un esempio, gli accordi commerciali India-Unione Europea non arrivano come illuminazione improvvisa di un’istituzione che scopre il talento: arrivano come il riconoscimento brutale che l’epicentro della coesione pluralista, dell’innovazione senza totalitarismo, è qui.

L’Europa si è sottovalutata per ottant’anni. L’Europa ha creduto di dover chiedere permesso per respirare. E adesso, nel momento in cui scopre di essere l’unica democrazia di rango mondiale ancora in piedi, non puo e non deve continuare a comportarsi da provinciale in attesa di un assenso altrui.  Gli americani le voltano le spalle, l’India le stringe la mano, il resto del pianeta se ne accorge. L’economia non è declino: è una civiltà che ha scelto la qualità sulla quantità. La vera novità è che il resto del mondo inizia a capire che questa scelta, quella di stare Uniti in Europa, che sembrava un’illusione provinciale negli anni Novanta, è oggi forse l’unica che abbia senso, in questi anni di caos.

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