Memoria e Futuro

Contrordine camerati

di Marco Di Salvo 15 Aprile 2026

Se è vero che la velocità con cui una (presunta) élite abbandona le proprie posizioni rivela la natura reale di quelle posizioni, allora quello che abbiamo assistito negli ultimi tre giorni è una lezione perfetta sul funzionamento della destra italiana contemporanea.

Fino a ieri — fino letteralmente a lunedì sera — la difesa di Donald Trump da parte dei quotidiani e dei commentatori di destra era incondizionata, entusiasta, posti com’erano a difesa dall’assalto delle obiezioni altrui. Trump era il capo, il leader che aveva vinto le elezioni americane e che stava conducendo una guerra necessaria in Iran contro il terrorismo e la follia dei paesi nemici dell’Occidente. Chiunque osasse muovere critiche veniva immediatamente liquidato come traditore della civiltà occidentale, come pacifista ingenuo o come complice della sinistra più becera. Era una linea ferrea, sostenuta non da argomentazioni ma dall’obbedienza. Obbedienza nella sua forma più pura: cieca, pronta, assoluta.

Poi Trump ha attaccato il Papa il che, a guardare le cose dalla giusta distanza, ci sta pure dal suo punto di vista. Non un’allusione velata, non una critica diplomaticamente formulata, ma un attacco frontale, volgare, nello stile tanto apprezzato in molti altri casi dagli esponenti di destra, con il quale ha dato del “debole” e del “pessimo” a Papa Leone XIV, attaccandolo per il suo appello alla pace e per il fatto che non piega il Vangelo alle necessità della guerra. Non contento, in poche ore, con i toni che solo Trump sa usare, il capo venerato dai conservatori occidentali si è trovato ad attaccare il Papa e a minacciare Meloni per il fatto che lei, dopo ore di evidente imbarazzo, ha dovuto prendere le distanze dalle parole presidenziali. Il fatto che abbia trovato una tribuna italiana per il suo sproloquio è solo sale aggiunto alla ferita.

È a questo punto che è accaduto il miracolo. O meglio, il “contrordine”. E qui proprio Giovannino Guareschi torna a essere stranamente contemporaneo.

Nella primavera del 1947, il giornalista emiliano (poi assurto a fama imperitura con la saga di Don Camillo) pubblicava sulla rivista Candido una serie di vignette destinate a diventare celebri e durature nel tempo. Si chiamavano “Obbedienza cieca, pronta e assoluta” e sbeffeggiavano il comportamento dei militanti comunisti di fronte agli ordini del partito. Guareschi aveva inventato una trovata grafica e concettuale: rappresentava i comunisti come “trinariciuti”, dotati cioè di una terza narice attraverso cui poteva entrare direttamente nella materia grigia dei dirigenti del partito l’ordine impartito tramite l’organo ufficiale del PCI e uscire qualsiasi pensiero personale. Nelle vignette, il quotidiano dell’Unità pubblicava ordini pieni di refusi clamorosi — un “asilo infantile” che diventava “asino infantile”, un “collo” che diventava “callo” — e i comunisti obbedivano ciecamente a questi ordini sbagliati, finché non arrivava il famoso urlo: “Contrordine compagni!” e la correzione veniva accettata senza discussione, senza domande, senza il minimo imbarazzo per aver obbedito al comando precedente.

Il merito di Guareschi era di aver colto un’evidenza sulla natura del conformismo organizzato: quando ti muovi non per principio e spinto dal pensiero autonomo ma per subordinazione a una gerarchia, il cambio di linea diventa semplicissimo. Non devi discolparti, non devi spiegare, non devi neanche fare finta che ieri avevi ragione. Ieri il capo ha detto A, oggi dice B, domani dirà C. Tu semplicemente obbedisci. La logica interna è il movimento, non il contenuto. Il contenuto è sempre secondario.

Esattamente questo è quello che è accaduto questi giorni con i quotidiani di destra rispetto a Trump. Il Giornale, che è stato uno degli argini più solidi della difesa trumpiana, ha scritto che i post di Trump sono “oltraggiosi, scandalosi e offensivi”, che il presidente è “completamente indisciplinato e non c’è nessuno intorno a lui in grado di proteggerlo dai suoi peggiori istinti”. Libero, che per mesi ha garantito l’affidabilità del capo americano, adesso propone retroscena su “intrighi vaticani” dietro l’attacco. Nel giro di pochi giorni, da una linea all’altra. Senza transizione, senza ambiguità, senza il minimo tentativo di uscirne con una qualche coerenza. Esattamente come il comunista trinariciuto di Guareschi che veniva travolto dal “contrordine compagni!” e accettava di aver obbedito a un refuso. Resta forse sulla trincea La Verità, ma più per imbambolamento che altro, un po’ come Salvini.

Il fatto decisivo è che nessuno — davvero nessuno nei circoli di destra — si è fermato a domandarsi se Trump avesse torto prima di adesso o abbia ragione adesso. La domanda non ha senso nel sistema. Non importa se Trump avesse ragione mercoledì mattina quando attaccava il Papa o se la abbia adesso quando viene abbandonato. Quello che importa è che il capo italiano (Meloni) ha dato un segnale, il sistema dei dei media è stato costretto a registrare quel segnale, e di conseguenza il “contrordine” è stato urlato.

Ci sono volute meno di ventiquattro ore. Prima c’era entusiasmo incondizionato, poi imbarazzo, poi rielaborazione rapida della narrativa. Non è coerenza, non è studio, non è pensiero politico. È conformismo puro, di quello che accade quando il motore dei tuoi posizionamenti non è il principio ma l’appartenenza a una gerarchia. Quando il tuo spazio di manovra è quello che il capo ti concede in quel momento preciso. Quando la tua identità politica è una questione non di visione ma di subordinazione.

Guareschi lo sapeva ottanta anni fa. Per questo disegnava la terza narice: non era una caricatura fisica, era una descrizione del vuoto cognitivo. Non c’era nulla dentro. Solo il buco per far entrare gli ordini dall’alto e il buco per farli uscire senza resistenza.

La lezione amara di questi giorni è che il meccanismo continua a funzionare esattamente allo stesso modo. Cambiano i simboli (da Stalin a Trump), cambia l’abito (da comunista a conservatore), ma il principio di fondo è il medesimo: obbedienza alla gerarchia, accettazione passiva del “contrordine”, capacità di dimenticare quello che dicevi ieri con la velocità di un interruttore.

E la cosa più guareschiana di tutte? È che il Papa ha (forse) le sue ragioni, Meloni ha dovuto prendere le distanze per tornare credibile (e non va dimenticato che il primo comunicato della presidente del consiglio non era così schierato, diciamo che c’è stata trascinata dagli eventi), rifarsi un’immagine un po’ acciaccata e approfitta del Pontefice per farlo, ma la destra abbandona Trump non perché abbia capito che Trump sbagliava. Lo abbandona perché il capo ha cambiato linea e il conformismo organizzato obbedisce. È semplicemente una questione di ascolto delle gerarchie. Domani, se Meloni dovesse riallinearsi con Trump, gli stessi editoriali che adesso lo fulminano tornerebbero a difenderlo con il medesimo entusiasmo acritico di prima. Contrordine, camerati.

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