Memoria e Futuro

Di cosa parliamo quando parliamo di IA

di Marco Di Salvo 26 Maggio 2026

Da ieri il dibattito pubblico si è improvvisamente affollato di interpretazioni intorno alle parole di Papa Leone XIV incise nella sua prima enciclica, “Magnifica Humanitas”. Di fronte a un tema che tocca la dignità umana e il futuro delle società, preferisco non aggiungere rumore al coro dei commentatori, che vanno da chi fino al giorno prima discettava di immigrazione ad ex premier economisti attempati che riscoprono virtù teologali e capacità da esegeti. Scelgo invece di dar parola a chi ha proposto una via altra da quella filosofico-religiosa: quella della chiarezza, del metodo, della competenza scientifica.

Per questo preferisco dare spazio e condividere con voi l’appello “Una visione realistica dell’Intelligenza Artificiale”, sottoscritto poco più di un mese fa da quarantacinque accademici italiani, tra cui Walter Quattrociocchi ed Enrico Nardelli, professori ordinari rispettivamente alla Sapienza e a Tor Vergata (in versione integrale lo trovate qui). A loro si sono uniti informatici, filosofi, neuroscienziati e sociologi di primo piano—Juan Carlos De Martin dal Politecnico di Torino, Vittorio Gallese dall’Università di Parma, Paolo Boldi da Milano, il presidente dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale. Questo documento è un antidoto necessario al sensazionalismo che oggi governa la narrazione tecnologica.

L’appello non sorge dal vuoto. Si misura con un’effettiva epidemia di cattiva comprensione, alimentata dal marketing del settore e da una scarsa alfabetizzazione digitale della platea italiana. Il problema, come acutamente osserva Quattrociocchi (direttore del Center for Data Science and Complexity for Society della Sapienza), non è l’IA in sé, ma il “rumore di fondo” che la circonda: un miscuglio di pop-filosofia, metafore fuorvianti, e soprattutto la confusione sistematica tra quello che questi sistemi effettivamente sono e quello che il marketing vuole far credere che siano. I ricercatori denunciano lo stesso fenomeno che Umberto Eco, negli anni Ottanta, aveva già previsto e descritto: l’analfabetismo funzionale, cioè la capacità di decodificare parole senza capacità critica di comprensione. Eco aveva richiamato l’attenzione sulla differenza tra l’analfabeta tradizionale e colui che sa leggere ma non sa interpretare ciò che legge—ed è precisamente questa la malattia che colpisce oggi il dibattito sull’intelligenza artificiale.

L’appello si regge su un’esigenza fondamentale: ricondurre l’intelligenza artificiale nei confini della sua natura tecnica, della sua realtà scientifica. Quattrociocchi ha introdotto il concetto di “epistemia”, l’illusione di conoscenza che sorge dalle risposte puramente statistiche fornite dai grandi modelli linguistici. Ecco il cuore della questione: gli LLM sono motori statistici. L’errore non è accidentale, è strutturale. Quando una macchina restituisce una risposta convincente, non sta pensando, non sta ragionando nel senso umano del termine. Sta riorganizzando informazioni già presenti nei dati su cui è stata addestrata, combinando schemi riconosciuti con sempre maggior sofisticazione. E può farlo in modo così persuasivo da ingannare chi non comprende questo meccanismo. Qui risiede la vera minaccia: non un’IA consapevole o cosciente, ma un’IA che produce output seducente senza alcuna garanzia di verità. Quindi scrivere, come oggi spesso si fa, di macchine che “decidono autonomamente quali bersaglio colpire” in caso di un conflitto è quanto meno fuorviante, visto che “decidono” sulla base dei contenuti inseriti e dei “desideri” di chi li programma.

I ricercatori articolano la loro critica intorno a tre osservazioni centrali. La prima concerne il linguaggio: l’uso di figure antropomorfiche—attribuire alle macchine capacità di “pensiero”, “coscienza” o “scelta morale”—deforma gravemente la percezione pubblica. L’IA è un sistema di calcolo probabilistico, non un’entità dotata di intelletto. Riconoscere questo è il primo passo per dismettere le narrazioni fantascientifiche che generano, a seconda dei casi, paure sterili o aspettative miracolistiche. La seconda questione riguarda la cittadinanza: la protezione non deriva dalla tecnofobia, bensì dalla conoscenza. L’alfabetizzazione digitale non è un lusso, ma una competenza imprescindibile per il nostro tempo. Capire come funzionano questi sistemi significa poter identificare i loro limiti, i rischi di errore e manipolazione, trasformando gli utenti da destinatari passivi in soggetti attivi e critici. Significa sapere che l’output è un materiale da controllare, non una decisione autonoma. La terza, infine, tocca la responsabilità del racconto: media e opinionisti sono invitati a una sobrietà comunicativa che oggi non praticano. Il sensazionalismo rischia di oscurare le vere sfide sociali—l’impatto sul lavoro, la privacy, la qualità dell’informazione democratica—questioni che esigono precisione tecnica e l’abbandono di ogni tentazione di alimentare allarme costante.

Condividere i contenuti di questo appello significa abbracciare un invito al silenzio operoso. In un contesto mediatico che ci spinge alla reazione immediata su tutto, i ricercatori ci suggeriscono di fermarci: studiare, comprendere, spiegare la realtà per quella che è. Senza negazionismo, ma nemmeno senza cedere al fascino di una tecnologia percepita come magica (o demonica). L’intelligenza artificiale rimane un costrutto umano. Come tale è fallibile, potente, e soprattutto governabile. Il nostro compito non è subire un destino tecnologico già scritto, ma imparare a maneggiare questi strumenti con la lucidità di chi sa cosa ha tra le mani. Solo un approccio rigoroso ci permetterà di rispondere alle domande di fondo sulla natura dell’umano nel tempo della rivoluzione digitale. Senza stare a perdere tempo con l’esegesi delle parole di chi ne sa, forse, quanto noi, sul tema.

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