Memoria e Futuro

Sotto la gonna di Mamma Europa

di Marco Di Salvo 27 Maggio 2026

L’Assemblea di Confindustria tenutasi ieri a Roma, nella cornice della Nuvola (che simbolismo involontario), si ripete come un rito immobile, uguale a se stesso da anni. La stessa platea di imprenditori guidati dalle grandi firme del manifatturiero (nella parte economicamente preponderante di stato e parastato), gli stessi appelli urgenti a Bruxelles, lo stesso Governo che arriva a certificare l’importanza strategica del dialogo e a presentare ipotesi di tavoli che non portano mai a nulla. Intorno, il Paese corre a velocità della luce verso una realtà dove il contributo italiano in termini di produttività e innovazione si contrae visibilmente, anno dopo anno. Ma il rituale continua, identico a se stesso, come se il tempo esterno non fosse il nostro vero nemico. Come se si stesse appunto su una nuvola.

È questa la vera fotografia dell’Italia contemporanea: una crisi di rappresentanza che non riusciamo a sbloccare. Non perché manchino le diagnosi — la medicina economica conosce (in teoria) bene la ricetta — ma perché il Paese si è nella sua totalità trasformato in un corpo intermedio che non sa più pensare in termini di cambiamento strutturale. Confindustria parla in nome di un’élite, il Governo risponde come se ascoltasse l’intera nazione, le piccole imprese rimangono in ombra. E tutto questo mentre il mondo esterno non fa sconti a nessuno.

Qui sta il lato più pernicioso del discorso confindustriale: l’insistenza sulla necessità che tutti lavorino nella stessa direzione, come se la soluzione fosse prima di tutto questione di unità di intenti. Ma non è vero. Non tutte le soluzioni sono efficaci per tutti e per sempre. Una politica energetica che conviene all’industria pesante non è detto che convenga al terziario minore. Un abbattimento delle tasse sul lavoro che accelera l’innovazione nei grandi gruppi può strangolare chi non ha margini per investire. Gli ultimi trent’anni hanno insegnato esattamente questo: che non esiste una direzione unica dove tutti vanno a braccetto. Esiste semmai una serie di interessi contrapposti dove chi ha più forza definisce le regole, e poi chiede al resto di marciare in fila.

Quando Orsini invoca coraggio e responsabilità, un radicale cambio di rotta in Europa, non sta parlando a nome delle 4 milioni di partite IVA italiane. Parla a nome di quel nucleo duro industriale che, per fatturato e export, costituisce l’ossatura strategica. Ma qui sta il nocciolo: questa ossatura non regge più come una volta. La produttività italiana è, di fatto, ferma da due decenni. L’innovazione, quella vera, arriva da chi ha risorse per investire in ricerca, non da chi ogni giorno si batte per la sopravvivenza. Il tessuto manifatturiero che dovrebbe guidare il Paese non ha più quella spinta propulsiva che un tempo lo caratterizzava. Eppure continua a comportarsi come se nulla fosse accaduto.

La relazione di Orsini è stata un catalogo di urgenze: il costo dell’energia, un mercato unico dei capitali, l’immancabile accenno all’Intelligenza Artificiale. Richieste tecnicamente fondate. Ma ascoltandole, viene da chiedersi: dove era questa urgenza dieci anni fa? Dove erano questi stessi imprenditori quando avrebbero potuto investire in transizione tecnologica invece di aspettare, combattere per e ottenere sussidi e protezioni per lasciare le imprese italiane arretrate come sono? E, le urgenze che venivano evidenziate dieci anni fa, in che cosa e come differiscono da queste? E in che cosa è come sono state risolte dal combinato rapporto tra Confindustria e potere politico? Adesso, con il Paese già arretrato su ogni indicatore di competitività globale, si grida all’Europa. È come se, dopo aver passato gli ultimi decenni a cazzeggiare, a confidare nei margini protetti e nelle rendite di posizione, adesso si chiedesse assistenza alla mamma.

Il problema è che la mamma — l’Europa — ha i suoi problemi, e l’Italia non è più il bambino promettente di una volta. È diventato quello che continua a promettere miracoli ma non riesce a cambiare. La rappresentanza è bloccata proprio qui: Confindustria non può ammettere che gran parte del suo stesso corpo è responsabile di questo declino di competitività. È più facile invocare l’Europa, lamentarsi della burocrazia, chiedere semplificazioni. Ma nessuno dice ad alta voce: abbiamo smesso di innovare, abbiamo smesso di reinventarci, e adesso cerchiamo protezioni perché non riusciamo a competere sul merito.

Quella che vediamo è una crisi di rappresentanza che non si sblocca perché è strutturale. Non è un problema di comunicazione o di dialogo tra istituzioni. È il fatto che chi dovrebbe rappresentare l’industria italiana — quella che dovrebbe trainare il Paese — sta diventando sempre più marginale nel contesto globale, eppure continua a parlare come se detenesse ancora il potere di una volta. E il Governo, che dovrebbe dire no a questo cortocircuito, invece lo legittima sedendosi al tavolo e facendo finta che il rituale abbia ancora senso.

Intanto, fuori dalla Nuvola, le piccole imprese cercano di sopravvivere, i lavoratori vedono contrarsi le opportunità, l’innovazione reale — quella che avviene nelle startup, nelle università, negli spazi che il sistema tradizionale non controlla — cresce ma non trova interlocutori, troppo impegnati in tavoli con chi regge le sorti delle organizzazioni di rappresentanza. Il Paese resta intrappolato in una rappresentanza che non sa più rappresentare nulla, se non l’inerzia di chi una volta contava e ora fatica a ammettere di non contare più.

La sfida non è neanche tanto tornare a Bruxelles con un appello più forte.  Sarebbe ammettere che il rituale è finito, che il vecchio modello di rappresentanza non funziona più, e che il contributo italiano alla produttività e all’innovazione globale rimane ridotto finché non accettiamo di dire la verità: abbiamo cazzeggiato, e adesso la mamma non ha più tempo, voglia e soldi per aiutarci a risolvere i nostri problemi.

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