Memoria e Futuro

La democrazia dell’ignoranza

di Marco Di Salvo 28 Maggio 2026

Era inevitabile che che succedesse, ma neanch’io pensavo potesse accadere così in fretta. Sarah Wood, consigliera di Reform UK nel Kirklees Council, ha pronunciato parole che nessuno  avrebbe immaginato di ascoltare in un consesso di amministratori eletti. Davanti all’intera assemblea, ha confessato di non comprendere lo statuto, di non sapere cosa fossero gli standing orders o gli emendamenti, e di temere che il suo gruppo stesse per votare misure di cui non coglieva il senso. E qui vale la pena ascoltare esattamente cosa ha detto Wood durante quella seduta della Kirklees Council. Non si è limitata ad ammettere il proprio smarrimento. Ha contestato il processo di votazione stesso come invalido: “Non capisco la costituzione. Non ho avuto tempo sufficiente per leggerla. Non capisco cosa siano gli standing orders, di cosa siano composti, né capisco cosa sia un emendamento”. Poi l’accelerazione: “Poiché non lo comprendiamo, questo voto potrebbe non essere costituzionale. Siamo in svantaggio. Non sappiamo necessariamente cosa stiamo votando. Quindi consideriamo questo non essere un processo democratico”. Non ha intimato ai colleghi di astenersi, ma ha fatto qualcosa di più radicale: ha delegittimato il voto stesso. Davanti all’assemblea, ha avvertito: “Se desiderate procedere, non possiamo fermarvi. Ma sappiate che questo sarà visto dagli elettori della Kirklees, e ci assicureremo che sia compreso che non siamo stati in grado di impegnarci democraticamente”.

Non era una battuta. Era la fotografia cruda di una catastrofe amministrativa: Reform UK ha vinto in modo così repentino, conquistando oltre milletrecento seggi locali in poche settimane, da ritrovarsi con una massa di rappresentanti priva di strutture, di filtri e del tempo necessario per apprendere anche le nozioni elementari della procedura consiliare. Il risultato? Novanta consiglieri spaesati, con trentuno membri già espulsi, sospesi o dimissionari nel giro di poche settimane. È il caos della crescita verticale.

Vi ricorda qualcosa, eh? Chi ha osservato il Movimento 5 Stelle nel 2013 non può non riconoscere il copione. I grillini esplosero in Parlamento senza alcuna struttura organizzativa: centinaia di deputati, molti privi di esperienza istituzionale, catapultati ai vertici da un voto di protesta. Ignoravano il funzionamento delle commissioni, i tempi parlamentari e il significato tecnico di un ordine del giorno. Il Movimento tentò di correre ai ripari con corsi di formazione o chiedendo assistenza a parlamentari di altri gruppi, manuali e tutoraggio, ma l’implosione avvenne in quegli stessi mesi. Le lotte di potere, gli scandali sui rimborsi, le fighe in altri gruppi, le dimissioni e i ripensamenti sui vitalizi dimostrarono che la macchina organizzativa non reggeva: quei nuovi deputati si trovavano dentro un vulcano, non in un corso di educazione civica.

Reform UK sta vivendo la stessa esperienza, in tempo reale. Ha trionfato come fece il M5S: cavalcando la rabbia, senza basi amministrative né una reale struttura di partito. E si scontra con il medesimo problema: come gestire migliaia di consiglieri in assenza di meccanismi di selezione? Sarah Wood non è un’eccezione, ma il sintomo di una patologia strutturale. La crescita improvvisa non genera ignoranza come scelta, ma come conseguenza inevitabile. E trascina a forza l’ignoranza in uno dei posti in cui sarebbe meglio che non entrasse mai. Fa quasi con orgoglio come un passo ulteriore rispetto alla deriva oculista.

Il M5S conosce bene l’epilogo. Dal 2013, il Movimento ha tentato di radicarsi nel tessuto amministrativo, governando comuni e regioni, esprimendo ministri e affrontando decisioni complesse. Eppure, qualcosa non ha mai attecchito. L’organizzazione interna è rimasta frammentata, le lotte intestine non si sono mai risolte e la base ideologica è crollata sotto il peso della quotidianità. Il Movimento non ha mai saputo trasformarsi in una macchina amministrativa consolidata, neanche con le buone intenzioni dell’ultimo libro era rimasto, che pare essere l’ombrello che copre le vergogne dell’assenza di un radicamento territoriale.

Domenica scorsa, alle amministrative di maggio 2026, è arrivata la conferma definitiva: il M5S è praticamente scomparso dagli enti locali. Non è stato spazzato via da avversari politici tradizionali — circostanza che gli avrebbe garantito una dignità narrativa — è stato cancellato dal suo stesso fallimento organizzativo. Il ciclo si è chiuso in tragedia: dall’ascesa inarrestabile del 2013 al residuo irrilevante del 2026. Tredici anni per capire che l’ignoranza generata da una crescita incontrollata non si cura con i corsi di formazione; è un’ignoranza sistemica. Quando entra troppa gente, troppo in fretta, senza una struttura in grado di contenerla ed educarla, quella struttura non si costruisce più: si disintegra. E questo lo metto dei sondaggi nazionali che continuano a vederlo galleggiare intorno a un risultato a due cifre, inspiegabile visti i dati delle elezioni amministrative.

Reform UK sta camminando sullo stesso filo. Ha fatto il salto nel vuoto, ma partendo da una posizione ancora più fragile: privo di un’idea rivoluzionaria di fondo o del mito fondativo di Grillo, contando solo sull’immigrazione e sulla rabbia anti-establishment. Quando quell’onda si esaurirà — e accadrà — cosa resterà? Una schiera di consiglieri incapaci di gestire una mozione? E dove sono maggioranza, come governeranno e che risultati lasceranno?

In fondo, checché ne dica la vasta schiera dei populisti, la democrazia è un meccanismo di estrema sofisticazione che presuppone, come prerequisito silenzioso, la competenza. Quando il voto si trasforma in un puro atto di sfogo, in una scommessa al buio sulla rabbia, si finisce per scambiare la partecipazione con l’improvvisazione. Il rischio, drammatico, è che la rappresentanza diventi una metafora vuota: una scatola elettorale piena di consensi ma priva di strumenti per governare la complessità del reale. Perché, se è vero che la sovranità appartiene al popolo, è altrettanto vero che la democrazia non sopravvive alla sua stessa inedia procedurale: senza il presidio della conoscenza, il diritto di votare si riduce, inesorabilmente, al diritto di assistere alla propria irrilevanza. Che ha come conseguenza il controllo assoluto da parte di pochi spesso proprio quelli che si volevano cacciare via. L’esempio americano contemporaneo è lì a dimostrarcelo.

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