Memoria e Futuro
Gira la ruota
C’è una ruota che gira senza sosta nel cuore del giornalismo italiano, e gira con una cadenza così regolare da sembrare quasi meccanica, come un congegno oliato da mani invisibili. Ieri la ruota ha fatto un altro scatto, e Mario Sechi — già (brevemente) portavoce di Palazzo Chigi, già direttore dell’Agi, figura stimata trasversalmente da Fazzolari a Conte — ha annunciato sui social di essere stato rimosso dalla direzione di Libero da Antonio Angelucci. Non sarebbe nemmeno una notizia di per sé, se non fosse per il contorno: la scorta assegnata dalla questura di Milano era arrivata dopo una serie di minacce di morte ricevute dall’ambiente anarco-insurrezionalista, scatenate da suoi editoriali sui due anarchici morti nel Parco degli Acquedotti di Roma mentre preparavano una bomba. Dunque: un direttore di giornale viene messo sotto scorta per aver scritto quello che pensa, e poco dopo l’editore lo licenzia. Sembrerebbe uno scandalo, ma non per chi ha memoria di vicende legate sempre ai quotidiani di proprietà Angelucci. come quella del falso attentato al direttore Belpietro. Nella notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre 2010, Belpietro era direttore di Libero — già nel paniere degli Angelucci. Il caposcorta, scendendo le scale del condominio di via Monte di Pietà a Milano dopo averlo accompagnato a casa, sparò diversi colpi di pistola dichiarando di aver sventato un attentato: un uomo travestito da finanziere aveva cercato di uccidere il direttore, ma la pistola si era inceppata. Scattò l’allarme, fioccarono le solidarietà, si tornò a parlare di clima di odio contro i giornalisti di destra e di nuovi anni di piombo.
Nessun testimone. Nessuna immagine sulle telecamere della zona. Nessuna traccia dell’attentatore. Dopo mesi di indagini, la procura di Milano concluse che quella sera non era successo nulla e chiese l’archiviazione. Il colpo di scena finale, rivelato dal Fatto Quotidiano, è degno di una commedia nera: la persona armata nel palazzo, stando alle indagini, era il caposcorta stesso. Lo stesso agente, per inciso, che anni prima aveva “sventato” anche un attentato all’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio — anche quello senza testimoni — e per cui aveva ricevuto una promozione.
Ma torniamo all’oggi. Al posto di Sechi torna Alessandro Sallusti. Un ritorno. Ancora un ritorno. È la parola che meglio descrive la grammatica editoriale del gruppo Angelucci: non si assumono nuovi direttori, si richiamano quelli già usati, come le squadre di calcio male in arnese dal punto di vista finanziario, come vecchi attori di compagnia che conoscono a memoria i testi e non costano troppo in prove di copione.
Per capire fino in fondo lo spettacolo, bisogna guardare la ruota girare dall’inizio. O almeno da un punto di svolta.
Il 7 settembre 2023 è il grande cambio della guardia, figlio anche dell’allargamento del gruppo editoriale: alla guida del Giornale arriva Sallusti, affiancato da Vittorio Feltri come direttore editoriale; a Libero arriva Sechi, con Daniele Capezzone nel ruolo di direttore editoriale. Una soluzione elegante, si disse allora, che sistemava le cose e accontentava tutti. Sechi era reduce da Palazzo Chigi, dove aveva lavorato come portavoce di Meloni: una garanzia di affidabilità per Fratelli d’Italia. Sallusti al Giornale completava il quadro. Due testate, due famiglie politiche della coalizione, ognuna con il suo riferimento direttoriale. Peccato che le famiglie di coalizione, si sa, non vadano sempre d’accordo.
Due anni appena, e la ruota gira di nuovo. A novembre 2025, Giampaolo Angelucci annuncia un nuovo avvicendamento: Tommaso Cerno, già senatore renziano del PD, diventerà dal primo dicembre successivo direttore responsabile del Giornale, mentre Capezzone assumerà la direzione del Tempo. Sallusti, che non accetta un ruolo di secondo piano, se ne va, continua a scrivere per La Verità di Maurizio Belpietro. Belpietro: nome che abbiamo citato precedentemente e che richiama un altro che partecipa al giro della stessa ruota.
Perché Belpietro era stato direttore di Libero, e anche lui era stato fatto fuori dalla famiglia Angelucci. Nel maggio 2016, gli Angelucci rimuovono Belpietro e richiamano Feltri per la terza volta alla guida del quotidiano milanese. La ragione ufficiale era oscura, come sempre in queste faccende; la ragione reale era che Belpietro non dava abbastanza spazio agli editoriali di Feltri, che nel frattempo era stato strappato al Giornale proprio per rafforzare Libero. Belpietro, non uno che incassa in silenzio, si portò via una parte della redazione e fondò La Verità. Dalla ruota degli Angelucci nacque un giornale concorrente. Anche questo è un dato di qualche interesse.
In oltre vent’anni di vita del quotidiano, Feltri ha avuto accanto a sé un catalogo di direttori responsabili (vista la sua espulsione, poi seguita dalle sue dimissioni, dall’OdG) : Franco Garnero, poi Belpietro, poi Pietro Senaldi, poi Sallusti tornato nel 2021, poi Sechi nel 2023. Una compagnia di giro. Nel maggio 2021, Sallusti era tornato subentrando a Senaldi nel ruolo di direttore responsabile, con Senaldi rimasto condirettore. Poi era passato al Giornale per fare posto a Sechi. Ora torna a Libero per fare posto a se stesso. Il cerchio si chiude. Anzi: la ruota compie un altro giro completo. E la testa rischia di girare, in mezzo a tutti questi spostamenti di casella.
Eppure sarebbe sbagliato credere che questa sia una peculiarità della destra editoriale italiana, un vizio di famiglia degli Angelucci. La ruota gira con identica disinvoltura anche dall’altra parte dello schieramento, e lo fa con identica nonchalance, rivestita però di un lessico più rassicurante. Qualche esempio per capirci. Partiamo da Paolo Franchi. Franchi era editorialista politico del Corriere da vent’anni (dal 1986), con ruoli via via crescenti — inviato, capo dei servizi politici, capo dell’ufficio romano, poi editorialista. Nel giugno 2006 lascia per andare a dirigere il Riformista. Il quotidiano era già in orbita Angelucci (la Tosinvest controllava la società editrice). Ci rimane meno di due anni: il 5 marzo 2008 lascia la direzione e torna al Corriere della Sera come commentatore politico. Seguiamo con Concita De Gregorio, che arriva alla direzione dell’Unità nel 2008 provenendo da Repubblica, dove lavorava dal 1990: prima firma, cronaca e politica, la redazione come casa. Dirige l’Unità tre anni, fino al 2011 poi torna a Repubblica nelle vesti di editorialista e autrice della rubrica “Invece Concita”.
Ancora più emblematica, per geometria, la vicenda del gruppo Gedi attorno alla Stampa e Repubblica. Massimo Giannini era vicedirettore di Repubblica quando, nell’aprile 2020, viene nominato direttore della Stampa. Tre anni e mezzo dopo, nell’ottobre 2023, lascia la Stampa e torna a Repubblica come editorialista e autore di podcast, mentre al suo posto subentrava il vicedirettore vicario Andrea Malaguti, cresciuto interamente dentro il quotidiano torinese. Contestualmente, Stefania Aloia lasciava la vicedirezione di Repubblica per andare a dirigere il Secolo XIX. Movimenti interni, rimpasti, ricicli: la proprietà è la stessa, Exor degli Agnelli-Elkann, e i giornalisti circolano tra le testate del gruppo come funzionari trasferiti da un ministero all’altro. Prima ancora, nel 2020, Maurizio Molinari era passato direttamente dalla direzione della Stampa a quella di Repubblica, spostamento laterale che nella logica aziendale del gruppo era una promozione, ma che a guardarlo da fuori assomigliava molto a quello che avviene in Via Majno con i titolari di Libero e del Giornale.
C’è dunque una struttura profonda che accomuna esperienze apparentemente opposte: il direttore che non si licenzia mai davvero, si trasferisce. La testata che non si abbandona, si scambia. Il gruppo editoriale come ecosistema chiuso, dove l’aria riciclata viene spacciata per ventilazione. Quale che sia il risultato ottenuto sotto la sua direzione nel quotidiano da lui guidato. Tanto “c’è la crisi dei giornali”. Esattamente l’opposto del “a grandi poteri rispondono grandi responsabilità” di ragnesca memoria. La differenza tra la galassia Angelucci e la galassia Gedi è di stile, non di sostanza: da una parte il valzer è rumoroso, segnato da annunci sui social e polemiche, dall’altra avviene con il comunicato sobrio dell’amministratore delegato che ringrazia il direttore uscente per “aver rafforzato il prestigio e l’autorevolezza” della testata. Il risultato è identico.
Nel caso Angelucci c’è però un elemento che gli altri non hanno: la coincidenza esplicita tra la proprietà editoriale e l’appartenenza politica. Antonio Angelucci è deputato della Lega, e la Lega aveva lamentato nei mesi scorsi un trattamento non favorevole sui giornali del gruppo. Sechi era, diciamolo, l’uomo di Fratelli d’Italia. Il suo licenziamento assomiglia dunque meno a una decisione editoriale e più a un riposizionamento pre-elettorale: si torna all’asse storico Angelucci-Lega-Sallusti, e il giornale che porta il nome della libertà ridiventa strumento di una famiglia politica interna alla coalizione. Niente di scandaloso, in fondo: è sempre stato così. Scandaloso, semmai, è che lo si faccia con tanta disinvoltura, e che lo si faccia proprio mentre il direttore uscente è sotto scorta.
Mario Sechi uscirà da questa storia con le sue ragioni, la sua scorta e probabilmente qualche spazio televisivo in più su La7 (o magari con un ritorno alla direzione dell’AGI, dove in non pochi si sono lamentati di sentire ancora la sua longa manus nell’attuale gestione). Gli Angelucci avranno il loro Sallusti, la Lega il suo megafono. Gira la ruota. Chi sale scende, chi scende risale, e nessuno si chiede dove si stia andando.
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