Memoria e Futuro
“Lui dice, lei dice…”
Nel febbraio 2014, quando Giorgia Meloni assume la guida di Fratelli d’Italia, il suo è un piccolo partito d’opposizione, il più piccolo del centrodestra. Il programma è netto: abbandono dell’euro, blocco dell’immigrazione, lotta ai “poteri forti” europei. Poche settimane dopo, Matteo Renzi arriva a Palazzo Chigi. Per i successivi (pochi) anni di opposizione, Meloni contesta il governo Renzi (e suoi successori) da una posizione di minoranza: critica la sottomissione alla Merkel e ai diktat europei succubi dei poteri forti, il Jobs Act e, nel tempo rimanente, la moneta unica. Prova a cercare il trending topic, com’è giusto per una piccola formazione che cerca visibilità. Fratelli d’Italia resta ai margini della coalizione di cui fa parte, come partito minore, ma è irriducibile.
Dodici anni dopo, nel maggio 2026, la ruota ha girato. Meloni è premier da tempo, e guarda caso, di quei temi “irriducibili” del 2014 — l’uscita dall’euro, la rivolta contro Bruxelles, il sovranismo di rottura — non c’è più traccia nell’agenda di governo: evidentemente, nel trasformarsi in istituzione, la premier ha scoperto che l’austerità è molto più gradevole se la gestisci tu. O forse al governo cambiano le prospettive delle cose. Parallelamente, Matteo Renzi, dopo aver assaporato i palazzi del potere, si ritrova ora nel ruolo che fu della Meloni: leader della formazione più piccola di una coalizione di minoranza, confinato in quella stessa posizione di irrilevanza parlamentare da cui Giorgia urlava al mondo dodici anni fa.
Ed è da qui che arriva l’ultima provocazione renziana: manifesti nelle stazioni col claim “Quando c’era lei”, un gioco ironico che evoca l’estetica fascista. È la mossa classica di chi non può competere su risultati e amministrazione: punta alla viralità, al battibecco social, al tormentone che rimbalza in rete.
È qui che Meloni, nonostante la previa esperienza come leader di un partito corsaro, commette l’errore. Invece di ignorare il “piccolo” che urla nel deserto, decide di inseguire. Replica sui social, lancia contro-manifesti, scende nel fango della comunicazione virale. È un errore tattico ricorrente che è il sintomo di una difficoltà che in questo momento serpeggia tra i banchi della maggioranza: il leader forte che insegue il debole sul terreno dove quest’ultimo è più agile. Un partito minore ha un’arma sola: la provocazione. Ma quando chi detiene il potere esecutivo accetta la sfida, si sminuisce. Abbandona la statura dell’istituzione per litigare con chi non ha alcuna responsabilità decisionale.
Renzi sa cosa sta facendo. Consapevole di non poter scalfire Meloni su economia o stabilità — e sapendola reduce dalla sconfitta al referendum sulla giustizia di due mesi fa — gioca l’unica carta rimasta: il meme. E Meloni abbocca. C’è una regola non scritta: quando il grande insegue il piccolo, il grande perde la propria dimensione. Non perché perda il confronto numerico — la premier avrà certamente più follower — ma perché, nel momento dello scontro, il piccolo ha già vinto: ha trascinato la premier sul proprio terreno, rendendola un’interlocutrice equivalente.
Il danno per Meloni non è il contenuto del duello, ma aver permesso che diventasse l’arena principale. Ha trasformato il governo in una campagna pubblicitaria, lasciando che un leader in caduta libera imponesse l’agenda. Resta però un dubbio di fondo: questa scelta denota una reale insicurezza politica sulla tenuta del consenso, o è solo il riflesso condizionato di uno staff prigioniero di una “campagna elettorale permanente”, incapace di staccarsi dal mondo virtuale per tornare a governare il reale? In entrambi i casi, la premier ha già ceduto il controllo del gioco.
Ma quando il controllo del gioco sfugge, la reazione psicologica di una classe dirigente in difficoltà è spesso quella di “tornare a casa”, rifugiandosi nelle proprie radici per cercare protezione. Quale miglior ritorno a casa, per la destra, della commemorazione di Giorgio Almirante? Eppure, anche questo passaggio si è trasformato in un boomerang. Nello scorso fine settimana, l’ennesima celebrazione via social (e successive interviste , e successivi commenti via social) è diventata un altro fallimento d’immagine: le opposizioni sono andate a nozze, evocando le pagine più buie della storia, le firme sui bandi di morte e la militanza nel regime, costringendo Meloni e La Russa a una manovra difensiva che puzza di muffa.
Il paradosso è tutto qui: un governo che dovrebbe guardare al futuro si ritrova ingabbiato nella nostalgia, schiavo di una memoria che non può né rinnegare né riesce ancora a gestire con disinvoltura. La classe dirigente di Fratelli d’Italia, nel tentativo di riaffermare la propria identità di fronte allo smarrimento della rotta politica, finisce per consegnare ai critici l’arma perfetta: l’immagine di un gruppo che, nonostante il potere, non riesce a liberarsi dal feticismo dei propri padri. Si rendono nostalgici in un momento in cui, per governare davvero (e sperare di continuare a farlo dopo le prossime elezioni), non possono permettersi di esserlo.
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