Memoria e Futuro

Le scatole rotte

di Marco Di Salvo 22 Maggio 2026

Domenica, 6,2 milioni di italiani andranno a votare in 743 comuni. Certo, non ci sono metropoli in questa contesa elettorale, ma un voto che rappresenta più del 10% dell’elettorato nazionale è comunque da tenere in conto, sempre che lo si voglia fare.. Ma, mentre il governo, ancora stordito dal verdetto del referendum di marzo sulla giustizia, pare ignorare la competizione e vorrebbe recitare il copione consueto della coalizione granitica, la realtà del sistema politico nazionale si sgretola tra le dita. Le amministrative sono una terra di nessuno dove il simbolo del partito — che sia PD o altro — appare come un reperto archeologico, spesso negato, sovente oscurato da candidature civiche che profumano di feudo e non di progetto.

I media hanno guardato altrove fino a un istante fa. Hanno temuto di dover raccontare l’indicibile: che il centro, la destra e la sinistra sono ormai soltanto etichette appiccicate su una materia informe. Solo ora, con il fiato sul collo del voto, si accorgono che il termometro locale non misura la salute della nazione, ma il suo scollamento dalla realtà.

In questa desolazione, il caso Vannacci è da manuale. Futuro Nazionale — nato  formalmente pochi mesi fa ma da più di un anno in agitazione — è un oggetto ancora non identificato, che sfuggirà al confronto anche in questa occasione, riservandosi l’esordio solo l’anno prossimo. 50 mila nomi di presunti iscritti, per un contenitore che non si sa se sia di proscritti, di elettori o di nostalgici in una chat, che forma abbia o voglia avere in futuro. Vannacci non vuole misurarsi con il voto amministrativo. Lo snobba. Teme l’attrito dei marciapiedi, la verifica brutale del consenso che si conta lista per lista. La sua è una scommessa da laboratorio: attendere le Politiche per vedere se l’aura del leader possa fare a meno dell’organizzazione. È una sfida e combatte il vuoto  delle organizzazioni politiche nazionali con il sottovuoto della leadership presunta carismatica.

Dall’altra parte, c’è chi invece ci prova. Michele Boldrin recita, da anni oramai, la parte dell’incompreso dal mondo della politica ufficiale che torna a bussare alla porta della storia. Con il suo “Ora!”, movimento sorto dal basso e con una certa capacità di attrazione nei confronti dei giovani della fascia universitaria, dopo una prima (forse) incoraggiante prova alle suppletive di qualche mese fa in Veneto, cerca spazio a Venezia. Ma la sua è una creatura che,  in un certo senso, nasce già vecchia di velleità, stretta tra la  scarsa simpatia del personaggio e l’impossibilità di diventare davvero un’alternativa credibile al gran casino che c’è al centro dello schieramento politico nazionale, perso tra chi fa la pallina di ping pong tra una coalizione e l’altra e chi da “centrista” vuole fare il king maker del campo largo, un po’ come la pulce che pensa di essere il  nocchiero del cavallo. C’è da dire che la vicenda delle elezioni di Venezia è simbolica anche perché rischia di restituire al centro sinistra la città governata nelle ultime due legislature dal centro-destra. Un segnale di allarme, anche questo, sullo stato di salute del governo. Almeno quanto tutti i contesti in cui tra il nord e il centro i candidati della coalizione di governo si presentano separati come se attendessero un regolamento di conti al primo turno.

Poi c’è il vero specchio (oscurato) della crisi: il PD. Perché, sebbene non sia stato fin troppo sottolineato sulle cronache nazionali, a livello locale queste elezioni amministrative hanno presentato, almeno in due occasioni, delle condizioni di forte attrito tra dirigenza locale e dirigenza nazionale dello stesso partito. E in quel sud che da tutti è descritto come il granaio del consenso del futuro campo largo. A Salerno, Vincenzo De Luca si libera del simbolo come di un peso morto e corre in proprio. A Enna, Mirello Crisafulli viene di fatto “accettato” dal partito dopo che il simbolo gli era stato negato, in un gioco di specchi che dice tutto sulla fragilità di via del Nazareno. Non c’è più militanza, non c’è più ascolto dei territori non c’è più legame tra locale e nazionale: c’è solo occupazione di spazi di comunicazione e poco altro. Il partito è un guscio vuoto: se vincono, si rubricheranno queste vittorie come parte del campo largo (ma in realtà vincono loro, i capibastone tanto osteggiati a parole); se perdono, il partito rimane  fuori dal disastro.

Il 24 e 25 maggio non si deciderà certo il futuro del Paese, ma sono comunque elezioni interessanti in quanto si certificherà l’implosione di una scatola (quella dei partiti nazionali) che da tempo non contiene più nulla, se non l’illusione di organizzazioni sparse sul territorio. Vannacci osserva dal balcone, i baroni blindano i feudi, il governo balbetta narrazioni che oramai risultano vecchie all’orecchio dell’elettorato. La frammentazione non è un’anomalia: è l’unico esito logico di una classe politica che ha smarrito la capacità di costruire un’idea di comunità. Si va a votare non per scegliere un’alternativa tra due idee di governo locale, ma per contare i cocci rimasti. Nella speranza che che la prossima onda (nera?) non li spazzi via del tutto.

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