Memoria e Futuro
Due spicci di coerenza
C’è una certa eleganza nella coerenza dei vecchi, il problema è riuscire a trovarla, di questi tempi. Prendete Romano Prodi: a Otto e mezzo ieri sera, ha liquidato le primarie aperte con tre parole: «mi fanno ridere». Ha aggiunto che o si trova tutti d’accordo su un papa straniero, o tocca al leader del partito più grande. Netto, quasi sprezzante. Peccato che il padre delle primarie aperte in Italia si chiami esattamente Romano Prodi.
Sarà un problema di memoria, sarà la particolare libertà che viene con l’età, sarà che parlare con Lilli Gruber la sera produce certi effetti. Fatto sta che Prodi ha detto ieri la cosa esattamente contraria di quella che ha costruito vent’anni fa, senza che nessuno in studio abbia ritenuto necessario sollevare l’obiezione. In Italia funziona così: puoi dire tutto e il contrario di tutto, basta farlo con sufficiente autorevolezza. Il punto non è la contraddizione in sé — le posizioni cambiano, e può essere onesto dirlo. Il punto è che nessuno è tenuto a spiegare perché.
È lui, il Professore, che (assieme al sempre ottimo Arturo Parisi) nell’ottobre del 2005 convinse la coalizione dell’Unione a portare ai gazebo la scelta del candidato premier. Erano sette candidati, un euro di contributo simbolico, oltre quattro milioni di votanti: il 74 per cento scrisse il suo nome sulla scheda. Quella consultazione fu definita dagli organizzatori stessi «una iniziativa assolutamente nuova, destinata a restare nella storia politica del paese». E così fu, nel bene e nel male.
Il punto è che in Italia le primarie non sono mai state davvero primarie. Negli Stati Uniti, dove lo strumento è nato alla fine dell’Ottocento nei movimenti progressisti, servono a scegliere tra candidati che si contendono realmente il campo. In Italia hanno funzionato quasi sempre come cerimonia di investitura: il candidato era già stato individuato nel retrobottega, la consultazione popolare serviva a dargli una vernice plebiscitaria. Prodi nel 2005 era già il candidato concordato. Veltroni nel 2007, quando il PD nacque e si votò per il primo segretario con un euro di contributo e tre milioni e mezzo di partecipanti, era il candidato designato. Il format era quello della corsa solitaria con comparse.
Le eccezioni esistono e sono istruttive. In Puglia nel 2005 il candidato dell’apparato era Francesco Boccia; vinse Nichi Vendola, e nessuno sapeva cosa farsene. Nel 2023 gli iscritti ai circoli avevano eletto Bonaccini col 52 per cento; vinse Schlein ai gazebo con un milione di votanti. Entrambe le volte, quando le primarie hanno funzionato davvero, il sistema le ha vissute come un fastidio. La parabola della partecipazione dice il resto: dai quattro milioni del 2005 al milione scarso dell’ultima volta, con ogni segretario eletto che si è poi dimesso prima della scadenza del mandato. Le primarie non hanno prodotto né leadership stabili né coalizioni più solide. Hanno prodotto gazebo, polemiche, e candidati sconfitti che fondavano correnti per vendetta.
Intendiamoci, Prodi ha ragione nel senso stretto: le primarie aperte per scegliere il candidato premier di un campo largo che non esiste ancora sono uno strumento improprio per un problema che è di sostanza politica, non di procedura. Ma la sua ironia ha il difetto di quella di chi ha costruito una casa senza tubature efficenti e ora si stupisce che perda acqua.
Il meccanismo, però, è lo stesso che si è visto in questi giorni sul fronte opposto, quello governativo, con la questione della flessibilità di bilancio concessa da Bruxelles sulle spese energetiche. Il governo ha presentato l’accordo come un successo diplomatico, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Giorgetti soddisfatto, Meloni ottimista che fa il solito video entusiasta in cui passeggia per palazzo Chigi, comunicati trionfali. Peccato che leggendo le condizioni il trionfo si ridimensioni considerevolmente. La flessibilità è disponibile, ma va spesa esclusivamente per accelerare la transizione energetica: reti elettriche, stoccaggio, fonti pulite, incentivi per i veicoli elettrici, ferma opposizione a favorire l’energia fossile di qualsiasi tipo. Non un euro per tagliare le accise, non un euro per sussidi generalizzati alle famiglie. La coperta europea esiste, ma copre solo il letto verde. Nessuno, tranne che chi lo fa per mestiere di opposizione, che segnali l’incoerenza.
Come si faccia a chiamare questo un successo di governo come quello attuale che ha fatto di tutto per frenare qualsiasi minima transizione ecologica è una di quelle domande che in Italia è meglio non fare ad alta voce. La risposta la conoscono i politici: si dice che è un successo, si conta sulla memoria corta, si spera che gli italiani ci credano. Di solito funziona.
Prodi e il gazebo, Meloni e Bruxelles: storie diverse, stesso meccanismo. Il paese in cui si può dire tutto il contrario di tutto, e farla franca, non ha bisogno di coerenza. Ha bisogno di tono appropriato e della faccia di un famoso titolo di Cuore.
Devi fare login per commentare
Accedi