Memoria e Futuro

Era meglio prima

di Marco Di Salvo 24 Giugno 2026

C’è una frase, pronunciata da un protagonista, forse minore, della politica italiana dell’ultimo trentennio durante un’intervista e rilanciata il 12 giugno scorso dall’ANSA, che vale da sola come epitaffio politico di un’era: “Anche il furto in politica un tempo aveva le sue regole, si pensi al finanziamento illecito ai partiti, era un sistema. Quelle regole in Sicilia sono saltate, la corruzione dilaga e chi ruba lo fa per interessi personali e familiari.” Parole di Gianfranco Miccichè, già viceré berlusconiano, già presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, già fondatore di Forza Italia in Sicilia, già indagato per peculato e truffa, già condannato a risarcire l’ARS per l’uso improprio dell’auto blu, già sospeso dalla carica di deputato regionale per decreto del Consiglio dei ministri. Già, soprattutto, molte altre cose ancora.

Il punto non è tanto cosa dice Miccichè — il punto è che lo dice con la disinvoltura di chi descrive le norme di un codice della strada che nessuno rispetta più. La nostalgia del furto organizzato, dello scippo con ricevuta, della tangente come forma di finanziamento pubblico mascherato: ecco la profondità del pensiero politico di un uomo che ha attraversato trent’anni di storia siciliana e nazionale come se fossero una lunga partita a scopone tra amici affidabili.

Bisogna però riconoscergli coerenza. Miccichè non è mai stato un politico ipocrita di quelli che in pubblico inorridiscono e in privato trattano. È un politico di un tipo più raro e quasi simpatico: quello che esplicita quello che tutti pensano e nessuno dice. Quando racconta che “un tempo” il finanziamento illecito era “un sistema”, sta descrivendo con esattezza il regime della Prima Repubblica, quella degli accordi tra partiti e imprese, dei fondi neri e degli appalti regolati. E lo fa involontariamente anche in barba a quelli che utilizzano questo artificio retorico per rendere più luminosa la realtà della prima Repubblica (rispetto a quella che era) quando si lanciano in ricordi nostalgici probabilmente della loro gioventù che inevitabilmente si concludono con un sospiro e un “Era meglio prima”. In più, lo fa come se ne fosse stato spettatore esterno, e non uno dei protagonisti della stagione che a quella Prima Repubblica è venuta subito dopo — quella berlusconiana, alla quale ha partecipato in prima persona fin dalla fondazione stessa del partito, nel 1993, con il ruolo di coordinatore regionale in Sicilia, trampolino verso una carriera che l’avrebbe portato a essere sottosegretario, viceministro e infine presidente dell’ARS. In quella stagione le regole erano cambiate nella forma ma non nella sostanza. Dunque la degenerazione odierna che Miccichè deplora non è l’effetto di un cedimento improvviso: è il prodotto finale di una scuola che lui stesso ha fondato e diretto per vent’anni.

Ma Miccichè è anche qualcosa di più di un personaggio pittoresco. È un tipo antropologico preciso: il notabile che ha fatto della propria biografia la dimostrazione vivente che in Italia non si cade mai del tutto. Che si può essere indagati, processati, risarcire, e poi tornare sul palco di un comizio di ringraziamento per parlare alla folla come se niente fosse accaduto. È esattamente quello che ha fatto il 28 maggio scorso ad Enna: davanti a una piazza attenta, l’ex viceré berlusconiano ha tirato fuori un segreto custodito per vent’anni, la storia di come nel 2006 Vladimiro Crisafulli — allora senatore del Partito Democratico, cioè dell’opposizione — lo avesse avvertito telefonicamente di una trappola orchestrata da Alfano e Cuffaro per non farlo eleggere presidente dell’ARS, e di come lo stesso Crisafulli si fosse nascosto in una camera attigua per ascoltare non visto l’intera conversazione con gli ignari interlocutori. Ha concluso, con l’aria di chi sa il fatto suo: “Avete eletto un uomo con la U maiuscola.”

L’aneddoto è rivelatore su più piani. Anzitutto racconta che l’amicizia tra Miccichè e Crisafulli non è quella tra due colleghi di partito: è quella tra due avversari formali che si sono aiutati a vicenda quando contava, attraversando lo specchio dello schieramento con una disinvoltura che avrebbe fatto inorridire qualunque segreteria di partito seria. Che il centrosinistra e il centrodestra siciliano fossero (al momento opportuno) due fazioni della stessa classe dirigente — con reti di relazioni personali che attraversavano trasversalmente le distinzioni di bandiera — non è una novità per chi abbia seguito la politica regionale siciliana degli ultimi trent’anni. Miccichè, raccontandolo in piazza a Enna, lo trasforma in un vanto.

Il secondo piano è quello del presente. Miccichè ha già dichiarato che non si ricandiderà alla prossima tornata regionale. Formalmente, da aprile 2026 è sospeso dalla carica di deputato regionale. Ma come dimostra la sua presenza sul palco di Enna — e le sue interviste settimanali alle agenzie di stampa, nelle quali dispensa giudizi sul centrodestra in decomposizione, propone l’abolizione dell’elezione diretta del presidente della Regione e pronostica futuri politici con la scioltezza di un radiologo che legge una lastra — uscire dalla politica siciliana è una condizione tecnica, non esistenziale. I notabili di lungo corso non vanno in pensione: cambiano funzione. Smettono di essere giocatori e diventano arbitri, o meglio, consulenti/commentatori con diritto di fischio.

Tornando alla sua diagnosi sullo stato della politica regionale e nazionale, essa è un capolavoro involontario: “Nei partiti non comanda più nessuno e di conseguenza la politica non esiste più. C’è in atto un disastro, il livello di ignoranza dei politici è inaudito. Si è capito in questi anni che la premier Meloni è brava ma attorno a sé ha il deserto dei tartari.” Chi parla è un uomo che ha militato in Forza Italia dai tempi della fondazione, che ha costruito il proprio potere sull’asse con Berlusconi, e che ora osserva con raccapriccio il risultato di quella scuola politica applicata ai suoi allievi. È come se il professore di chimica si lamentasse che i suoi studenti abbiano fatto saltare il laboratorio: il metodo era quello, i risultati erano prevedibili. Forza Italia non era l’equivalente dell’ENA francese nella formazione della classe dirigente. Era una rete di relazioni personali tenuta insieme da un leader carismatico e da un sistema di preferenze che premiava la fedeltà più della competenza. Quando il leader è venuto meno, la rete si è sfibrata, e quello che rimane è esattamente il “deserto dei tartari” che Miccichè osserva attonito, dimenticando di essere stato uno dei principali desertificatori.

Il paradosso finale è che la diagnosi di Miccichè non è sbagliata: la corruzione dilaga davvero, i partiti sono davvero vuoti di comando, la destra regionale è davvero allo sbando. Il problema è il medico che la formula. Nella storia della medicina si chiama conflitto di interessi. Nella storia della politica siciliana si chiama autobiografia.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.