Memoria e Futuro

Il bando e il suo prezzo

di Marco Di Salvo 9 Settembre 2026

Ogni volta che un partito giudicato pericoloso cresce nei sondaggi, in qualche cancelleria europea si riaffaccia la stessa domanda: perché non vietarlo? È successo di nuovo in Germania in questi giorni, dopo che l’Afd ha sfiorato il 44 per cento in Sassonia-Anhalt. Il presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia Hendrik Wüst (possibile prossimo leader della CDU) propone un gruppo di lavoro tra Bund e Länder per valutare “a esito aperto” un Verbotsverfahren; il ministro della Difesa Pistorius e il governatore verde del Baden-Württemberg Özdemir chiedono da settimane di procedere almeno contro le sezioni regionali già classificate come apertamente di estrema destra. Uno storico che pure appoggia l’iniziativa la definisce, senza troppi complimenti, un gesto simbolico: la Corte costituzionale non decide in pochi giorni, e intanto le schede si contano lo stesso. Un editorialista della Frankfurter Allgemeine osserva che brandire ora la messa al bando comunica agli elettori, non solo a quelli dell’Afd, che le elezioni contano solo quando le vince chi le mette al bando. È un rito che la Germania ripete da tempo: contro il partito neonazista Npd, respinto due volte, nel 2003 perché infiltrato dagli stessi servizi che ne chiedevano lo scioglimento, nel 2017 perché irrilevante. Contro il Kpd comunista, invece, riuscì, nel 1956. Il filo che lega questi precedenti è rivelatore: si vieta ciò che è già marginale, non ciò che vince le elezioni.

Dietro il rito c’è una domanda più vecchia, che la dottrina costituzionale del Novecento e gli “appassionati ” di queste tematiche ha imparato a porre in due modi opposti. C’è una democrazia che chiamiamo assoluta: quella di Hans Kelsen, per cui nessuna verità politica è definitiva, e dunque nessuna maggioranza può essere fermata in nome di una verità che non esiste. È la logica che permise alla Repubblica di Weimar di consegnarsi, per via parlamentare e a norma di regolamento, a chi l’avrebbe abolita. E c’è una democrazia relativa, o protetta, teorizzata da Karl Loewenstein proprio a partire da quel fallimento: alcune cose non sono negoziabili nemmeno dalla maggioranza, e lo Stato può escludere per legge chi userebbe le regole del gioco per cancellarle. È l’articolo 21 della Legge fondamentale tedesca, scritto apposta perché Weimar non si ripetesse.

Due casi mostrano dove porta, in pratica, la seconda strada. In Algeria, nel dicembre 1991, il Fronte islamico di salvezza vinse il primo turno delle elezioni con margini tali da rendere probabile, al secondo, una maggioranza costituente. Un diplomatico americano coniò la formula che riassumeva la paura dei generali: un uomo, un voto, una volta sola. L’esercito prevenne quel voto con un golpe, sciolse il partito, internò novemila militanti nel deserto. Non ne seguì la salvezza della democrazia, ma un decennio di guerra civile e centomila morti. In Turchia, il Refah Partisi di Necmettin Erbakan arrivò al governo nel 1996, fu costretto alle dimissioni da un golpe “post-moderno” nel 1997 e sciolto dalla Corte costituzionale nel gennaio 1998 per il suo progetto di sharia; la Corte europea dei diritti dell’uomo, a Strasburgo, confermò all’unanimità nel 2003, abbracciando esplicitamente un’idea “militante” di democrazia. Ma l’ex sindaco di Istanbul di quella corrente, incarcerato per una poesia, fondò di lì a poco un partito più cauto, l’Akp, che vinse le elezioni del 2002 con metodi ineccepibilmente legali; il suo fondatore, ancora interdetto dai pubblici uffici per quella condanna, sarebbe diventato primo ministro l’anno successivo. Si chiama Recep Tayyip Erdoğan, e per decenni ha usato contro altri, a cominciare dal partito curdo, gli stessi strumenti giudiziari che un tempo furono usati contro di lui. Ora pare aver cambiato stile, ma è ancora presto per dirlo.

Vietare non fa sparire la domanda politica a cui il divieto risponde: ne sceglie solo la forma, la violenza o il ritorno paziente in abiti più presentabili. La Germania, per ora, si limita a un gruppo di lavoro. Il resto lo deciderà, come sempre, chi voterà davvero.

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