Partiti e politici
Emma, il taxi e quei «no» che diventavano passione
Emma Bonino: in taxi a Milano nel 2011 temeva di non aver dato tutto. Pannella la spingeva oltre i no; poi le istituzioni li divisero, e Marco soffrì. In ufficio rubava i giornali: trovò solo Manifesto e Foglio, «Leggi solo questi?». Non un coccodrillo, ma memoria personale.
L’ultima volta che l’ho vista a tu per tu “in solitaria” è stato in un taxi, negli ultimi giorni della campagna elettorale per le comunali di Milano. Era il 2011, si candidava con la Lista Bonino-Pannella a sostegno di Giuliano Pisapia. Fuori pioveva, lei guardava i manifesti sfuggire dai vetri e a un certo punto disse, quasi tra sé: «Vorrei essere stata capace di dare tutto per questa campagna». La rassicurai, come facevo spesso. Le dissi che era il miglior candidato possibile, che la sua disponibilità ad ascoltare i consigli – anzi, a nutrirsene – era la sua forza. E lei annuiva, con quell’aria di chi non è mai del tutto convinto, ma che poi, appena scendeva dal taxi e metteva piede in piazza, si trasformava.
Sempre in quei giorni milanesi, mi trovai a parlare con Marco. Gli dissi: «Ti ricordi quando alle campagne elettorali comunali a Catania mettesti su una gara con Rino Nicolosi per chi aveva più preferenze, costringendo il vincitore a restare al consiglio comunale?». E poi aggiunsi: «Emma potrebbe fare la stessa cosa con Silvio Berlusconi (che era candidato anche lui come capolista alle elezioni comunali)». Marco mi guardò e, sorridendo con quella sua faccia sarcastica, mi rispose: «Ma Emma non può farlo, perché Emma è istituzionale». Quella frase mi è rimasta dentro. Perché diceva tutto: di come Marco la vedesse, di come la volesse, e anche di come Emma stesse ormai scivolando altrove. E anche questo ha pesato, alla fine, nel rapporto tra Marco e Emma. A un certo punto, prima della rottura, intorno alla fine degli anni Dieci, il legame con alcune figure istituzionali – dal Presidente Napolitano a Romano Prodi, ad altri – ha scollegato Emma da Pannella. E per Pannella è stata una grande sofferenza.
Mentre fino a quel momento Emma ascoltava Marco, pur recalcitrando, da quegli anni in poi si alzo un muro. Perché Emma era così, fino a quel momento: diceva no all’inizio. No, non mi convinco. No, non mi espongo. No, non è il momento. Poi però bastava che Marco la stramazzasse con una delle sue arringhe – e lei, puntualmente, finiva in lacrime. L’ho vista piangere non poche volte, dopo quelle discussioni. Piangeva di rabbia, di stanchezza, forse di quella dipendenza affettiva e politica che non ha mai davvero reciso, neanche negli anni dell’allontanamento. Eppure, quando poi partiva la campagna referendaria, la battaglia per la moratoria sulla pena di morte, il tribunale internazionale, sembrava che l’avesse inventata lei. Raccontava quelle cose con una tale forza, una tale capacità di rendere semplice il complicato, che ti convinceva. Ti convinceva che fosse possibile.
Era il suo talento: non la retorica, ma la capacità di far sembrare ovvia una battaglia che ovvia non era. Metodica, disciplinata, piemontese – come è stato scritto – in contrasto con il Pannella torrenziale e geniale. Ma senza di lui, senza quel consigliere dittatore massimo che la spingeva sempre un passo oltre le sue resistenze, Emma ha perso qualcosa. Dopo la rottura, dopo la solitudine di Più Europa, lo slancio si è fatto più faticoso. Non era più la stessa. Mancava quello stimolo che la costringeva a dire sì quando tutto il suo istinto diceva no.
Un altro ricordo. Emma passava in ufficio e, senza chiedere, cominciava a rubarmi i giornali. Non li prendeva tutti: faceva una ricognizione, sfogliava, scartava. Un giorno trovò solo Il Manifesto e Il Foglio. Si fermò, li tenne uno per mano, mi guardò con quella faccia tra lo schifato e il divertito, e disse: «Ma leggi solo questi?».
Non c’era disprezzo, era curiosità delusa. Lei leggeva tutto: Corriere, Repubblica, Stampa, Financial Times, Le Monde, Herald Tribune. Aveva bisogno di più voci, più lingue, più mondi. Quei due giornali, messi insieme, le sembravano una dieta insufficiente. Poi, però, se li portò via lo stesso. Li lesse in piedi, commentando tra sé, e ogni tanto alzava gli occhi per lanciarmi un’occhiata complice.
Era il suo modo di stare al mondo: arraffare notizie, confrontarle, non accontentarsi mai. E rimproverarti con ironia se ti accontentavi. Ancora oggi, quando vado in edicola e mi ostino a comprare solo quelle due testate, sento la sua voce: «Ma leggi solo questi?».
Al funerale di Marco, a piazza Navona, non l’ho mai vista piangere. Occhi attoniti, la voce ferma. Ma dentro, credo, stesse piangendo per l’unica persona che l’aveva capita fino in fondo. E forse, in quel taxi a Milano, stava già piangendo per sé stessa: per quella campagna in cui sentiva di non aver dato tutto, per quell’ennesima volta in cui aveva detto no prima di dire sì.
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