Memoria e Futuro
La misura vera
Il 4 settembre l’assemblea generale dell’Onu ha votato una mappa. Non un trattato né una sanzione, ma una mappa. Centosessantaquattro sì, un no — gli Stati Uniti che l’hanno bollata come distrazione ideologica (proprio loro, che hanno un presidente che passa il tempo a cambiare il nome di golfi e laghi in relazione al criterio simpatici/antipatici) — sei astensioni, tra cui l’Ucraina. La proposta viene dal Togo, per conto dell’Unione Africana. Chiede di sostituire, poco alla volta, la proiezione di Mercatore con la Equal Earth.
Mercatore disegnò la sua carta nel 1569 per far navigare le navi, non per misurare gli imperi. Ma un impero si è sempre misurato anche a colpo d’occhio, e per cinque secoli l’occhio ha visto ad esempio il confronto tra la Groenlandia (territorio autonomo appartenente al Regno di Danimarca, quindi europeo) e l’Algeria (o l’intero continente africano). Sulla mappa di Mercatore, la Groenlandia e l’Africa sembrano avere quasi le stesse dimensioni. Nella realtà, l’Algeria da sola è più grande della Groenlandia, e l’intera Africa è ben 14 volte più estesa. La geografia mentiva con garbo, cioè a favore di chi la guardava da nord.
Due giorni dopo il voto all’Onu, in Sassonia-Anhalt l’AfD ha preso il 43,8 per cento. La Cdu, dimezzata, si è fermata al 17,2. Non si tratta di un sondaggio (come quelli di cui tanti si riempiono la bocca dalle nostre parti per disegnare scenari e strategie), ma di un risultato. Manca un pugno di seggi alla maggioranza assoluta, e la chiave del governo regionale passa ora dal Bsw di Sahra Wagenknecht, che sull’AfD non esclude nulla, “in base ai contenuti”, usando la stessa lingua diplomatica con cui un tempo si escludeva tutto.
La Francia, per non essere da meno, ha annunciato che abbandona Mercatore. Ma non passa alla Equal Earth: sceglie la Eckert IV, un’altra proiezione, leggermente più indulgente con le sue proporzioni. Anche quando si corregge, la vanità in Francia fa si che si preferisca farlo su misura. Il Rassemblement National, dal canto suo, non ha bisogno di vincere un’elezione per contare: gli basta esistere, e la Quinta Repubblica intera si organizza intorno a quell’esistenza, come una casa che disponga i mobili intorno a una crepa. Adattamento o resistenza si vedrà tra qualche settimana.
C’è anche una mappa più lenta, quella dei corpi: non la vota nessuna assemblea, non la corregge nessun ministero degli Esteri. Nel 1900 l’Europa era la residenza di un quarto dell’umanità. Oggi il continente, Russia compresa, sfiora appena il 9 per cento; l’Unione europea, presa da sola — 452 milioni di abitanti su 8,3 miliardi nel mondo — non arriva al 6, e le stime Onu la portano verso il 7 per cento del pianeta entro il 2050, calcolando l’intero continente. Si discute di seggi, di frontiere e di sovranità in una casa che sparisce mentre discute.
Anche l’Italia racconta la sua parte attraverso l’anagrafe, senza bisogno di aspettare un’elezione. Nel 2025 sono nati 355mila bambini, il minimo storico, con 1,14 figli per donna. Un residente su quattro ha più di sessantacinque anni. La popolazione resta ferma poco sotto i 59 milioni non perché nasca, ma perché arriva da fuori chi nasce altrove: i cittadini italiani calano di anno in anno, i residenti stranieri aumentano quasi della stessa cifra. È la sostituzione demografica più reale che esista, ed è l’unica che tiene in piedi il Paese, anche se è la sola di cui, in Parlamento, quasi nessuno vuole intestarsi il merito. Anzi si fa di tutto per frenarla, brandendo l’arma della sostituzione etnica. Ma di quale “etnia”, di grazia, quella che sparisce da sola?
Anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu, del resto, è un anacronismo in tutto e per tutto: cinque seggi permanenti fissati nel 1945, che raccontano chi vinse una guerra ottant’anni fa e non chi pesa oggi sul pianeta — non l’Africa, che si è appena presa una carta più giusta e aspetta ancora un seggio permanente, non l’India, che da sola supera l’intera popolazione del continente europeo.
Tra tutte queste notizie corre lo stesso filo, ed è il filo che l’Europa non vuole vedere. Mentre si discute la cartina più giusta del pianeta, si produce il proprio ridimensionamento reale — elettorale, demografico, geopolitico — senza che nessun voto dell’Onu sia necessario per certificarlo.
Il centro non è mai stato un luogo. È stato un rapporto di forza travestito da geografia e da demografia. Quando la forza si sposta, la vecchia mappa resta vera solo a chi non ha ancora guardato altrove: Pechino, che non chiede permesso a nessuno; Washington, decisiva anche mentre vota no alle proprie mappe; l’India, che sulla Equal Earth non si sbilancia, riservandosi ogni proiezione utile, il che è già una forma di potere; l’Africa, che una carta l’ha chiesta e ottenuta, mentre la sua popolazione continua a crescere di decine di milioni l’anno, proprio quando quella europea smette di farlo.
L’Europa balbetta invece di rispondere. Alle proprie crisi risponde nazionalizzandole ancora di più: più frontiere, più partiti che promettono di restaurare una misura — demografica, prima ancora che politica — che non le appartiene più da tempo. È il gesto di chi, davanti a una cartina nuova, si ostina a cercare quella vecchia, convinto che il problema sia la carta e non la propria dimensione.
Non scompare l’Europa. Non diventa irrilevante la Germania, non smette di contare la Francia, non collassa l’Italia. Ma nessuna delle tre può più permettersi di credere che ciò che accade in casa propria abbia automaticamente un’eco sul resto del pianeta. La correzione della mappa non riduce nessuno: si limita a mostrare, con quattro secoli di ritardo, quanto già pesa ciascuno — nei seggi, nei voti, e ormai anche nelle culle. La scala era sbagliata. La sostanza, purtroppo, anche.
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