Memoria e Futuro

I trumpettieri

di Marco Di Salvo 26 Giugno 2026

C’è un tipo umano che il Mediterraneo conosce bene. Lo trovi già da queste settimane assolate sulle spiagge della Romagna o della Toscana, settanta/ottantenne, abbronzato come un mobile da giardino lasciato fuori per vent’anni, la collanina d’oro che gli affonda nel petto come in un terreno argilloso, la camicia aperta sul corpo che ha smesso di essere quello di una volta senza che lui se ne sia accorto — o senza che voglia accorgersene. È ancora in forma, dice lui. È ancora al centro, lo dimostra. Accanto, spesso, una donna con gli zigomi alzati e le labbra rifatte, pezzi di ricambio acquistati dalla chirurgia per fermare un orologio che non ha nessuna intenzione di fermarsi. Oppure lo trovi al bar, alle nove di mattina, in comitiva esclusivamente maschile, con i tacchetti che battono sul pavimento come un piccolo esercito di molestatori: il ciclista da weekend settantenne che entra nella caffetteria con la tutina aderente, il casco sottobraccio, l’aria di chi ha appena scalato l’Izoard, e che si mette a fare lo spiritoso con la barista come se avesse trent’anni, ignaro — o forse no, forse consapevolissimo e per questo ancora più disperato — di quanto spesso l’effetto sia l’opposto di quello cercato. Sono persone che hanno trasformato il rifiuto della propria età in uno stile di vita. Li chiameremo trumpettieri, perché il loro progenitore illustre — Donald Trump, ottant’anni il 14 giugno scorso, presidente degli Stati Uniti per la seconda volta — ha elevato questo rifiuto a dottrina politica.

Il mondo, oggi, è governato dai trumpettieri. Trump ha ottant’anni, Putin ne ha settantatré, Xi Jinping settantadue, Netanyahu settantasei, Erdoğan settantadue, Lula ottanta, Modi settantacinque. Sono tutti nati tra il 1945 e il 1953, formati dalla guerra fredda, costruiti su una visione del mondo in cui esistono blocchi, sfere d’influenza, grandi tavoli attorno ai quali siedono i potenti e decidono dei deboli. L’età mediana della popolazione europea è 44,9 anni; in Italia siamo già oltre i 49. Eppure chi ci governa, o chi governa il mondo intorno a noi, ha in media venti, trent’anni di più. I giovani adulti sotto i trentacinque anni costituiscono il dieci per cento dei parlamentari globali e il tre per cento dei membri di governo. Non è una statistica: è una sentenza di irrilevanza.

Si potrebbe obiettare che l’anzianità al potere non è una novità storica. È vero. Ma c’è una differenza fondamentale tra gli anziani di un tempo e i trumpettieri di oggi, e questa differenza è la chiave di tutto. Nelle società tradizionali, gli anziani erano rispettati perché ci dovevi arrivare ad un’età avanzata. Arrivare alla vecchiaia significava aver attraversato la malattia, la guerra, la perdita, la fatica — e portarsi dietro quella traversata come una forma di saggezza o almeno di umiltà. Il vecchio sapeva che il tempo passava perché lo aveva visto passare su tutto ciò che amava. I trumpettieri, invece, sono anziani che non hanno mai stretto questo patto col tempo. Sono sopravvissuti alla propria età senza capitolarle, e questa mancanza di resa la considerano una virtù, anzi un programma.

Sarebbe un errore anche mettere Berlusconi in questa schiera. Non per indulgenza postuma, ma per precisione tassonomica. Berlusconi aveva qualcosa che i trumpettieri puri non hanno: una vanità che si travestiva ancora da progetto. Voleva passare alla storia come statista, voleva che i figli lo guardassero con orgoglio, voleva che il mondo lo prendesse sul serio almeno quanto lui prendeva sul serio se stesso. Era un impostore, ma un impostore con ambizioni di rispettabilità — e questa ambizione, per quanto ipocrita, funzionava come un freno, sia pure lasco e inaffidabile. Trump non ha nessun freno di questo tipo: vuole godersela, ventiquattr’ore su ventiquattro, e la storia può aspettare. Putin vuole vivere fino a centoventi anni e che tutto il resto vada come deve andare — gli altri sono variabili, non interlocutori. Xi, nella sua glaciale certezza, non sembra aver bisogno nemmeno di quello. Berlusconi, in fondo, aveva ancora bisogno degli altri per sentirsi qualcuno. I trumpettieri veri no. E questa è la differenza che fa tutta la differenza.

Trump non invecchia: si conserva. Putin non declina: resiste. Netanyahu non cede: persiste. Non c’è in loro nessuna delle qualità che le società antiche associavano all’età: né la quiete, né il ritiro, né la trasmissione. C’è invece un’energia frenetica, caotica, spesso belligerante, che sembra alimentata proprio dalla consapevolezza — mai confessata — che il tempo stringe. L’uomo che non ha più niente da perdere sul piano personale proietta questa libertà come aggressività sul piano pubblico. Non ha un dopo da costruire, non ha una reputazione postuma che lo preoccupi davvero, non ha eredi politici da tutelare. Ha solo l’adesso, e nell’adesso vuole lasciare un segno — anche se quel segno è una guerra, un dazio, un muro, una bomba.

Il fenomeno non è esclusivo dell’Occidente, e sarebbe un errore consolatorio pensarlo. Putin e Xi Jinping sono coetanei, classe 1953, e anche le loro gerontocrazie mostrano gli stessi sintomi: cerchi ristretti che non si rinnovano, successioni bloccate, sistemi costruiti per durare finché dura il corpo del capo. La differenza con le democrazie occidentali è che là i trumpettieri (che potremmo definire putinieri, a rischio di calembour volgari) è strutturale — è il sistema stesso — mentre qui è una patologia che si è insinuata dentro istituzioni che avrebbero gli strumenti per difendersi e non li usano. Nessuno obbliga gli elettori americani a scegliere un ottantenne. Nessuno costringe i partiti europei a non produrre classe dirigente under sessanta. Eppure eccoci qui.

O forse no, non del tutto. Perché c’è un paradosso che vale la pena registrare: proprio la vecchia Europa, quella che i trumpettieri trattano come un continente museificato e impotente, sta cominciando — timidamente, non senza contraddizioni — a produrre qualcosa di diverso. Friedrich Merz ha settant’anni, eppure è appena arrivato al potere: è un esordiente tardivo, non un conservatore di se stesso, e questa differenza non è piccola. Andy Burnham, che si prepara a raccogliere l’eredità di Keir Starmer alla guida del Labour, ha cinquantacinque anni e viene da una storia politica che non è quella dei grandi vecchi inamovibili. Macron, con tutti i suoi difetti, è ancora sotto i cinquanta. Meloni anche. È come se l’Europa, dopo decenni di sonnambulismo gerontocratico, stesse lentamente capendo che il ricambio generazionale non è un lusso estetico ma una questione di sopravvivenza politica. Il continente che i trumpettieri disprezzano sta forse imparando prima di loro la lezione che la storia insegna sempre, prima o poi, con le buone o con le cattive: il tempo passa, e chi non lo accetta finisce per esserne travolto. Si aspetta ora che anche l’America si svegli — che smaltisca questa sbornia di gerontocrazia e torni a fare quello che ha già saputo fare: cambiare.

Ma torniamo alla spiaggia, e al bar dei ciclisti con i tacchetti, perché sono i luoghi della verità che circonda. Il trumpettiere in canottiera o in tutina ciclistica non governa niente, o quasi. Eppure è sbagliato pensare che sia innocuo. Quell’uomo è spesso rimasto a capo di qualcosa di concreto: un’azienda di famiglia, un pacchetto azionario, un patrimonio immobiliare che gestisce con la stessa logica con cui Trump gestisce i dazi o Putin gestisce il gas. Non smette mai, non delega mai davvero, non forma mai un successore perché formare un successore significherebbe ammettere che ci sarà un dopo senza di lui. Il danno che fa alla sua famiglia, alla sua impresa, al suo ufficio è della stessa natura — anche se su scala infinitamente più piccola — del danno che i trumpettieri fanno agli stati che governano. In entrambi i casi, il problema non è l’età in sé. Il problema è il rifiuto di fare i conti con essa. Come cantava parlando di altro (ma mica tanto) Frankie Hi-Nrg “stanno intorno a noi“.

Li rivedremo in agosto, sulle spiagge. E al bar, con i tacchetti.

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