Memoria e Futuro
Il Carneade di palazzo
Provate a dire il nome del deputato del vostro collegio o della vostra zona. Fatto? Ora il senatore. Adesso la faccia dei due. Se avete risposto alle domande siete un’eccezione, e fareste bene a non vantarvene, perché conoscere il volto di chi ci rappresenta è ormai una curiosità da collezionisti, come sapere a memoria la formazione del Torino scudettato. Il deputato di collegio è il Carneade della Repubblica italiana ormai da qualche decennio a questa parte: tutti ne hanno sentito parlare, nessuno lo ha mai incontrato.
Nella notte tra martedì e mercoledì, a elezioni di metà mandato concluse e con i democratici padroni di Camera e Senato, le grandi reti americane hanno fatto una cosa che da noi sembrerebbe una scortesia: hanno lasciato scorrere le fotografie degli eletti e degli sconfitti. Un collegio, due facce, due nomi, il risultato. Nessun professore o giornalista ad eccedere nello spiegare che cosa avesse voluto dire l’elettorato, nessun tavolo di commentatori a decifrare il voto sono agli ultimi fotogrammi o a prospettare il dopo. L’americano che accende il televisore a notte fonda vede chi lo rappresenterà e sa che quella faccia ha il suo distretto scritto sotto, come un indirizzo. La faccia è la ricevuta del voto.
Da noi la ricevuta non si rilascia. La notte elettorale italiana è una seduta di analisi: mappe, proiezioni, flussi, travasi, sorpassi, e uno schieramento di competenti che spiegano all’elettore che cosa ha votato. L’eletto è un dettaglio, e il dettaglio non fa ascolto. Si legge il risultato come un bollettino meteorologico, con la pressione, i venti, le perturbazioni in arrivo, e nessuno che dica chi si è bagnato.
Conoscere la faccia, del resto, serve a qualcosa. Significa poterla fermare per strada, rimproverarla al mercato, non rivotarla alla prossima occasione. A un’etichetta, o a una lista chiusa, questo non si fa: la si può soltanto non guardare. Da trent’anni la politica italiana si racconta come una gara tra nomi di capi, e il Parlamento viene dopo, come il contorno nel piatto del ristorante, che c’è ma nessuno ricorda.
Il presidente americano, riconosciuta la sconfitta, ha detto che se fosse stato lui sulla scheda avrebbero vinto. Sulla scheda non c’era, ma in ogni distretto c’era il suo nome, nelle parole dei suoi candidati e in quelle dei loro avversari, e molti elettori hanno potuto votare contro di lui senza bisogno di vederlo stampato. Anzi, pare sia andata peggio docce lui ha insistito nei comizi di fare come se fosse candidato lui lo hanno ascoltato. La frase, a ogni modo, a un orecchio italiano suona perfino naturale. Da noi il capo sulla scheda c’è quasi sempre, se non con la faccia, talvolta con il nome dentro il simbolo, e sui manifesti, e in copertina, e in ogni trasmissione della sera.
La nuova legge elettorale, approvata in via definitiva l’8 ottobre, porta la cosa fino all’estrema coerenza possibile a Costituzione invariata. Chiede ai partiti di indicare nel programma il nome di chi vorrebbero a Palazzo Chigi, ma non di scriverlo sulla scheda. Reintroduce le preferenze, fino a tre, e insieme i capilista bloccati: ogni partito sceglie il proprio primo della lista, che sarà eletto comunque, qualunque cosa decidano gli elettori. Le preferenze tornano, si potrebbe dire, con l’aria di chi restituisce il cappotto dopo avergli tagliato le maniche.
Il risultato si può immaginare senza bisogno di sondaggi. Avremo un capo la cui faccia sta dappertutto e un Parlamento in cui i volti li conoscono soltanto le segreterie che li hanno scelti. Quando la nostra televisione, nella notte del prossimo voto, vorrà imitare quella americana e far scorrere le foto degli eletti, troverà capilista già eletti prima dello scrutinio, mai visti da nessuno, e dovrà inventarsi qualcosa per riempire il tempo. Per fortuna ha sempre a disposizione gli esperti in studio, che non soffrono la mancanza di un volto da mostrare, perché si limitano a spiegarci la rava e la fava, naturalmente dopo, naturalmente con l’aria di chi l’aveva già detto.
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