Memoria e Futuro

Bambole, non c’è una lira

di Marco Di Salvo 30 Ottobre 2026

Erano tempi di altre monete, nazionali. E di altri spettacoli, forse. Nell’ultimo minuto di ogni puntata di un programma TV fuori tempo anche negli anni settanta Tino Scotti si infilava il cappotto, guardava le ballerine allineate sul palcoscenico e annunciava che l’incasso non era bastato. «Bambole, non c’è una lira.» Falqui ne fece nella primavera del 1977 il tormentone di sei serate di rivista in televisione (chi vuole può rivederlo qui), e il pubblico rideva perché sapeva a cosa serviva la frase: a non pagare chi aveva fatto lo spettacolo.

Mercoledì scorso quella battuta è tornata in scena in due capitali nello stesso giorno. A Roma il Consiglio dei ministri ha approvato una manovra da ventisei miliardi, a Londra il nuovo cancelliere dello Scacchiere ha letto la sua ai Comuni, e tutti e due hanno parlato di prudenza. Giorgetti aveva preparato il terreno ai primi di ottobre, quando disse che serviva più prudenza rispetto alle cose annunciate. Lo disse mentre apriva uno scostamento da ventinove miliardi, con il disavanzo del prossimo anno oltre il tre per cento e il debito avviato verso il suo punto più alto. Un ministro che raccomanda prudenza sulle promesse mentre le sue spalle sul palco gli allargano i cordoni della borsa merita l’applauso che si concede a un comico di mestiere.

Poi sono usciti i “pacchi”. Lo Stato ha deciso di vendere come priorità la scelta delle lettere personalizzate sulla targa (facendo fede sul popolo di “allocchi” che si lanceranno ad acquistarle, come se fossero i clienti preferiti da Wanna Marchi). Ha trovato ottocentocinquanta milioni per finanziare l’uscita a sessantaquattro anni di chi è nato dal 1960 in poi, con requisiti e platea da definire a gennaio (quando la notizia sarà passata di moda e la platea si potrà striminzite a piacere). Ai giovani ha riservato un premio di duemilacinquecento euro tassato all’uno per cento. Ha pensato anche ai neonati: per ciascuno l’Inps aprirà un salvadanaio, e lo Stato ci metterà cento euro, da spendere a diciotto anni in libri e rette. Siamo a livello delle buste natalizie dei nonni che non sanno cosa regalare ai nipoti.

In sala, come in ogni rivista, c’è il coro, e canta a voci separate. La presidente del Consiglio ha parlato di lavoro di squadra. Il vicepremier Salvini ha parlato di cinque miliardi messi sul tavolo, in contanti, da banche e assicurazioni. Un editorialista per nulla ostile alla maggioranza ha già ribattezzato la legge manovra delle targhe, e se lo dice lui…

Intanto i giornali nazionali impegnati nella distrazione di massa guardavano fuori dal teatro, a caccia di conforto, e lo hanno trovato a Parigi. Il governo francese ha presentato un bilancio di rigore. Il disavanzo di quest’anno finirà al cinque virgola quattro invece del cinque promesso, e il decennale francese rende più del nostro. I fogli vicini alla maggioranza ne hanno scritto con un sollievo che sfiora la gratitudine: la Francia malata d’Europa, l’Italia che regge, la solita gara a chi cade per ultimo. Il vecchio mal comune mezzo gaudio funziona anche sui tassi d’interesse, a patto di non accorgersi che l’attore consolato dall’inciampo del collega sta recitando nella stessa scena.

Altrove la compagnia ripete il copione con altri costumi. Il ministro tedesco ha spiegato nei mesi scorsi che davanti a Putin non ci si difende con il pareggio di bilancio, e per l’anno prossimo prenderà in prestito quasi centoventi miliardi, più di duecento contando i fondi speciali. Chi da noi ha citato per anni Berlino come maestra di rigore dovrà cercarsi un altro maestro. A Londra il cancelliere ha invocato disciplina nel pomeriggio in cui l’ufficio del bilancio gli alzava di sessantacinque miliardi di sterline il prestito atteso nei prossimi anni. Quattro governi di colori diversi fanno il passo più lungo della gamba, con il particolare che la gamba è quella dei nipoti.

Il tormentone cambia senso quando se ne guarda il destinatario. Nel teatro di rivista l’impresario lo diceva alle ballerine, a chi c’era e aspettava la busta. Nelle leggi di bilancio lo dicono ancora a chi c’è, l’infermiera, il maestro, il ricercatore col contratto in scadenza, e mentre lo pronunciano firmano cambiali a nome di chi in sala non è ancora entrato.

Si capisce allora il salvadanaio. Cento euro al bambino che nasce sono il biglietto d’ingresso a uno spettacolo il cui conto è già stato presentato, intestato a lui, senza modo di discuterlo. Si capisce anche l’uscita a sessantaquattro anni, che permette a una parte del pubblico di lasciare la sala prima della fine, a spese di chi arriva dopo l’intervallo. Il tormentone regge benissimo proprio per questo: si può dire «non c’è una lira» con la faccia triste e il cappotto addosso (avete presente il Giorgetti che non vedeva l’ora di uscire dalla stanza della conferenza stampa l’altro pomeriggio, vero?), e nessuno chiede quanto è costata la serata a chi non c’era.

Fra diciotto anni qualcuno aprirà quel salvadanaio per pagare la prima rata dell’università. Dentro troverà quel che resta dei cento euro (come valore reale) e quello che i parenti avranno aggiunto. Intanto un ministro di quell’autunno, dal palco, dirà alla sala che non c’è una lira, e il ragazzo sarà l’unico in platea a sapere dove sono finite, perché le sta pagando lui. Da quando è nato.

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