Memoria e Futuro

Soffro dunque produco

di Marco Di Salvo 4 Novembre 2026

Ogni volta che il dibattito pubblico si affaccia timidamente sul futuro del lavoro, il copione nel nostro Paese sembra scritto da un algoritmo della conservazione. Se nei programmi elettorali di qualche forza progressista – perlopiù a sinistra – fa capolino l’idea di una riduzione dell’orario a parità di salario, magari puntando alla soglia delle 32 ore settimanali sulla scia delle più fortunate sperimentazioni internazionali, si attiva immediatamente un riflesso pavloviano. Dalle torri d’avorio del conservatorismo economico si alzano barricate fatte di luoghi comuni, allarmi sulla tenuta dei conti pubblici e severi richiami a una presunta etica del sacrificio. Potete immaginare come possa vivere e leggere certi commenti uno come me che, se non detestasse i tatuaggi, si sarebbe fatto incidere sulla pelle le parole di Marco Pannella nell’introduzione ad Underground a pugno chiuso: “L’etica del sacrificio, della lotta eroica, della catarsi violenta mi ha semplicemente rotto le balle…”. Uno strazio.

L’argomento principe degli oppositori, brandito con la sufficienza di chi si sente custode unico dell’ortodossia economico-finanziaria, è sempre lo stesso: in Italia abbiamo una produttività stagnante, dunque se lavoriamo di meno il Paese è destinato a naufragare.

Si tratta di un’argomentazione suggestiva quanto profondamente fallace, figlia di un abbaglio culturale e statistico duro a morire. In Italia continuiamo a coltivare la convinzione che la produttività economica sia direttamente proporzionale al numero di ore trascorse con lo sguardo fisso su uno schermo o seduti dietro a una scrivania. Scambiamo la presenza fisica per valore aggiunto e scambiamo il timbro del cartellino per una misura di efficienza produttiva. Tuttavia, la realtà dei fatti, confermata da decenni di evidenze empiriche e studi macroeconomici globali, dimostra esattamente il contrario: lavorare più ore non significa produrre di più, e l’ossessione per la quantità del tempo sgretola inesorabilmente la qualità del rendimento.

Basta consultare i dati storici pubblicati dall’OCSE per smontare l’intero castello di carte su cui si fondano queste resistenze. L’Italia si colloca costantemente tra i Paesi industrializzati europei con il maggior numero di ore lavorate all’anno per singolo dipendente, superando di gran lunga nazioni come la Germania, la Danimarca o i Paesi Bassi. Se la ricetta dei soliti presunti esperti fosse corretta – ovvero che accumulare ore sul posto di lavoro genera ricchezza – l’economia italiana dovrebbe guidare con distacco la classifica della crescita continentale. Invece ci troviamo di fronte al paradosso opposto: la nostra produttività oraria è inchiodata da oltre trent’anni, mentre quei Paesi dove si lavora tra le 1.300 e le 1.400 ore all’anno vantano un PIL orario enormemente più alto del nostro.

La ragione di questa apparente contraddizione è semplice: la produttività di un Paese non dipende dal logoramento dei suoi lavoratori, ma da fattori strutturali che l’Italia ha colpevolmente trascurato per decenni. Dipende dagli investimenti nelle tecnologie avanzate, dalla capacità di digitalizzare e automatizzare i processi, dalla qualità dell’organizzazione aziendale, dalla formazione continua e da una dirigenza capace di programmare con visione. Un’impresa efficiente, dotata di strumenti moderni e processi snelli, produce un valore altissimo in poche ore di lavoro mirato. Un’azienda arretrata, fondata sul controllo gerarchico e su una gestione farraginosa, impiegherà il doppio del tempo per ottenere i medesimi risultati, consumando energie umane in riunioni fiume, intoppi burocratici e fisiologici tempi morti.

Quando si prova a proporre il superamento delle tradizionali 40 ore per spingere verso le 36 o le 32 ore settimanali – secondo la formula del cento per cento della retribuzione, l’ottanta per cento del tempo e il cento per cento delle prestazioni – i commentatori di corte gridano subito al lusso irresponsabile. Si parla di utopia assistenzialista o di una misura che finirebbe per azzerare la competitività del nostro tessuto aziendale, composto in gran parte da piccole e medie imprese. Ma questa resistenza svela la profonda arretratezza di una classe dirigente rimasta ancorata alla logica fordista della catena di montaggio, un modello del primo Novecento applicato a sproposito al lavoro contemporaneo fatto di conoscenza, servizi e creatività.

I test internazionali condotti di recente su larga scala – in Gran Bretagna, in Spagna, in Islanda e in Germania – offrono una risposta incontrovertibile a questi timori. La compressione del tempo di lavoro non distrugge la produzione, ma costringe le organizzazioni a un salutare cambio di passo. Quando le ore a disposizione diminuiscono, le aziende sono incentivate a eliminare il superfluo: si riducono le riunioni vuote, si snelliscono i passaggi decisionali e si azzera la melina quotidiana. Parallelamente, la restituzione di tempo di vita al lavoratore si traduce in un immediato recupero dell’energia psicofisica. Un lavoratore riposato, motivato e padrone del proprio tempo produce molto di più in 32 ore di quanto non riesca a fare un dipendente esausto, privo di stimoli e mentalmente affaticato in 42 ore.

Spesso gran parte dei critici di queste misure si annidano tra miei colleghi che scrivono a gettone (d’oro), docenti universitari dalle vite baronali e dalle consulenze pagate ad ore (d’oro) e da parlamentari la cui settimana lavorativa dal martedì al giovedì pomeriggio è, per definizione, corta ( e d’oro, anch’essa). Non il miglior pulpito da cui lanciare condanne.

Il vero dramma del nostro sistema economico non è la presunta mancanza di spirito di sacrificio dei lavoratori italiani, bensì la pigrizia intellettuale di una politica timida e di una cultura d’impresa incapace di innovare. Continuare a difendere la presenza prolungata in ufficio come se fosse una prova di lealtà aziendale o un fattore di crescita economica è un abbaglio strategico che ci sta costando carissimo. Fino a quando il dibattito si fermerà di fronte agli anatemi di chi confonde la produttività con la sofferenza e la stanchezza con la ricchezza, l’Italia resterà imprigionata in un modello di lavoro superato. È arrivato il momento di abbandonare i tabù del secolo scorso e comprendere che ridurre l’orario di lavoro non è una concessione ideologica, ma il motore indispensabile per far fare al Paese un reale salto di qualità.

E la questione diventa ancora più urgente oggi, mentre l’intelligenza artificiale spazza via mansioni ripetitive e ridefinisce interi settori a una velocità senza precedenti: pretendere di mantenere gli stessi orari del secolo scorso di fronte a macchine che automatizzano gran parte del carico operativo significa preparare una disoccupazione di massa, anziché distribuire tra gli esseri umani i guadagni di efficienza che la tecnologia ci regala.

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