Memoria e Futuro

Il concorso immorale

di Marco Di Salvo 22 Giugno 2026

Il concorso morale è uno dei concetti più scivolosi del diritto penale: risponde di un reato anche chi non lo ha materialmente commesso, ma vi ha contribuito con la propria posizione di comando, con le proprie decisioni, con la struttura organizzativa che ha costruito e diretto. Perché parlo di questa cosa? Perché nei giorni scorsi una notizia è scivolata nelle pagine interne dei quotidiani, quasi fosse da dedicare solo all’attenzione degli appassionati sul tema.

È su questa teoria del concorso morale che il pubblico ministero Emilio Gatti, il 19 giugno scorso in Corte d’Assise ad Alessandria, ha chiesto la condanna all’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti per l’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso, avvenuto nella sparatoria della Cascina Spiotta il 5 giugno 1975. Non erano presenti quel giorno. Non hanno sparato. Rispondono in quanto vertice dell’organizzazione che decise il sequestro di Vallarino Gancia e che aveva stabilito come reagire a un eventuale irruzione. Il processo a 50 anni di distanza non è servito a fare luce sui punti oscuri della vicenda tra i quali la morte di Mara Cagol ma solo a riaprire ferite ormai chiuse di una vicenda e di una stagione lontana nella memoria degli italiani.

Vale la pena tenerlo a mente, questo concetto, mentre si segue l’altra vicenda della settimana — quella che ha davvero impegnato giornali, televisioni e social fino all’esaurimento: la lite tra Trump e Meloni sulla presunta photo opportunity di Evian. Trump ha dichiarato che la premier lo aveva supplicato di farsi fotografare con lui, e che lui aveva accettato per pietà (o sincero dispiacere che fosse, come si trattasse di qualcosa di meno grave). Meloni ha risposto che si trattava di dichiarazioni totalmente inventate e ha concluso con una frase destinata a circolare: “Io e l’Italia non imploriamo mai.” Trump ha replicato che aveva chiesto la foto ancora e ancora. Il ministro Tajani ha annullato la visita negli Stati Uniti. I commenti dalle due parti (e dal mondo circostante) si sono moltiplicati per giorni.

Torniamo un attimo al concetto iniziale. Il concorso morale non è un’invenzione italiana, ma in Italia ha trovato la sua applicazione più estensiva e discutibile. Il principio — rispondere penalmente non per l’azione materiale ma per aver voluto, organizzato, reso possibile il reato altrui — è presente in quasi tutti gli ordinamenti occidentali. Nel diritto anglosassone esiste come aiding and abetting, o nella forma ancora più ampia della joint enterprise, che ha generato nel Regno Unito alcune delle condanne più contestate degli ultimi decenni: giovani condannati per omicidio perché semplicemente presenti sulla scena, o perché avrebbero potuto prevedere che un complice avrebbe ucciso. La Corte Suprema britannica ha dovuto ridimensionare quella dottrina nel 2016, proprio perché la sua estensione era diventata intollerabile. In Francia il complicité richiede un contributo causale concreto e dimostrabile. In Germania il Mittäterschaft distingue con attenzione tra chi partecipa all’esecuzione e chi si limita a organizzare a distanza.

Il problema filosofico è antico quanto il diritto stesso: fin dove si estende la responsabilità personale? Il principio della responsabilità individuale — nessuno risponde del fatto altrui — è la conquista fondamentale del diritto penale moderno contro la vendetta collettiva, contro la punizione del clan, della famiglia, del gruppo. Il concorso morale lo erode dall’interno, sostituendo la prova dell’atto con la prova dell’intenzione, della posizione, dell’appartenenza. Quando si tratta di organizzazioni criminali strutturate la tentazione di usarlo in modo estensivo è comprensibile: il capo che ordina senza mai sporcarsi le mani è il più colpevole di tutti. Ma la comprensibilità non è sinonimo di correttezza giuridica. E quando lo stesso strumento viene applicato cinquant’anni dopo, su uomini già condannati e già liberi, per ricostruire catene di comando su cui la storiografia stessa non ha certezze, il confine tra giustizia e cerimonia punitiva diventa difficile da tracciare. Moretti è già titolare di sei ergastoli e si trova in regime di semilibertà dopo oltre trentacinque anni di detenzione. Curcio ha già scontato venticinque anni, dodici dei quali in regime di massima sicurezza. Hanno oggi tra gli ottanta e gli ottantacinque anni. Lo stesso pm, con una di quelle ammissioni implicite che i magistrati talvolta si concedono come segno di civiltà, ha ricordato ai giudici che la pena si può adattare alla persona, che esistono strumenti per mitigarla, aggiungendo però di non poter essere lui a chiederli. Una preventiva adesione non formale ad una condanna più lieve o, forse, all’assoluzione? (e un altro ottimo esempio di processo inutile).

Prima di ragionare ulteriormente su questa richiesta, vale però la pena applicare lo stesso strumento concettuale alla vicenda di Evian. Chi ha costruito Trump in Europa? Chi lo ha sdoganato, chi gli ha offerto la propria spalla come punto di riferimento atlantico, chi ha investito capitale politico personale — e capitale politico italiano — nell’opera di legittimazione di un presidente che nel frattempo smontava le istituzioni multilaterali, umiliava gli alleati e trattava la geopolitica come un reality show? Dai tempi della prima candidatura è stato tutto un correre degli esponenti del centro destra italiano ad omaggiare il tycoon.  Sono passati poco più di dieci anni da quando il 26 aprile 2016, a Filadelfia — prima di un comizio di Trump durante le primarie, Matteo Salvini fece il classico scatto da fan con il Donald candidato, una sorta di imprimatur. Il leader della Lega pubblicò lui stesso la foto su Facebook con la scritta “go Donald go”. Poi il 1° giugno 2016 Trump dichiarò a The Hollywood Reporter di “non aver voluto incontrare” Salvini e di “non averlo neppure conosciuto”. Salvini rispose a Repubblica che c’erano “almeno una dozzina di email di preparazione di quell’incontro”. E ancora. Il 19 gennaio 2025 Meloni era l’unica leader dell’Unione Europea presente a Washington per l’insediamento di Trump, un segnale politico che lei stessa aveva scelto di mandare con piena consapevolezza. In questi anni di governo, per compiacere l’inquilino della Casa Bianca ha disdetto il memorandum con la Cina sulla Via della Seta, ha promesso il raggiungimento del due per cento del PIL per la difesa, ha impegnato oltre ventitre miliardi in programmi di riarmo per compiacere Washington. Ogni atto di questa strategia era una decisione consapevole, assunta da una figura apicale con piena cognizione delle conseguenze. Meloni non ha sparato, per restare nella metafora. Ma era ai vertici dell’organizzazione. Conosceva la natura dello strumento. Ora si dice allibita. Ora afferma che l’Italia non implora. Ma il concorso immorale con lui l’ha tenuto almeno fino alla pantomima di Evian.

Ma c’è un terzo concorso morale in questa storia, ed è forse il più difficile da processare perché non ha un’aula e non ha un giudice. È quello di chi produce il rumore. Giornali, televisioni, account verificati e non, opinionisti di professione e dilettanti della replica: tutti impegnati per giorni a stabilire se Trump avesse ragione o torto sulla fotografia, se Meloni avesse davvero implorato o no, se la risposta della premier fosse stata abbastanza dignitosa, abbastanza ferma, abbastanza italiana. Un dibattito che non porta da nessuna parte perché nasce già concluso: Trump mente quando vuole, Meloni ha costruito la sua fortuna internazionale sull’amicizia con lui, il tradimento era scritto nella natura del rapporto fin dall’inizio. Non c’è niente da scoprire. Eppure si continua, perché il rumore è la forma moderna della partecipazione, e la partecipazione è diventata indistinguibile dallo spettacolo.

Chi commenta senza sosta la lite tra i due leader non è neutrale rispetto ad essa: la alimenta, la amplifica, la rende più importante di quello che è, sottrae attenzione e tempo a ciò che meriterebbe davvero di essere discusso. Anche questo è un concorso immorale, nel senso più largo del termine — non penale, ma civile. Non si risponde davanti a un tribunale, ma si risponde davanti a se stessi, se si ha ancora la disposizione a farlo. Nel frattempo ad Alessandria si chiede il carcere a vita per due vecchi di ottant’anni, e la notizia dura lo spazio di un lancio d’agenzia prima di essere sepolta sotto l’ennesimo screenshot della risposta di Meloni su Instagram.

Il diritto penale si affanna da secoli a distinguere il morale dall’immorale, il concorso dal contributo, l’intenzione dall’atto. Ad Alessandria ci vuole mezzo secolo e una richiesta di ergastolo per stabilire chi ha fatto cosa nel 1975. Per il concorso immorale nella costruzione del trumpismo italiano (con le sue ultime propaggini “futuristiche” in piena ascesa) non serve nessun tribunale: le prove sono tutte sui social, archiviate in ordine cronologico, con tanto di like e cuoricini. Non è reato ma, alla lunga, forse è peggio.

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