Cosa vi siete persi
Un film già visto
Nel Novecento a spaventarci sui rischi delle nuove tecnologie ci pensava il cinema. Arrivava un’invenzione, il cinema ne mostrava il lato peggiore e noi uscivamo dalla sala più inquieti e più attenti. Oggi i ruoli si sono invertiti. I film sui pericoli dell’intelligenza artificiale li girano quelli che la producono: lettere aperte, saggi dei fondatori, interi capitoli di rischi nei documenti per la Borsa. Il genere è sempre il catastrofico, ma regista e produttore adesso sono la stessa persona.
Il cinema vero, però, lavorava su tecnologie che esistevano già. Ogni generazione ha avuto la sua da temere e il suo film per temerla, e il cinema ha avuto il buon gusto di non inventare quasi niente. Estremizzava, certo, ma su dati reali. Qualche esempio.
Nel 1936 Chaplin gira «Tempi moderni». Le fabbriche di Detroit le conosceva, e un cronista gli aveva raccontato che fine facevano i giovanotti strappati alle fattorie: dopo quattro o cinque anni di catena erano rottami con i nervi a pezzi. La catena la fece ricostruire sul set, e il suo operaio che stringe bulloni sempre più in fretta, fino a perdere la testa, mette in scena il cronometro che Taylor aveva consegnato ai padroni. Nel film c’è anche un congegno che imbocca gli operai per non fermare il lavoro, e un venditore lo porta in dimostrazione al presidente della fabbrica. Chaplin lo presentò come un trovato per risparmiare tempo, tanto da togliere perfino la pausa del pranzo. Si rideva, ma di cose che esistevano. Almeno nei sogni del padroni, come racconta il ridursi delle pause pranzo nel corso dei decenni.
Venne poi la guerra fredda, e con lei la paura che a decidere la fine del mondo fossero i calcolatori. Nel 1964 escono due film quasi gemelli, «Il dottor Stranamore» e «A prova di errore». Raccontano bombardieri sempre in volo, codici di richiamo, procedure studiate perché nulla potesse andare storto. Esisteva tutto, tranne l’errore, che il cinema si limitava a concedere. Nel 1968 HAL, in «2001», ci parla con voce pacata mentre ci chiude fuori dall’astronave, e nel 1970 in «Colossus» un calcolatore militare americano si collega al gemello sovietico e insieme si prendono il governo del pianeta. I calcolatori c’erano, occupavano stanze intere e i governi li compravano a decine. Mancavano l’ambizione e il carattere, che il cinema fornì senza chiedere il permesso.
Nell’aprile del 1974 arriva nelle sale «La conversazione» di Coppola, la storia di un tecnico di microfoni e registratori che passa le giornate ad ascoltare gli altri. Il soggetto era del 1966, sei anni prima dello scasso al Watergate, e a film uscito Coppola scoprì che la sua attrezzatura era la stessa usata dagli uomini di Nixon. Il consulente tecnico, un investigatore privato di San Francisco, in quei mesi lavorava anche per la commissione del Senato che indagava sulla Casa Bianca. Gli strumenti stavano nei cassetti di ogni agenzia, e per la cattiveria bastava la cronaca. La paura cambia faccia, e dal calcolatore che governa passa al microfono che ascolta.
Nel giugno del 1983 esce «Wargames», con il ragazzo, il modem e il computer del Pentagono. Reagan lo vede a Camp David e il mercoledì dopo, in una riunione alla Casa Bianca, racconta la trama e chiede al capo degli stati maggiori se una cosa simile possa davvero accadere. Il generale ci pensa una settimana e torna a dirgli che il problema è molto peggiore di quanto lui creda. Ne nascono una direttiva segreta, firmata quindici mesi dopo, e le prime leggi federali contro gli accessi abusivi ai computer. Il 26 settembre di quello stesso anno, quasi quattro mesi dopo l’uscita del film, in un bunker a sud di Mosca il sistema sovietico di allarme segnala il lancio di un missile americano, poi di cinque. Un tenente colonnello, Stanislav Petrov, ragiona che chi comincia una guerra non la comincia con cinque missili, e decide di non crederci. Il sistema aveva scambiato per razzi il riflesso del sole sulle nuvole. Il film aveva fatto dire al suo calcolatore che l’unica mossa vincente era non giocare. Nella realtà a non giocare fu un uomo.
Nel 1995, in «The Net», a una donna cancellano l’identità dagli archivi, e a noi, che oggi la consegniamo di nostra iniziativa a ogni sportello digitale, fa quasi tenerezza.
In nessuno di questi film la tecnologia vince da sola. Dietro ci sono sempre uomini che la comprano, la collegano, la installano, la usano per risparmiare, per sorvegliare, per decidere in fretta al posto di chi non ha tempo. Il padrone del cronometro, il comandante dei bombardieri, l’agenzia con i microfoni, il generale con il suo calcolatore. Il cinema, quando mette in scena la tecnologia vera, ci avverte sempre della stessa cosa, e noi guardiamo lo schermo invece di guardare chi ha pagato la produzione. Stavolta la produzione, a guardarla bene, ha un nome e un indirizzo.
Oggi, a sentire i convegni, l’intelligenza artificiale un giorno «si sveglierà» e ci darà il suo verdetto, e a raccontarcelo sono spesso gli stessi che la vendono. Sinceri o no, l’effetto è lo stesso, perché guardiamo la tecnologia che si sveglia e non chi la installa, per conto di chi, con quali limiti, e chi risponde quando sbaglia. Che abbia già preso il posto di migliaia di persone è tutto da dimostrare, e gli analisti delle banche europee non vedono ondate di licenziamenti. Si vede invece un uso più comodo della tecnologia, quello d’alibi: tra i tagli attribuiti all’algoritmo ce n’è una quota che con l’algoritmo ha poco a che fare, e «l’ha deciso il sistema» è una frase pronta per ogni verbale. Reagan, almeno, si fece spiegare il film dal suo generale. A noi lo spiegano i venditori, e stavolta i venditori sono anche i registi.
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