Memoria e Futuro

Dietro il babau niente

di Marco Di Salvo 5 Ottobre 2026

Il mostro è stato per decenni, per i progressisti di mezzo mondo, la migliore assicurazione sulla vita mai sottoscritta. Finché c’erano Berlusconi, la Le Pen, Trump o i fascisti di turno, nessuno chiedeva alla sinistra che cosa volesse fare da grande. Bastava indicare il babau e l’elettore, turandosi il naso, provvedeva al resto. Solo che a furia di indicarlo il babau si è fatto di casa, e adesso che la polizza scade i conti arrivano tutti insieme.

Prendete per esempio, per restare sulla cronaca di questi giorni, il Brasile. I giornali progressisti italiani hanno seguito lo spoglio come una partita della nazionale, con le dirette che nella notte davano Flávio Bolsonaro oltre la metà dei voti e poi, sezione dopo sezione, lo vedevano scendere. A urne chiuse il figlio dell’ex presidente condannato per il tentato golpe sta davanti a Lula, e il 25 ottobre si torna a votare. Il presidente, che ha ottant’anni, si dichiara bravissimo nei ballottaggi. Può darsi. Ma da trentasette anni la sinistra brasiliana sa mettere sulla scheda un nome solo, il suo. Si è candidato quasi sempre, vincendo o perdendo, e ha saltato tre elezioni su dieci, due per far posto a Dilma Rousseff (sua vice) e una perché stava in galera. Un partito che per fermare un Bolsonaro non ha di meglio da proporre dell’uomo che batté il padre (si lo so, anche a destra in Brasile non sono messi tanto bene, sembra “Il distinto gentiluomo” con Eddie Murphy) quattro anni fa, e che adesso rimette in campo tale e quale con quattro anni di governo in più sulle spalle, ha confessato da solo di non aver coltivato nessuno.

Negli Stati Uniti Trump affonda, complice la guerra in Iran e le conseguenze per i serbatoi dei truck americani, e i democratici si preparano a vincere a novembre per la sola ragione che dall’altra parte c’è lui. Chiedete però chi sarà il candidato del 2028 e vi risponderanno secondo l’istituto che hanno interpellato. In testa c’è Harris, che ha già perso una volta e si nomina perché la conoscono tutti, oppure Ocasio-Cortez, o Newsom, o Buttigieg. L’unica che scalda un po’ la platea è Ocasio-Cortez, che ha trentasei anni e dice che deciderà dopo il voto di novembre. A proposito, i nostri giornali, quando incontrano una donna politica che scalda la piazza, tirano fuori sempre la stessa parola, pasionaria. La usano per lei come per la candidata della Linke a Berlino, che in programma ha l’esproprio delle case. Così l’entusiasmo diventa una questione di carattere, da raccontare con simpatia, e si finisce per non discutere mai di che cosa propongono.

In Germania, appunto, a Berlino ha vinto la Linke e i socialdemocratici hanno fatto il peggior risultato della loro storia in città. In Meclemburgo è primo partito l’AfD e la Cdu è rimasta fuori dal parlamento regionale per la prima volta. L’unica socialdemocratica che regge, Manuela Schwesig, ha superato un terzo dei voti presentandosi come l’ultimo baluardo contro l’estrema destra. Il babau, appunto. Serve per il Land, non per il Paese, dove il partito resta intorno al tredici per cento.

La Francia aveva fatto della diga contro i Le Pen un rito nazionale, e adesso la diga lascia passare l’acqua che rischia di sommergere l’impalcatura che sostiene la quinta Repubblica. A sinistra Mélenchon è alla quarta candidatura (a proposito di novità), Glucksmann gli sta di fronte, e le primarie di ottobre sono già una rissa sul regolamento (con il fantasma di Hollande sullo sfondo). Davanti a tutti c’è Bardella, che non ha bisogno di dire granché perché gli altri discutono di lui. A Londra, per non dimenticare, Starmer ha lasciato a giugno, due anni dopo una vittoria che sembrava epocale. E lì forse si nasconde la sola cosa che somiglia a un’alternativa politica e porta il nome di chi ha preso il posto di Starmer. Andy Burnham, cinquantasei anni, ex ministro di Blair e di Brown, è salito a Downing Street il 20 luglio con l’appoggio di 379 deputati laburisti su 403, che in lui hanno visto l’ultima spiaggia. Il babau lì si chiama Farage, ma lui ha deciso di non inseguirlo. Niente gara sull’immigrazione, niente occhiolini alla destra, e in cambio un discorso contro quarant’anni di neoliberismo, servizi essenziali sotto controllo pubblico, rilancio dell’industria, più potere alle città. Cioè quasi tutto ciò che il suo stesso partito ha evitato di dire per trent’anni. Poi ha riaperto il capitolo europeo, dicendo che la Brexit ha fatto più danni che benefici, e ha promesso di cambiare la legge elettorale. Pare finalmente un capo della sinistra. Se lo sia davvero lo diranno i risultati, e il tempo è poco, perché Farage grida al tradimento e il suo partito resta lì ad aspettare il primo inciampo.

E poi noi, che il babau lo conosciamo bene perché lo abbiamo allevato. Trent’anni di Berlusconi, poi la Meloni, adesso Vannacci, con Renzi che avverte come da copione che altrimenti ci ritroveremo la Meloni al Quirinale e Vannacci a Palazzo Chigi. L’opposizione intanto discute di primarie con la serietà di chi ha già il presidente del consiglio in tasca, e i sondaggi, anche qui come in USA, danno ragione a chi li commissiona. Per un istituto Conte stacca Schlein di sedici punti, per un altro Schlein vince sessantadue a trentotto. Nel frattempo si litiga su Kiev, sui migranti, sulla sicurezza, cioè sulle poche cose che gli elettori vorrebbero sapere prima di votare. «Uno non vale uno», ha detto Schlein a Conte, e se intendeva dire che il suo partito ha un’idea di che cosa fare, ci piacerebbe conoscerla.

Il nemico, come tutti i nemici di lunga data, ha finito per fare da paravento. Dietro la sagoma del mostro ci si poteva nascondere in tanti, senza mostrare le proprie carte, senza formare nessuno, senza mai rispondere alla domanda che ogni elettore prima o poi pone, cioè: e voi? Adesso il mostro governa, o sfiora la metà dei voti in Brasile, o primeggia a Schwerin, e dietro la sagoma non c’è più nessuno. L’assicurazione contro il babau, si sa, copre i danni causati dal babau. Quelli causati da chi doveva batterlo non li copre nessuno.

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