Memoria e Futuro

Il miraggio del salario

di Marco Di Salvo 25 Giugno 2026

Il Parlamento italiano ieri ha approvato il «salario giusto» pochi giorni dopo che Hyundai si assicurava l’ultimo pezzo di Boston Dynamics. Dice, che c’entrano queste due notizie, uscite a distanza di giorni, l’una con l’altra? Eppure è proprio lì, in quel parallelismo involontario, che si vede con precisione dove sta la politica e dove sta andando il mondo. (Spoiler: non è la stessa direzione)

Il decreto, che il Consiglio dei ministri aveva licenziato il 28 aprile alla vigilia della festa del lavoro con il tempismo di chi sa che l’annuncio conta più del contenuto, introduce il «salario giusto» contrapposto al «salario minimo» proposto dalle opposizioni. L’intera discussione parlamentare si è consumata sugli aggettivi: minimo contro giusto, troppo rigido contro troppo basso, legge contro contrattazione collettiva. La sostanza alla fine è che i lavoratori con gli stipendi più bassi non vedranno aumenti immediati, che alcuni settori come la sanità privata restano fuori dai meccanismi di rinnovo contrattuale, e che il welfare aziendale — buoni pasto, assicurazioni — concorre a stabilire se uno stipendio sia «giusto», riducendo il reddito lordo e con esso i contributi futuri e il trattamento di fine rapporto. Ma il problema che il decreto non affronta non è la misura del salario. È la prospettiva di avere ancora quel lavoro tra dieci anni.

Andiamo all’altra storia. Nel giugno 2021, mentre l’Italia usciva a fatica dalla pandemia, Hyundai comprava Boston Dynamics da SoftBank per 1,1 miliardi di dollari, acquisendo l’80% dell’azienda che produce i robot più avanzati al mondo. La settimana scorsa ha rilevato la quota residua, diventando unico proprietario. Non è un dettaglio finanziario: è la chiusura di una scommessa industriale durata cinque anni, costruita mentre nessun governo occidentale ne discuteva pubblicamente. Chi possiede la fabbrica, l’automobile e il robot che la assembla non ha più bisogno di mediare con nessuno, e i lavoratori Hyundai lo hanno capito prima dei loro governi. Il sindacato aziendale ha votato per autorizzare uno sciopero sulla sostituzione robotica con il 92% dei consensi, chiedendo che nessun robot umanoide entri sulle linee senza accordo. La risposta aziendale è già scritta nel calendario: entro il 2028 lo stabilimento di Savannah, in Georgia, ospiterà i primi Atlas. Il costo di ciascuno è inferiore a due anni di salario di un operaio. Ne arriveranno venticinquemila, solo negli stabilimenti del gruppo.

Per capire la velocità a cui va il mondo fuori dalle aule parlamentari in cui si sostiene di parlare del mondo del lavoro e di agire in suo difesa basta un numero. Nel 2025, alla prima edizione della mezza maratona di Pechino riservata ai robot umanoidi, il vincitore aveva concluso i 21 chilometri in 2 ore e 40 minuti, con tre cambi di batteria e una caduta. Un anno dopo, un robot autonomo ha percorso la stessa distanza in 50 minuti e 26 secondi, battendo il record mondiale della categoria detenuto da un essere umano. Dodici mesi, quasi due ore di distacco guadagnate: non è la curva con cui progredisce l’atletica, né quella con cui di solito matura l’hardware. È la curva che si vede quando un’industria intera decide di mettere un tema in cima alla lista della spesa. La Cina, ad esempio, l’ha fatto esplicitamente: il piano quinquennale 2026-2030 mette la robotica umanoide accanto ai chip e all’intelligenza artificiale come priorità nazionale. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, entro il 2028 la quota di robot umanoidi nelle nuove installazioni industriali passerà dal 3 all’11 per cento. Non è fantascienza. È il lasso di tempo in cui un operaio che oggi ha trent’anni si troverà ancora nel guado della sua carriera. Sempre che ce l’abbia ancora, una carriera.

A chiudere il quadro arriva una terza notizia, un altro tassello per spiegare come la politica interviene in ritardo e male a risolvere i problemi. Quasi tutte le regioni italiane hanno emesso ordinanze anti-caldo che vietano il lavoro all’aperto tra le 12.30 e le 16, nei giorni in cui la piattaforma Worklimate — sviluppata da INAIL e CNR — segnala rischio alto. La misura è sensata, l’intenzione è buona. Peccato che alle 16, ora in cui l’ordinanza si considera esaurita e il muratore riprende la cazzuola, come abbiamo potuto constatare in questi giorni, non c’è un crollo repentino delle temperature e il rischio termico, con l’anticiclone africano che porta le massime a sfiorare i 40 gradi al Centro-Nord e le temperature che nelle città restano alte fino alle 18, è ancora alto. L’ordinanza finisce quando il pericolo non è ancora finito. Non è malafede. È la logica del provvedimento amministrativo, che per sua natura fissa un orario, ci appone un nome e considera il problema risolto. Il cambiamento climatico non si governa con un’ordinanza stagionale per le stesse ragioni per cui il lavoro non si governa con un decreto ogni primo maggio: entrambi sono processi strutturali che procedono a una velocità che le istituzioni non controllano e che a volte faticano anche solo a vedere.

Non si tratta di incompetenza — sarebbe una spiegazione troppo comoda e quindi rassicurante. Si tratta di qualcosa di più profondo: la politica lavora in un tempo che non è quello in cui si muovono i processi reali. Cinque anni per Hyundai sono stati abbastanza per costruire la filiera verticale completa che trasformerà le sue fabbriche. Dodici mesi per un robot cinese sono stati abbastanza per ridurre di quasi due ore un tempo su ventuno chilometri. Per il governo italiano, quegli stessi anni sono stati il tempo necessario a trovare un aggettivo migliore di «minimo» e ad annunciarlo alla vigilia del primo maggio. I lavoratori ai quali il decreto è dedicato nel frattempo invecchiano, i contratti scadono e restano in sospeso, e l’emergenza caldo, come quella più grande che la contiene, non aspetta certo che qualcuno firmi l’ordinanza giusta.

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