Memoria e Futuro

Il tempo del potere

di Marco Di Salvo 23 Luglio 2026

C’è un modo infallibile per misurare cosa conta davvero per un governo, ed è guardare quanto tempo impiega a far passare le leggi che dice di volere. Non quello che dichiara nelle conferenze stampa di presentazione dei disegni di legge (che per dovrebbero essere abolite, con una norma da un singolo articolo: “il governo può presentare solo i disegni di legge convertiti in via definitiva dal Parlamento”), il tempo vero, quello degli atti parlamentari, delle tagliole in commissione, dei calendari d’aula — e quanto quel tempo si intreccia, o rifiuta di intrecciarsi, con le storie che la cronaca continua a raccontare sotto gli occhi di tutti.

Prendiamo ad esempio le vicende relative alla sicurezza delle piscine. Il disegno di legge per la sicurezza degli impianti natatori arriva alla Camera l’11 agosto 2025 (guarda caso in piena estate), firmato da due ministri, Musumeci e Schillaci, con tutta l’urgenza di rito. Assegnato in commissione il 28 ottobre, l’esame vero comincia solo a metà febbraio. Tre sedute, un’audizione, poi il nulla. Nel frattempo la cronaca, anche solo delle ultime settimane, non aspetta, e non concede sconti: il 15 luglio Alice Ferrari, undici anni, resta con i capelli incastrati nella pompa di aspirazione di una piscinetta a Sestri Levante, e muore due giorni dopo al Gaslini senza aver mai ripreso conoscenza, mentre i suoi genitori — in mezzo a un dolore che non si può nemmeno immaginare — trovano la forza di donarne gli organi. Tre giorni dopo, a Milano Marittima, Magdalena Kaiser, quattro anni, annega in una piscina d’hotel dove non era previsto il bagnino e mancava perfino il cartello d’obbligo di sorveglianza. Dal 2022 le vittime italiane delle piscine hanno superato quota settantacinque. Il Parlamento, messo alle strette, riesce a produrre solo un emendamento-tampone su un decreto Sport già in discussione. Il testo organico resta dov’era, bloccato da un anno tra veti di Confindustria/albergatori (costi troppo alti) e Regioni (norma troppo debole). Musumeci promette approvazione “entro ottobre”, la stessa promessa fatta a giugno. In Francia una legge analoga ha ridotto i decessi del 75%.

Sul fine vita la coincidenza è ancora più impietosa, e non ha bisogno di essere ricostruita da noi: è già nei fatti. Il 3 giugno il Senato approva, coi voti di Fratelli d’Italia, una questione sospensiva che rimanda in commissione il ddl Bazoli sul suicidio medicalmente assistito — un testo sottoscritto da tutta l’opposizione, calendarizzato all’unanimità e poi bloccato all’ultimo. Quello stesso giorno, mentre a Palazzo Madama si discuteva se rinviare, una donna triestina di ottant’anni, Lucia, malata di una patologia neurodegenerativa, prendeva la via della Svizzera per un suicidio assistito che la sanità del Friuli Venezia Giulia le aveva negato. Non è una metafora costruita a tavolino: è cronaca e politica accadute nelle stesse ore, nello stesso giorno di calendario. E un mese prima, a Bologna, un uomo di ottantadue anni aveva ucciso a colpi di pistola la moglie ottantaseienne malata, per poi togliersi la vita — un biglietto d’addio, riferimenti al testamento, nessun figlio a cui lasciare spiegazioni. Un gesto disperato e clandestino, l’esatto rovescio di quello che una legge dello Stato dovrebbe rendere non necessario. Il ddl è tornato in commissione. Ci resterà, con ogni probabilità, fino alla fine della legislatura. L’ennesima a vuoto, in barba anche alle prescrizioni della Corte Costituzionale.

E poi c’è l’incendio vero, quello letterale. Il rapporto Legambiente “Italia in fumo 2026” conta 547 roghi nel solo Mezzogiorno tra gennaio e metà luglio, oltre tredicimilaseicento ettari bruciati, il trentasei per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso — che a sua volta aveva quasi raddoppiato il disastro del 2024. La stagione degli incendi non è più una stagione: divampa in primavera, divampa in inverno. D’estate c’è solo più attenzione da parte dei media, per condire meglio gli articoli su “l’apocalisse temperature”. Quattordici proposte di prevenzione consegnate al governo. Nessun percorso legislativo dedicato in vista. Si continua a inseguire le fiamme con gli elicotteri, che è l’unica cosa che resta da fare quando si è scelto, per inerzia più che per calcolo, di non fare nulla prima che il fuoco arrivi.

E poi, invece, c’è la legge elettorale. Qui il tempo cambia natura. Discussione generale il 26 giugno, tagliola sugli emendamenti in commissione con il termine fissato alle otto di sera, aula il 15 e 16 luglio, approvazione a Montecitorio il 16 con 217 voti — meno di un mese, senza nemmeno bisogno di porre la fiducia. Il regolamento lo consente, ha spiegato soddisfatto il relatore Bignami, e la maggioranza ha tirato dritto senza tentennamenti: liste bloccate, premio di maggioranza, tutto confezionato con la stessa efficienza con cui altrove si promette e si rinvia.

E qui bisogna essere chiari, perché la tentazione di derubricare tutto a fisiologia istituzionale è forte, e sarebbe anche comoda. Si potrebbe dire: il Parlamento è più piccolo da quando il referendum ha tagliato i seggi, le commissioni sono sovraccariche, la macchina è quella che è, i tempi tecnici sono tempi tecnici. Non regge. La stessa istituzione, con le stesse commissioni, con lo stesso numero di parlamentari, non è “lenta”: è lenta quando vuole esserlo, ed è fulminea quando le conviene. Non è una questione di ingranaggi, è una questione di volontà politica, come si diceva una volta con un’espressione che suonava quasi ingenua e che invece resta, testardamente, l’unica spiegazione che i fatti continuano a confermare. È una gerarchia di urgenze che si rivela da sola, senza bisogno di interpretazioni maliziose, e che la cronaca continua puntualmente a smentire: mentre in Parlamento si discute se e quando occuparsi di piscine, di fine vita, di incendi, fuori dal Parlamento una bambina muore risucchiata da un bocchettone, un’anziana malata muore in Svizzera perché lo Stato non le ha dato altra scelta, un bosco brucia per la terza volta in un anno che doveva essere ancora primavera. Le regole che riguardano la sopravvivenza dei cittadini possono aspettare mesi, una legislatura intera. Le regole che riguardano la sopravvivenza del potere si scrivono in tre settimane.

Luigi Pintor diceva che il potere ha sempre fretta di sé e lentezza per gli altri. Sessant’anni dopo il principio non è cambiato, è solo diventato più difficile da raccontare, perché ogni singolo rinvio ha una sua giustificazione tecnica, un suo ministro che si scusa. Ma messi in fila — e soprattutto messi accanto alle storie vere che continuano a succedere mentre i testi dormono in commissione — i casi non raccontano la complessità dell’amministrare: raccontano una scelta, fatta e rifatta ogni volta che arriva il momento di scegliere.

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