Memoria e Futuro
Lo spartiacque
Immaginate che un manuale di storia, fra vent’anni, possa raccontare l’estate del 2026 come lo spartiacque. Le sue pagine partirebbero sicuramente da un’immagine evocativa: il pirocumulonembo di Bordeaux, una nuvola generata dal fuoco stesso e capace di produrre i propri fulmini, il primo mai osservato in Francia. Da lì, dice quel futuro immaginario, comincia la cronaca di trecentoventimila evacuati fra Francia e Spagna, dei reattori nucleari spenti perché i fiumi erano troppo caldi per raffreddarli, di un funzionario europeo che ammise, semplicemente, che quegli incendi superavano ogni capacità di risposta.
Il manuale del 2046 racconta poi, con il distacco proprio della storia già scritta, la scelta compiuta a monte: mentre il pianeta chiedeva di accelerare sulla crisi climatica, l’Unione rallentò. Il Green Deal, varato nel 2019 con un’enfasi pari a quella per lo sbarco sulla luna europeo, venne smontato pacchetto dopo pacchetto, rinvio dopo rinvio, deroga dopo deroga, con Roma, Parigi e Berlino compatte nel chiedere più tempo, più flessibilità, più crediti di carbonio comprati altrove. E a valle, quando le fiamme arrivarono comunque, gli stessi governi si scoprirono senza mezzi: canadair prestati fra vicini in fiamme, patti di Stato annunciati sui giornali e mai davvero scritti nelle leggi, protezione civile che chiedeva aiuto internazionale nello stesso giorno in cui lo offriva al vicino, città senza un piano serio per il caldo che le uccideva un’estate dopo l’altra.
Ma il capitolo più importante di quel manuale non è quello del fuoco. È quello dell’acqua, e comincia proprio nell’estate del 2026, sul Danubio. Il grande fiume che attraversa dieci paesi tocca quell’anno a Budapest il livello più basso mai registrato fino a quel momento, ben sotto il record del 2018, mentre la sua portata in territorio rumeno crolla a un terzo della media di luglio, ai minimi dal 1996. Per la prima volta in quarantaquattro anni l’Ungheria del nuovo premier Péter Magyar è costretta a fermare la centrale nucleare di Paks, che da sola produce quasi metà dell’elettricità del paese. In Romania va peggio: entrambi i reattori della centrale di Cernavodă si fermano insieme per la prima volta nella loro storia, e la marina militare fa detonare quasi duecento chili di esplosivo contro una roccia nel letto del fiume per costringere la corrente a piegare verso il canale che alimenta l’impianto, sottraendo portata al resto del sistema. È il primo episodio di quello che il manuale chiama, senza ironia, nazionalismo idrico europeo: uno Stato che usa la dinamite per convincere un fiume condiviso a servire prima lui. A valle la crisi si allarga da sola: la Serbia riduce la produzione delle sue centrali idroelettriche sul Danubio a un quinto della capacità, la Bulgaria evacua una nave da crociera arenata sulle secche, la Croazia vede il fiume e il suo affluente Drava scendere ai minimi storici. Nessuno, in quell’agosto, firma ancora un trattato per razionare l’acqua fra vicini. Ma il manuale annota un dettaglio che agli storici piace citare: proprio a Budapest, dove il fiume si ritira, riemerge dal fango un ordigno inesploso della Seconda guerra mondiale, e le autorità devono transennare la riva per disinnescarlo. Una guerra finita ottant’anni prima che torna a galla mentre ne comincia, senza che nessuno la chiami ancora con quel nome, un’altra. Più a nord, nei Paesi Bassi, gli stessi giorni portano le prime restrizioni ai prelievi d’acqua fra L’Aia e Rotterdam: non è il Danubio, ma il principio è identico, i primi blocchi, quelli tecnici, quelli giustificati dall’emergenza, arrivano proprio in quell’estate, e nessuno li chiama con il loro vero nome finché non è troppo tardi per tornare indietro.
Alcuni studiosi, spiega quel manuale del futuro, lo avevano previsto con chiarezza: il clima da solo non rovescia i governi né avvelena i rapporti fra Stati vicini, ma prepara il terreno perché la scintilla giusta incendi tutto il resto. Lo avevano dimostrato ripercorrendo la Siria del 2011, la Tunisia di Bouazizi, la Libia di Gheddafi, il Sahel spopolato mentre il lago Ciad si prosciugava. Fino al 2026 l’Europa aveva letto quella sequenza come una storia che riguardava gli altri, popoli lontani e Stati fragili. Il manuale del 2046 la racconta invece come la cronaca di casa propria: l’inflazione alimentare seguita ai raccolti bruciati, le prime rivolte urbane dell’estate 2029, il primo governo europeo caduto ufficialmente per una siccità nel 2031, i primi accordi bilaterali sull’acqua del Danubio firmati sotto pressione internazionale solo nel 2033, quando ormai il fiume non bastava più per tutti i paesi che attraversava.
A quella stessa scarsità, raccontano ancora le pagine del manuale, i partiti europei aggiunsero presto un argomento nuovo alla vecchia retorica dell’invasione. Non bastava più dire che i migranti rubavano lavoro o sicurezza, un lessico che circolava già nel 2026 insieme alle teorie sulla sostituzione etnica: dal 2027 in poi, quando i raccolti persi cominciarono a pesare sui prezzi del pane e il razionamento d’acqua tipici delle città del sud Italia diventarono normali anche nelle città europee, il linguaggio della scarsità entrò nei programmi elettorali con la stessa naturalezza con cui vi era già entrato quello identitario. Prima gli italiani, prima i francesi, prima gli ungheresi: lo slogan cambiava lingua ma non sostanza, e la scarsità, quella vera, misurabile nei bacini del Danubio in secca, diventò l’argomento più efficace mai trovato contro chi bussava alla porta. Nei discorsi di quegli anni, raramente qualcuno ricordava ancora che era stata proprio la scarsità d’acqua e di raccolti, dal Sahel alla Siria, a mettere in cammino molti di quei migranti anni prima.
Non ci fu bisogno di un dittatore che sparasse sulle piazze, come in Siria. Bastarono governi europei che, messi ogni volta di fronte alla scelta fra rallentare la crisi e proteggere un trimestre di crescita, scelsero quasi sempre la seconda, e partiti che nella rabbia di chi il caldo e il carovita li subiva sulla pelle trovarono voti in abbondanza, mai la volontà di spegnerne la causa. Il manuale, chiudendo il capitolo, si pone la stessa domanda che già circolava nell’estate del 2026: fu la siccità a incendiare l’Europa, o fu l’incompetenza di chi la governava? La risposta, come per la Siria del 2011, è sempre la stessa, ed è la più scomoda: entrambe.
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