Memoria e Futuro
Il test da spiaggia
È bello ogni tanto guardare fuori dalla prospettiva italiana per rinfrescarsi le idee e scoprire, amaramente, che non siamo solo noi a dibatterci in acque politicamente perigliose. Prendiamo gli Stati Uniti per esempio. Nate Silver ha appena sottoposto, in una sua puntuta analisi, il centrosinistra americano (ovvero il Partito Democratico) a una sorta di interrogatorio in cinquantadue domande (che le mitiche 10 domande a Silvio in confronto sono una chiacchierata tra amici). Sulla base di analisi statistiche e sondaggi ha posto tutta una serie di dubbi che chi vuole può trovare qui.
Vale la pena rifarlo in breve, punto per punto, in salsa italiana: non per raccontare la cronaca delle tristi vicende dei riformisti italiani, che conosciamo già, ma per vedere se le domande reggono anche da noi, e come cambiano risposta.
Prima domanda: i riformisti sono una cosa terza, con una grammatica propria, o solo un compromesso fra sinistra e destra? In America la risposta oscilla. In Italia i riformisti non hanno mai davvero risolto il dilemma: quelli che si illudono pensando al passato dicono che nascono dalla fusione fra Ds e Margherita in nome della “vocazione maggioritaria” di Veltroni, cioè proprio come sintesi, non come terzo polo ideologico — ed è per questo che oggi, quando provano a distinguersi, sembrano sempre in difetto di giustificazione teorica, mentre il moderatismo democratico di Silver ha almeno un lignaggio filosofico riconoscibile.
Seconda domanda: che rapporto hanno con l’apparato del proprio partito? Qui la differenza con gli Stati Uniti è strutturale, non solo di sfumatura: i moderati americani sono sempre una componente interna, spesso dominante, a uno dei due grandi partiti, mentre i moderati italiani, storicamente negli ultimi trent’anni, sono stati più spesso un partito a parte — dal Centrismo del PPI ai vecchi cespugli, fino a Noi Moderati, Calenda e Renzi oggi — che entra ed esce dalle coalizioni a seconda della convenienza. I riformisti dem, restando dentro il Pd pur contestandone la segreteria, hanno scelto l’opzione più americana e più scomoda: litigare in famiglia invece di traslocare.
Terza domanda, l’elettorato arrabbiato: se in America i riformisti moderati faticano a competere con chi promette di “combattere” di più, da noi fatica a competere con la retorica muscolare del giustizialismo e dell’antifascismo permanente, un linguaggio che preferisce l’indignazione alla proposta.
Quarta domanda, forse la più interessante per noi: il centrodestra è un pericolo esistenziale per la democrazia o un’alternanza fisiologica? Nel Pd questa frattura è reale e mai dichiarata fino in fondo: l’ala vicina a Bettini tratta Meloni come una minaccia sistemica, i riformisti la trattano più spesso come un governo da battere alle urne, non da esorcizzare. È lo stesso scarto che a Washington separa i Resistance Libs dagli Abundance Libs.
Quinta domanda: rapporto con la sinistra radicale del proprio campo. Il campo largo italiano riproduce fedelmente la diffidenza reciproca fra centrosinistra e ala movimentista americana, con Calenda che liquida ogni discorso di alleanza coi Cinque Stelle e Avs come “una tiritera” e Bonaccini (e altri esponenti riformisti dem) che avverte gli alleati di non poter vincere senza i riformisti.
Sesta domanda, quasi mai posta in Italia con la stessa franchezza di Silver: i riformisti dem non sarebbero più forti avvicinandosi talvolta al centrodestra non sovranista, cioè alla Forza Italia di Tajani, piuttosto che restare ostaggio di un’alleanza con il M5S giustizialista? È un tabù quasi indicibile nel Pd, ma il Sì di Pina Picierno al referendum sulla giustizia — e la sua uscita dal partito il 4 giugno scorso, con la frase “la casa dei riformisti non c’è più” — lo hanno reso visibile, anche se il dibattito pubblico l’ha notato pochissimo.
Settima domanda, l’elitismo: negli Stati Uniti si parla di Davos, da noi della “ztl” e dei salotti — la stessa accusa che spesso hanno rivolto ai “riformisti da salotto o da palazzo”.
Ottava domanda, l’elettorabilità: i candidati moderati sovraperformano davvero? Da noi la prova è nei territori, dove sindaci e governatori riformisti come Decaro, De Pascale o Lo Russo vincono largamente le proprie città mentre il partito nazionale arretra — argomento che i riformisti usano per chiedere più peso, con risultati modesti.
Ultima domanda, forse la più scomoda: dove sono i giovani leader radicali? In America il centrosinistra rischia seggi a causa loro, ma li ha — candidati socialdemocratici che vincono primarie a New York e altrove. In Italia non c’è nulla di paragonabile: nessuna covata di quadri giovani capace di scalare le liste, e il confronto fra le due edizioni di Jacobin, incubatore di classe dirigente negli Stati Uniti, rivista di culto universitario qui, lo conferma. La sinistra radicale italiana non ha un problema di troppa vitalità: ha semmai il problema opposto, statica a difendere “valori non negoziabili”.
Silver ha scritto un questionario in piena regola, cinquantadue domande scomode rivolte esplicitamente a chi dovrebbe rispondere, e negli Stati Uniti sta già producendo discussione pubblica, con tanto di repliche, distinguo, imbarazzi dichiarati. Da noi manca precisamente questo: non le domande, che in fondo si scrivono da sole, ma il coraggio di rivolgerle a chi di dovere e di pretendere una risposta. Nel dibattito italiano ci si accontenta più spesso del test da spiaggia dei settimanali d’agosto — la crocetta, il punteggio, il profilo psicologico che non impegna nessuno — mentre le domande vere restano in un cassetto, comode per tutti perché non fanno rispondere nessuno. Farebbe bene ai riformisti italiani, e non solo a loro, sottoporsi sul serio a un esame così severo: non per il gusto dell’autoanalisi, ma perché è l’unico modo per misurare davvero i propri limiti, invece di continuare a raccontarseli fra loro a margine di convegni di Milano o Roma.
PS. Un ringraziamento al lettore che ieri pomeriggio, appena uscito il pezzo, ha stanato l’inside joke che vi avevo infilato — nato come tentativo di divertimento, diciamolo, tra la noia e il caldo — e che finiva per confermare la tesi stessa dell’articolo. Il suo commento non lo pubblico: lascio agli altri il gusto di trovarlo da soli, rileggendo l’articolo.
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