Memoria e Futuro

Il vuoto della Repubblica

di Marco Di Salvo 22 Aprile 2026

Le polemiche sul 25 aprile sono ormai un classico, e come tutti i classici, arrivano puntuali. Stavolta a dare fuoco alle polveri (come spesso gli capita) è stato Ignazio La Russa, presidente del Senato, toccando un nervo scoperto: “Quando ero ministro della Difesa, andavo a rendere omaggio ai partigiani al cimitero di Milano, poi andavo al Campo X dove sono sepolti caduti della Repubblica Sociale italiana. Era un momento doveroso di una pacificazione. E lo rifarei”.

Ma perché La Russa può dire questo? Perché la sua affermazione, audace e minoritaria fino a poco tempo fa, oggi suona quasi naturale, parte del repertorio di posizioni lecite? La risposta è una: il patto costituzionale sulla Resistenza è morto da tempo. E quello che stiamo vedendo ogni 25 aprile è il lutto che non sappiamo superare.

Fino a Tangentopoli, la Costituzione poggiava su un patto implicito condiviso anche dagli avversari: la memoria della Liberazione come fondamento dell’unità nazionale. Cattolici, socialisti, comunisti—forze diverse e contendenti—mantenevano tra di loro almeno questo legame. La Resistenza era il momento in cui l’Italia aveva recuperato dignità. Il 25 aprile era festa nazionale perché rappresentava quel patto. Non importava quante zone grigie stessero sotto questa narrazione. L’importante era che il patto esisteva, e conteneva le diversità.

Quando la cosiddetta Prima Repubblica è crollata nel 1992-1994, si è spezzato questo legame. Non è stata una decisione consapevole. È accaduto perché i partiti tradizionali che mantenevano vivo quel patto sono scomparsi. Tangentopoli ha frantumato il paese non tanto per la corruzione rivelata—quella c’era sempre stata e mai era stata “attenzionata” (per usare un termine da mattinale della questura) con tanta veemenza—ma perché ha distrutto il sistema politico che custodiva il patto costituzionale attorno alla memoria della Liberazione.

Da quel momento, il 25 aprile non è più una festa unitaria. È diventato un territorio di conflitto aperto, una battaglia per il significato. Ognuno ha rivendicato la memoria a proprio uso. La sinistra dice che il 25 aprile fonda la Repubblica e la Costituzione. La destra contemporanea di La Russa dice che si deve “pacificare”, equiparando partigiani e fascisti. I grillini la strumentalizzano. I leghisti non sanno bene cosa farne.

Tutto questo spiega anche il ruolo di certa pubblicistica contemporanea di successo a quella frattura. Giampaolo Pansa è stato possibile, anzi necessario allo scopo, a partire dal 1994. Pansa non inventò certo le violenze partigiane che hanno fatto la sua fortuna di scrittore—quelle esistevano. Ma potè dire che il mito della Resistenza era un’invenzione, che gli Alleati avevano liberato l’Italia, che c’era stato silenzio complice su vendette e eccidi, perché il patto costituzionale che conteneva e limitava queste critiche era già morto. Finché il patto era vivo, certe cose non si potevano dire non per censura, ma perché il consenso attorno alla narrazione unitaria era sufficientemente forte da contenerle. Una volta rotto il patto, Pansa potè dirle. E La Russa oggi può continuare a dire “pacifichiamo”, equiparando i caduti, proprio perché non c’è più un’interpretazione condivisa che lo impedisca.

Non è certo stato il primo, Pansa. Lo aveva fatto anche qualcuno, in maniera più seria, ma che seriamente non fu preso proprio dalla politica. Claudio Pavone, nel 1991, con “Una guerra civile”, aveva proposto un metodo per mantenere la complessità senza spezzare il significato unitario. La Resistenza come tre guerre simultanee—patriottica, civile, di classe—permetteva di riconoscere le zone grigie, le violenze, le contraddizioni interne, senza delegittimare il senso fondativo dell’evento. Era una proposta di intelligenza storica: come comprendersi attraverso la complessità piuttosto che semplificarsi attraverso la retorica. Ma Pavone scriveva ancora dentro il patto costituzionale, anche se con le sue riflessioni lo stava già mettendo in crisi e la risposta fu di strenua… Resistenza alle sue riflessioni.

Oggi ci sono altri che proseguono quel meritorio lavoro e che è giusto leggere in questi giorni. Ad esempio, Mimmo Franzinelli con il suo ultimo “La resa dei conti” tenta di fare qualcosa di simile. Parte dalla vicenda di Sant’Eufemia, dal problema delle violenze partigiane, e le contestualizza nella complessità storica: vent’anni di dittatura, due anni di guerra civile, l’accumularsi di odio. Non assolve, non semplifica. Offre comprensione rigorosa. Ma, forse, arriva troppo tardi. Franzinelli scrive quando il patto che prova ad onorare è già morto, quando nessuna rigorosità storiografica può ripristinare il significato unitario della festa. La sua ricerca è impeccabile, ma le rimane solo il territorio di una battaglia già persa.

Ecco la vera frattura tra Prima e Seconda Repubblica: non è politico-istituzionale nel senso convenzionale. È la perdita della capacità di condividere il significato della propria fondazione. Una Repubblica che non sa più perché è nata, che ha perduto il patto implicito attorno alla genesi della Resistenza, è una Repubblica che è scivolata velocemente verso la frammentazione identitaria.

Dobbiamo prendere atto di una cosa che esiste da tempo. Il 25 aprile non è più festa nazionale. È il giorno in cui ogni schieramento ricombatte la guerra della memoria, rivendica il significato dell’evento contro l’altro. Pansa è stato solo un sintomo di questa rottura. La Russa è il costante tentativo della destra post-costituzionale di riscrivere quel significato con arroganza. Pavone aveva almeno intuito che occorreva passare attraverso la complessità per provare a mantenerne il significato. Franzinelli oggi tenta la via della rigorosità storica, ma scrive in un vuoto di patto, in uno spazio dove la memoria non è più condivisa, dove ogni interpretazione è lecita perché non c’è base normativa che la contenga.

E ogni anno le polemiche si ripetono con la stessa liturgia ossessiva, come il tentativo probabilmente definitivamente fallito di recuperare un patto che non esiste più, come il lutto senza fine di una Repubblica che non sa più chi e cosa è.

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