Memoria e Futuro
La repubblica dei figli
Stai a vedere che il vero problema dell’Italia non è la carenza di figli, come le cronache si affannano a ripetere con toni apocalittici, ma l’esatto opposto: il problema è che di figli ce ne sono troppi. O meglio, ci sono troppi adulti che, pur anagraficamente maturi, restano intrappolati nel ruolo di “eredi in attesa”. Aspettano. E aspettano in un modo che non viene mai nominato nei dibattiti sulla denatalità o sulla crescita: aspettano di diventare finalmente proprietari della propria esistenza attraverso il passaggio di un testimone economico che si fa sempre più tardivo.
Non è un caso che i quotidiani, specialmente quelli economici con il Sole 24ore in testa, stiano dedicando sempre più spazio al tema del trasferimento intergenerazionale. Questo interesse ossessivo non è solo cronaca finanziaria, è un segnale preciso: l’economia italiana è a corto di ossigeno e il grande accumulo di ricchezza privata è diventato, agli occhi di ricercatori e osservatori, l’unico vero spazio residuo dove recuperare risorse per la collettività. In un Paese che non cresce e dove la produttività è praticamente ferma da decenni, la tentazione di guardare a quella “montagna” di 6.500 miliardi di euro diventa irresistibile. C’è la consapevolezza, sempre più diffusa, che quel patrimonio sia l’ultima riserva strategica. Chiedersi “chi pagherà per il welfare del futuro?” significa, inevitabilmente, dover scoperchiare il vaso di Pandora delle successioni. Parlare di questa disparità significa segnalare che il sistema, così com’è, non è più sostenibile: la ricchezza è diventata un recinto privato che non genera più valore per il Paese, ma solo rendita per pochi.
Ma dobbiamo avere il coraggio di dire le cose come stanno: quella che viene chiamata “l’eredità degli italiani” ha spesso origini meno nobili di quanto la retorica del risparmio virtuoso vorrebbe farci credere. Gran parte di questo accumulo, che oggi blocca il ricambio generazionale, è figlio di decenni di tolleranza verso l’evasione fiscale. Parliamoci chiaro: quel patrimonio è in larga misura il risultato di tutto l’accumulo di “nero” che, nel corso dei decenni, i vari governi hanno tacitamente permesso di mettere da parte a chi era abbastanza furbo, o abbastanza inserito, per farlo. È un’eredità che non deriva da una produttività superiore, ma da una distribuzione distorta delle opportunità, dove il rispetto delle regole è stato per lungo tempo facoltativo. Oggi, questa ricchezza accumulata nell’ombra si è “ripulita” trasformandosi in mattone o in titoli, consolidando una gerontocrazia che non ha prodotto innovazione, ma solo difesa del proprio orticello.
I numeri, quando vengono isolati dalla retorica, hanno una chiarezza quasi inquietante. La ricchezza netta delle famiglie italiane, a fine 2025, si attestava sui 12.326 miliardi di euro, un valore pari a 8,5 volte il reddito disponibile nazionale. Questa montagna appartiene, quasi per intero, a chi ha superato la soglia dei cinquant’anni: il 75% della ricchezza nazionale è nelle mani degli over 50, mentre le generazioni sotto i quarant’anni ne detengono meno del 9%. Il baby boomer di quarant’anni fa possedeva un patrimonio superiore del 50% rispetto al quarantenne di oggi. Gli eredi di questa generazione si sono limitati a conservare, subendo la gestione di un patrimonio che è, in fondo, un peso morto. Il meccanismo di trasmissione ereditaria, anziché ridistribuire le opportunità, finisce per cementificare le disuguaglianze. Il 10% più ricco possiede il 60% della ricchezza nazionale, e questa forbice si è allargata con una rapidità doppia rispetto alla media europea. Il sistema fiscale italiano, con la sua estrema indulgenza sulle successioni, funge da vero e proprio garante di questo privilegio, scoraggiando la fluidità del mercato.
Esiste poi una dimensione psicologica, ancor prima che economica. Si nota ovunque, basta girare un po’ per le nostre città e vedere spesso questi imbarazzanti quadretti: il professionista di mezza età che si muove all’ombra del genitore ottantenne, in una condizione di minorità prolungata. Quando sono insieme al supermercato o nei negozi, scenette comiche (viste dall’esterno, meno a viverle) si susseguono senza sosta. Non parliamo solo dei problemi di cura affettiva, ma di un oggettivo controllo soffocante che si esercita (o si vorrebbe esercitare) anche sui cordoni della borsa dei futuri eredi. Finché il trasferimento non avviene, il figlio non è un agente economico totalmente autonomo: non rischia, non investe, non costruisce nulla di veramente proprio. E quando lo fa è sempre “sotto scopa” del giudizio dell’onnipresente genitore. Ne vediamo ogni giorno cronache nelle pagine economiche (e di gossip) dei giornali e nelle vite private di chi ci circonda. In questo sgocciolamento verso il basso (la vera trickle down economic all’italiana) alla generazione ancora successiva rischiano di restare solo le briciole, spesso sotto forma di eterne “paghette”, per le quali ringraziare sempre per la benevolenza. L’Italia vanta una delle mobilità sociali più basse tra i paesi OCSE, non per caso, ma per scelta strutturale. Nel nostro sistema, oramai, il capitale non si guadagna, si riceve. E lo si riceve quando ormai è troppo tardi per trasformarlo in un progetto imprenditoriale. Quando il passaggio avviene, il capitale è già diventato “rendita”: un altro appartamento da affittare, un altro conto da custodire, un altro mattone che si aggiunge a un muro che impedisce ai giovani di costruire il proprio futuro.
Infine, la denatalità non fa che esasperare il problema. Meno eredi significa che la ricchezza, pur restando immobile, si concentra su un numero sempre più ristretto di mani. L’ossessione politica per “fare più figli” ignora il dramma degli adulti che abbiamo già: una generazione capace, intraprendente all’esterno, ma eternamente infantile nelle dinamiche familiari che l’Italia sembra non voler smontare. Finché non libereremo gli “eredi” dal peso soffocante dell’attesa, rendendoli protagonisti del proprio rischio economico, l’Italia continuerà a essere un polveroso museo a cielo aperto. L’eredità non dovrebbe essere il traguardo che segna la fine di una carriera, ma la leva per una nuova impresa. Oggi, purtroppo, è solo il cuscino su cui il Paese si è addormentato, in attesa di un futuro che, così, non potrà mai arrivare.
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