Memoria e Futuro
Rompere le bolle
C’è una cosa che non ho mai sopportato: stare in compagnia di persone che si aspettano solo conferme. Che leggono per trovare le proprie ragioni, ascoltano per sentirsi applaudire, discutono per vincere. Ho sempre pensato che quella fosse una forma sottile di pigrizia intellettuale, e mi sono sempre chiesto come facessero a non annoiarsi. Eppure il mondo che ci circonda in questo momento sembra costruito esattamente per soddisfare quella pigrizia, anzi per premiarla. La bolla, appunto. Non come metafora, ma come sistema.
Alcuni episodi di questi giorni, apparentemente distanti tra loro, mi sembrano illuminanti.
Il primo è quello che ha dominato gli ultimi giorni e riguarda il Quirinale. Mattarella aveva concesso la grazia a Nicole Minetti a febbraio, ma la notizia era rimasta riservata per settimane, come accade di norma in questi procedimenti quando sono coinvolti dati sensibili — malattie, minori, vicende familiari. Il Fatto Quotidiano, con la ben nota solerzia, ci ha costruito sopra un teorema di quelli apparentemente inattaccabili e che hanno fatto la sua fortuna editoriale (do you remember trattativa Stato-Mafia?): segretezza insolita, festini in Uruguay, adozione irregolare. Per settimane la bolla ha funzionato a pieno regime. Post, condivisioni, indignazione. Tanto da farci cascare in pieno anche l’inquilino del colle. Il Quirinale ha chiesto accertamenti al Ministero della giustizia, la Procura Generale di Milano ha verificato tramite polizia e Interpol, e ha concluso che i fatti descritti dalla stampa non corrispondevano al vero. Nessun festino, nessuna irregolarità, nessuna inconsueta segretezza. Chiuso. Neanche per sogno. La bolla indignata per la grazia si è rigonfiata di nuovo, con il contributo anche di media compiacenti. E a tutt’oggi pochi di chi ha condiviso quelle ricostruzioni ammette l’errore (figurarsi la malafede nel compierlo). Le bolle non si bucano dall’interno.
Il secondo episodio riguarda Francesco De Gregori. Il 26 maggio, in conferenza stampa a Milano, il cantautore ha detto una cosa di per sé abbastanza ovvia: che prova imbarazzo quando un artista si schiera in modo apodittico su questioni internazionali di guerra, che non si sente titolato a dare lezioni, che anche lui ha le idee confuse. Ha citato Whitman — “contengo moltitudini” — come chiave per spiegare il dubbio come postura intellettuale. La bolla “progressista” (con rispetto parlando) lo ha immediatamente processato: ignavia, disimpegno, tradimento. Morgan ha pubblicato un video sui social per ricordargli che “la lotta è la postura naturale di chi ha spirito artistico”. Nel frattempo Erri De Luca, che quando aveva provato a recuperare il senso originario della parola “sionismo” distinguendolo dalle politiche del governo Netanyahu era stato “bruciato” sui social dalla stessa bolla, è stato estromesso dalla prolusione inaugurale del Festival Salerno Letteratura, con una motivazione che nella sua laconicità è già un manifesto di epoca: “non condividiamo le sue parole”. La perfetta sintesi della bolla. De Luca ha risposto come si risponde quando si è abbastanza liberi da non aver bisogno di nessuno: “È il Festival di Salerno che si è escluso da me. Mi risparmio una trasferta.”
Il terzo episodio riguarda Zerocalcare. La sua nuova serie Due Spicci è uscita su Netflix a fine maggio, e nel giro di pochi giorni sono circolate segnalazioni anonime sui social secondo cui gli animatori che vi avevano lavorato sarebbero stati sottopagati. Un’altra bolla (questa più politica) si è messa in moto con la consueta efficienza: accuse, rilanci, prese di distanza, interrogazione parlamentare di Gasparri — che, come ha notato lo stesso Zerocalcare, vota regolarmente contro il salario minimo ma in questa circostanza si è scoperto paladino dei lavoratori dello spettacolo. Zerocalcare ha risposto con un video, spiegando quello che a chiunque fosse uscito dalla bolla un momento sarebbe sembrato ovvio: lui è l’autore della serie, scrive, disegna, doppia, non firma contratti né gestisce budget di produzione. Non ne sapeva nulla e nessuno gliene aveva mai parlato direttamente. La bolla però non cercava una spiegazione. Cercava un’abiura. E il povero Michele ha cercato in qualche modo di darla, riflettendo una differenza anche generazionale nel rapporto con le bolle. Chi è cresciuto fuori dai social ha forse una scorza più dura o, magari, sa che esiste un mondo che non è fatto di notifiche, mi piace o insulti più o meno anonimi.
Questi episodi non parlano della cattiveria del web, né della crisi del giornalismo, né dell’algoritmo. Parlano di qualcosa di più antico e più semplice: l’incapacità di tollerare il dubbio. La bolla non è uno strumento tecnologico, è una disposizione psicologica che la tecnologia ha semplicemente reso più comoda da abitare. Chi ci sta dentro non cerca informazioni, cerca conferme. Non vuole capire, vuole avere ragione. E la cosa che mi colpisce di più, guardando questi diversi casi insieme, è che le bolle in questione non sono tutte dello stesso segno politico: c’è quella del giornalismo d’inchiesta che si è oramai stabilmente trasformato in teorema indimostrabile ma comunque valido, c’è quella della sinistra culturale che non accetta il dissenso interno e il dibattito, c’è quella della politica che strumentalizza qualsiasi cosa. Bolle diverse, stesso meccanismo di chiusura.
Io ho sempre cercato di vivere immerso in luoghi culturali di segno diverso. Non per equilibrio formale, non per quella falsa equidistanza che è solo un’altra forma di pigrizia, ma perché ho sempre trovato insopportabile l’idea di sapere in anticipo cosa penserò leggendo un articolo, o chi avrà ragione prima ancora di ascoltare l’argomento. Non è una virtù: è un fastidio viscerale per il protagonismo da tribù, per il piacere di sentirsi dire quanto si ha ragione. Anzi, spesso, per educazione familiare al contraddittorio, sono stato portatore, nei contesti che frequentavo, di idee che non condividevo pienamente, per saggiare la resistenza di quelle che erano dominanti. Una volta si diceva, con una formula non più tanto di moda fare il Bastiancontrario (che, non vi nascondo, è stato a lungo in ballottaggio con l’attuale titolo della rubrica e non è detto che non lo si recuperi in un altro momento). L’unica cosa che mi sono sempre chiesto, guardando chi abita le bolle con evidente soddisfazione, è come facciano a non annoiarsi. E a pensare di crescere dandosi continuamente e reciprocamente ragione. Ieri un video su Facebook mi ha fatto tornare ai bei tempi in cui si facevano cose insieme senza essere d’accordo al 100%. E così si ottenevano risultati. Oggi i “bollisti” si beano nel darsi ragione ed escludere i dissenzienti. Che dire, auguri a loro.
Mattarella, De Gregori, De Luca, persino il povero Zerocalcare trascinato a processo da accuse anonime: tutti hanno fatto, in modi diversi, la stessa cosa. Hanno introdotto (e nel caso di Mattarella, difeso) un elemento di complessità in uno spazio che la complessità non la tollera, pronto solo a schierarsi. Per questo sono stati puniti. Le bolle non si rompono dall’interno, si diceva. Ma ogni tanto qualcuno ci prova lo stesso, e già questo vale qualcosa. Noi, ad esempio, siamo nati quasi esclusivamente per questo.
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