Memoria e Futuro
La Repubblica è femmina
Avete certamente presente la foto, visto quanto è stata mostrata negli ultimi giorni. Una ragazza sorridente, ventiquattro anni, il volto che sbuca dalla prima pagina del Corriere della Sera, lo sguardo verso un futuro appena iniziato. Si chiamava Anna Iberti, lavorava come impiegata all’Avanti!, e il fotografo Federico Patellani la immortalò nei giorni del referendum. La foto uscì sulla copertina del settimanale Tempo il 15 giugno 1946, due settimane dopo il voto. Da allora è diventata l’immagine iconica del primo suffragio femminile italiano, riutilizzata in ogni anniversario, su ogni manifesto, in ogni celebrazione istituzionale. Quest’anno campeggia ovunque per gli ottant’anni della Repubblica. La ragazza repubblicana: la donna come simbolo di una democrazia che nasce.
Il problema è che quella stessa stampa, il 2 giugno 1946, aveva un’idea molto precisa di cosa fosse una donna che va a votare. Lo stesso Corriere della Sera quel giorno pubblicò questo avviso: «Siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell’umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po’ di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto. Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal seggio». Non era ironia. Era il modo in cui il principale quotidiano italiano accoglieva il primo voto femminile della storia repubblicana: con un consiglio di toeletta, come si fa con chi non sa ancora come ci si comporta in pubblico. Tra quell’avviso e la foto di Anna Iberti trasformata in icona c’è tutta la distanza tra come le donne furono trattate nel 1946 e come vengono ricordate oggi.
Vale la pena colmarla, quella distanza, guardando ai fatti, anche per depurarci un po’ dalla retorica melassosa da cui ci siamo coperti in questi ultimi giorni.
Votarono circa tredici milioni di donne e dodici milioni di uomini — le donne erano numericamente la maggioranza del corpo elettorale. Come votarono al referendum tra monarchia e repubblica, però, non lo sa nessuno: il voto era segreto e i dati non furono mai disaggregati per genere. La nuova democrazia aveva dato alle donne il diritto di voto ma non aveva pensato di misurare cosa ne facessero. Le analisi storiche disponibili — qualitative, geografiche, non statistiche — suggeriscono che il voto femminile seguisse più la frattura Nord-Sud che qualsiasi identità di genere: al Mezzogiorno molte donne scelsero la monarchia come garanzia di continuità e ordine in mezzo alle macerie; al Nord, dove avevano fatto la Resistenza, votarono in prevalenza per la Repubblica. La stessa spaccatura che attraversò tutto il paese, insomma, senza che le donne costituissero un blocco elettorale autonomo né fossero trattate come tale. Quello che accadde anche nei decenni successivi, quando la maggioranza di donne tendenzialmente votava per la Democrazia Cristiana rispetto a quanto non lo facessero agli uomini, almeno nel Mezzogiorno.
Dall’elezione per la Costituente uscirono ventuno donne su cinquecentocinquantasei deputati, meno del quattro per cento. I partiti avevano presentato duecentoventisei candidature femminili a fronte di migliaia di candidature maschili: già la proporzione diceva quanto la rappresentanza femminile fosse considerata una concessione e non una priorità. Cinque di quelle ventuno entrarono nella Commissione dei Settantacinque incaricata di redigere il testo costituzionale. Ma di quella commissione, divisa in tre sottocommissioni, nessuna donna fece parte della seconda: quella sull’ordinamento costituzionale dello Stato, la struttura portante della Repubblica, il reparto nobile. Alle donne furono assegnati i temi “naturalmente” femminili — diritti dei cittadini, lavoro, maternità, famiglia. La politica vera, quella dell’architettura istituzionale, rimase territorio esclusivamente maschile.
Anche nei settori assegnati, le resistenze erano esplicite. L’8 ottobre 1946, nella Prima Sottocommissione, l’avvocato democristiano Umberto Merlin intervenne per sostenere che, «con tutta la generosità possibile», non si poteva accettare lo stesso trattamento economico tra uomini e donne: «del resto», disse, «questo non avviene mai». Fu Nilde Iotti, ventiseienne, alla sua prima presa di parola tra quarantanove uomini, a difendere il principio della parità salariale. Vinse formalmente: l’articolo 37 entrò nella Carta. Attese decenni per essere applicato. E ancora oggi spesso latita nella sua applicazione concreta, grazie anche all’incapacità di quei partiti che festeggiano le prime donne della Repubblica. L’articolo 29, sull’uguaglianza giuridica tra coniugi, attese il 1975 per trovare attuazione concreta nella riforma del diritto di famiglia. Trent’anni. Una generazione intera durante la quale la Costituzione diceva una cosa e il codice civile ne faceva un’altra.
Quella che le celebrazioni chiamano fondazione è dunque, a guardare bene, un’inclusione minimale e sorvegliata. Le donne entrarono nella stanza dove si costruiva la Repubblica, ma in un angolo, su temi di serie B, in numero insufficiente a decidere qualcosa da sole. Il suffragio femminile fu introdotto non perché l’Italia fosse pronta a considerarle uguali, ma perché la nuova democrazia aveva bisogno di un’immagine moderna da mostrare al mondo dopo vent’anni di fascismo. Le donne furono utili alla narrazione della discontinuità, non necessarie alla costruzione del potere.
Anna Iberti non lo sapeva, sorridendo per Patellani in quei giorni di giugno, in quella foto tutt’altro che spontanea. Non poteva saperlo. Il suo sorriso era autentico e il momento era davvero straordinario. Il problema non è lei — è quello che ci è stato costruito sopra: una retorica che usa il volto di una ragazza per raccontare una parità e un ruolo che non c’era. E che in molti aspetti esaminati all’interno della costituente non c’è ancora. Un paese la cui classe dirigente nel corso dei decenni ha considerato la Repubblica femmina come Mussolini considerava la folla: qualcosa da possedere, non da ascoltare, men che meno da servire.
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