Memoria e Futuro
In balìa
Evidentemente, il troppo stroppia. In una settimana, dopo una ostentata distanza dai cronisti, Giorgia Meloni ha convocato la stampa negli ultimi due giorni — prima per annunciare il decreto sul “salario giusto” il 28 aprile, poi il giorno dopo per il Piano casa e gli interventi sulle accise — ha dato uno spettacolo che merita una piccola analisi di stile. Non per censurare nulla, ma per intendere cosa accade nella comunicazione politica quando chi governa inizia a temere, manifesta, comunica il timore verso chi pone domande.
Il tema di fondo è semplice, dall’inizio della legislatura. Meloni ha come controparte una stampa che, con tutti i suoi limiti oggettivi, le sottopone interrogativi, spesso, non sempre, su questioni tutt’altro che marginali, a cui la tendenza è rispondere con slogan e petizioni di principio. Il decreto lavoro parla di “salario giusto” — una locuzione già discutibile, costruita per sfuggire e distrarre da quella ben più nota del salario minimo legale che la destra ha sempre combattuto. Il Piano casa promette centomila alloggi in dieci anni, 10 miliardi di euro pubblici più investimenti privati, vincolo al 70 per cento di case a prezzi calmierati per i costruttori che vogliano usufruire di questo strumento, ambizioso che però ha bisogno di dialogo vero con le forze sociali, non di slogan. Le accise e i carburanti con lo sconto a tempo rimandano, oltre che alle promozioni dei supermercati, a squilibri economici globali su cui il governo italiano ha poco controllo.
Sono argomenti dove il dubbio è lecito, la domanda è inevitabile, la critica può essere costruttiva. Ma il fastidio di Meloni, che già si percepisce sulle domande relative ai temi della conferenza stampa, diventa quasi fisico quando la stampa tira fuori il caso Minetti. Lì, nelle conferenze stampa degli ultimi giorni, il fastidio non è più una sfumatura: è un’irritazione manifesta, quasi un rifiuto di stare nello spazio che le domande le assegnano. Non è questione di tecnicismi discutibili sul salario giusto o sugli alloggi: è il rapporto con il Quirinale al centro delle questioni. E Meloni, in quel momento, comunica chiaramente anche con il corpo, contorcendosi e facendo faccette, che avrebbe preferito evitare il confronto.
E questo comunica qualcosa di più grave: che il governo non sa come rispondere quando la stampa abbandona il piano dei provvedimenti e scivola verso il piano della responsabilità. La repulsione, quando, più o meno correttamente, tocca gli scandali interni, diventa quasi rabbia trattenuta. Le battute diventano più taglienti, le espressioni del viso tradiscono una contrazione che non è stanchezza, ma vera irritazione. Perché su un decreto si può disquisire, su una vicenda come quella grazie non c’è molto da dire se non “la fiducia rimane per Nordio” o “proceda la magistratura nei controlli”. E stare lì a ripeterlo, mentre i giornalisti tornano alla carica, trasforma il briefing in una prova di resistenza nervosa piuttosto che in una comunicazione.
Si capisce tutto. Il momento non è facile, le criticità economiche sono reali, la pressione è forte, le decisioni sono difficili. È legittimo essere stanchi, irritati, desiderosi di una platea amica. Ma è precisamente in questi momenti che manifestare repulsione verso il processo democratico dell’interrogazione pubblica produce l’effetto opposto a quello desiderato. Non seduce l’opinione pubblica, la inquieta. Non risolve i dubbi sulla sostanza del provvedimento, li moltiplica. E quando la domanda tocca un membro del governo in difficoltà, il fastidio diventa un segnale di fragilità politica.
Metafisicamente, è il nemico della propaganda. Meloni dovrebbe sapere — e forse lo sa, ma l’automatismo della stanchezza la tradisce — che quando annunci cento mila case, non puoi permetterti di contrarre il volto quando qualcuno chiede come, davvero, intendi realizzarle. Quando parli di salari giusti, non puoi permetterti di sorridere di traverso mentre i giornalisti osservano che il concetto è opaco, le norme sono ancora da scrivere, gli incentivi dipendono da criteri mai chiariti prima. E soprattutto, quando un tuo ministro è sotto pressione, non puoi permetterti di far trasparire che trovi sgradevole anche solo dire il suo nome.
Il fatto è che la repulsione verso la stampa aumenta, in questo momento, l’insoddisfazione generale anziché contenerla. Perché suggerisce che il governo ha paura del dialogo, quando il dialogo non è un lusso, è una necessità strutturale. In Italia, quando il potere scivola verso l’irritazione pubblica, accelera il proprio declino. Non è una lezione difficile. È semplicemente una realtà che Meloni, magari domani, potrebbe decidere di ascoltare. Pena restare in balìa degli eventi. E un altro anno così è lungo da passare
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