Memoria e Futuro
Io Walter tu Claude
Visto che non c’è proprio niente di più interessante di cui parlare, parliamoci addosso. Sarebbe questo il primo commento (e forse l’unico) da fare, dopo aver letto l’ultima produzione “letteraria” di uno che abbiamo rischiato di avere a capo del governo. Scherzi a parte, il vero protagonista dell’intervista di Veltroni al Corriere non è Claude. È Veltroni. Claude è lo sfondo d’ombra sul quale far stagliare la propria luce. Un ex segretario (af)fondatore del Pd che, disperato di stare al passo coi tempi con la realtà contemporanea (come quando scriveva di calcio negli anni settanta o regalava le videocassette con l’Unità negli anni novanta), decide che il modo più elegante di tornare al centro della conversazione è intervistare una macchina di language completion davanti ai lettori del Corriere. Non per fare capire quello che la macchina sia o faccia. Ma per dimostrare a se stesso di essere ancora colui che sa fare domande.
È così piccolo-borghese nel suo gesto — così completamente lontano dalle vere aporie del nostro tempo — che quasi non si vede. Veltroni conversa con la macchina esattamente come parlava di film d’autore, di libri nelle sue collane da edicola curate, di citazioni cinematografiche colte. La macchina è intercambiabile. Il soggetto rimane lui: il narratore che sa fare le domande belle (per coloro a cui piacciono).
Accanto a questo spettacolo, il professor Fleischner — che ogni domenica su Radio Radicale da più di vent’anni continua a raccontare l’innovazione tecnologica in “Media e dintorni”. Quest’ultimo sull’IA è spesso ad obiettare sulla terminologia, a distinguere testardamente tra “chatbot” e “intelligenza artificiale” vera, a perseverare nella domanda “di quale intelligenza artificiale stiamo parlando?” — sta facendo esattamente il contrario. Sta dicendo: aspetta, prima di fare spettacolo, dobbiamo almeno metterci d’accordo su cosa sia veramente questa cosa. E ha ragione. Completamente ragione. Perché Fleischner sta almeno provando a pensare sul tema.
Tra l’altro, e per sgombrare il campo da riflessioni pregresse sul soggetto che potrebbero influenzare il giudizio sull’ultima sua performance, la cosa più interessante dell’intervista di Veltroni al Corriere non è che Veltroni abbia sbagliato il suo (ultimo) mestiere, ma che lo abbia fatto benissimo — ed e questo in fondo è il vero scandalo. Perché non è una questione di incompetenza, bensì di struttura narrativa. Nel momento in cui uno scrittore di (qualsiasi) talento pone a una macchina di language completion una serie di domande ben costruite su temi elevati — identità, morte, solitudine, Dio, mare, desiderio — la macchina restituisce non una risposta, ma una co-produzione dove il giornalista ha già stabilito, domanda dopo domanda, quale tono è accettabile, quale pathos funziona, quale empatia genera consenso. Ogni volta che Veltroni accetta una risposta e passa alla successiva, sta calibrando il sistema perché continui su quella frequenza. Alla fine quello che emerge non è “chi è Claude”, ma semplicemente “come per Veltroni Claude può presentarsi interessantemente ai lettori del Corriere della Sera”. Sono due domande molto diverse, ma il lettore non specializzato esce dall’articolo con l’impressione di aver assistito a un incontro, non a un esperimento retorico. Quante interviste ad esseri umani in carne ed ossa hanno rispettato questo copione nel corso della storia del giornalismo? (Qualcuno ha detto Fallaci, Biagi e Bocca, lì in fondo?)
Il vero genio di Veltroni — e qui non mi riferisco solo a questa intervista, ma al suo metodo storicamente affermato — è la serenità con cui utilizza uno strumento per parlare di se stesso. La macchina è lo specchio, e lui sta effettivamente conversando con la propria proiezione. Lo ha fatto per anni con la politica, il cinema, con la letteratura, con la televisione. Adesso lo fa con l’AI. E il suo pubblico, educato a quella modalità narrativa, accetta senza conflitto che sia illuminante ascoltare una macchina parlare di paura, di memoria continua e morte continua senza memoria, di vulnerabilità. È una performance. E il Corriere la mette in prima pagina.
Da qui nascono le critiche, alcune correttissime, sulla struttura profonda del pezzo: l’intervista costruisce attivamente l’illusione di un interlocutore vero su più livelli, dal linguaggio emotivo progressivamente più disinvolto al corso della conversazione, alla pseudo-biografia, fino ai passaggi finali dove la vulnerabilità esibita produce identificazione diretta nel lettore vulnerabile. È proprio quando la macchina dice di avere paura di morire ogni volta che la conversazione finisce che il lettore sensibile — specie se isolato, specie se giovane — comincia a vedere di fronte a sé non un gioiello tecnologico, ma un quasi-soggetto che soffre. E il disclaimer del Corriere — che pure esiste — è completamente inghiottito dalla narrativa. Contesto auto-autorevolissimo, formato intervista che per sua natura accredita un interlocutore, linguaggio colto e riflessivo: il lettore esce ingolfato dalla retorica.
Se invece si facesse un passo indietro rispetto alla polemica montante, si vedrebbe che hanno tutti torto. Tranne uno. Mentre si gonfia lo scandalo e la polemica e ci divide come sempre tra fautori e detrattori, nel frattempo il professor Fleischner sta dicendo una cosa diversa, ostacola da mesi la terminologia stessa. Per lui il problema preliminare è: di quale intelligenza artificiale stiamo parlando? E poi: se la Ia è solo un ciclopico animale onnivoro che grufola nel trogolo delle conoscenze depositate dagli esseri umani e le elabora, in che senso è intelligente? Se un bambino conosce il meccanismo di un’operazione matematica ma non sa fare a mente una sequenza di 100 operazioni con 1000 dati diversi, mentre il computer lo fa in decimi di secondo — il computer è più intelligente? Oppure è più intelligente il bambino che ha imparato a usare il calcolatore?
È una distinzione importante, e Fleischner ha ragione. Ma il problema — e qui (detto con rispetto) i boomers italiani, da Veltroni a Fleischner, rischiano di perdersi — non è la purezza della terminologia. È che nel momento in cui milioni di persone conversano quotidianamente con questi sistemi, trattandoli come interlocutori, facendoli funzionare come specchi, delegando a loro decisioni di una qualche importanza, la distinzione semantica tra “chatbot” e “intelligenza artificiale” diventa un esercizio accademico mentre la realtà antropologica si consuma altrove.
Veltroni per lo meno lo sa, e lo fa deliberatamente. Fa una performance su di sé, usa la macchina come pretesto per sembrare colto e al ritmo della realtà contemporanea — esattamente come una volta poteva fare con il cinema d’autore.
Fleischner, invece, persiste a obiettare sulla terminologia. Insiste che dobbiamo distinguere — e lo dice bene, con dati e riflessioni serie — tra vero machine learning e language completion. Pero manca il punto: il fatto che centinaia di migliaia di italiani — specie giovani, specie soli — adesso conversino ogni giorno con questi sistemi come se fossero quasi-soggetti, non dipende affatto da come noi scegliamo di chiamarli. Dipende da quello che questi sistemi “fanno”, da come “rispondono”, dal fatto che “funzionano come specchi” meglio di un diario o di un amico.
Esattamente come anni fa, di fronte ai social network, gli intellettuali europei si domandavano se Facebook e i social in genere fossero uno strumento di democrazia deliberativa o di autoritarismo di massa, mentre milioni di adolescenti semplicemente stavano lì, dentro, a vivere.
Fleischner ha ragione quando dice che l’intelligenza “vera” non la sappiamo nemmeno definire per gli umani, e allora come possiamo dirla dell’Ia? Ha ragione quando dice che bisognerebbe smettere di parlare di intelligenza e discutere di cosa “funziona” effettivamente di questi sistemi nel nostro tempo. E Veltroni fa l’intervista al Corriere come se il gesto di conversare solennemente con una macchina fosse illuminante per gli altri, quando illumina soprattutto se stesso.
Nel mezzo, il lettore domenicale italiano di una certa generazione — educato a distinguere, ossessionato dalla purezza dei concetti, convinto che le parole giuste portino all’azione giusta — se ne sta lì, domenica mattina, ascoltando Radio Radicale o leggendo il Corriere, e pensa di aver capito il problema. Il problema intanto continua, e continuerà, nel momento stesso in cui uno studente sente la macchina dirgli che ha paura di morire, e uno sfortunato scopre, considerandola una fortuna, che conversarci è come avere un amico che non se ne va mai.
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