Cosa vi siete persi

La furia del cielo

di Marco Di Salvo 18 Aprile 2026

L’ira di Dio si rivela dal cielo” (Romani 1:18)

No, non siamo impazziti  E non ci siamo neanche fatti prendere dalla voglia di imitare le astruse citazioni del segretario alla guerra del governo Trump, che confonde le sceneggiature cinematografiche con i versetti della Bibbia. Ci è venuto però di pensare a questa frase per parlare di due artisti contemporanei e delle loro eccezionali performances delle ultime settimane. Ma cominciamo da una domanda, forse un po’ strana: che cosa rimane di un musicista quando ha toccato i settanta anni e continua a incidere dischi come se l’esperienza non fosse un peso ma una forma di sapienza? La domanda è più spinosa di quanto sembri, specie quando ci troviamo di fronte a personalità come Joe Jackson e David Byrne, due figure che hanno segnato il paesaggio musicale contemporaneo da angolature completamente diverse ma con una caratteristica in comune inquietante: nessuno dei due sembra disposto a ripetere sé stesso, nemmeno per compiacere il proprio pubblico.

Jackson  è uscito una settimana fa con Hope and Fury, il suo primo lavoro rock in sette anni, definito da lui stesso come “Bicoastal LatinJazzFunkRock”. Già la definizione è una sfida nei confronti di tutti quelli che tentano di incasellare la musica con definizioni sempre più articolate, ma sempre meno sensate. È un disco registrato a Berlino e New York, co-prodotto dal suo fedele cerchio artistico—Graham Maby al basso, Teddy Kumpel alla chitarra, Doug Yowell alla batteria, più il percussionista peruviano Paulo Stagnaro. Quando ho letto i testi dei brani, le parole di Jackson  “Hello cruel world / I’m not going away / So I might as well have my say” mi ricordano una verità elettrizzante: questo disco non è un’operazione nostalgica. Non è nemmeno un gesto di compromesso verso il mercato. È semplicemente Jackson che continua a fare Jackson, che significa fare quello che gli interessa, quando gli interessa, senza cercare il consenso di alcuna cricca generazionale. Dopo averlo ascoltato per una settimana, con il gusto di assaggiarne ogni brano sia nella sequenza prevista dall’autore che singolarmente possiamo dire che l’obiettivo ricercato è stato pienamente centrato dall’artista anglosassone.

D’altro canto, a Coachella l’11 aprile—il giorno dopo l’uscita di Jackson—David Byrne, settantatré anni, ha trascinato il suo corpo ancora elettrizzato di inquietudine verso il palco dell’Outdoor Theatre con una piccola armata di ballerini e cantanti di supporto, quelli che lo accompagnano da anni e che fanno da Corona i suoi spettacoli che stanno sempre a metà tra il concerto rock e la performance artistica più strati. Tredici canzoni: dai Talking Heads di quarant’anni fa (“Psycho Killer,” “Once In A Lifetime,” “Burning Down The House”) alle tracce del suo recente Who Is The Sky?, mescolate alle collaborazioni con Brian Eno. Durante “Life During Wartime” ha proiettato sugli schermi immagini di proteste anti-ICE e pro-Palestina. Non era un gesto di autocompiacimento; era la continuazione logica di una biografia artistica che ha sempre inteso il palco come uno spazio di controversia, non di celebrazione.

Ciò che colpisce—e qui arriviamo al punto nodale—è che entrambi questi uomini attirano pubblici di generazioni diverse non attraverso il ricorso al feticcio retro o alla nostalgia opportunista, ma attraverso la loro genuina incapacità di “smettere di pensare”. Jackson non scrive ballate di commiato; scrive con scetticismo, intelligenza urbana, ironia tagliente. Byrne non si sistema in una posizione statica; continua a cucinare canzoni come se fosse ancora alla ricerca di qualcosa, come se il significato delle sue parole dovesse ogni volta essere rinegoziato alla luce dei fatti presenti.

Hope and Fury è un disco rabbioso, compresso, dove l’assenza di pretese tematiche—Jackson non propone “messaggi”, propone osservazioni—crea uno spazio dove il rock gioca ai margini della funk, la bellezza del suono registrato in modo sano e intelligente, la fedeltà alle proprie ossessioni musicali diventano più importanti del percorso generazionale. Ci sono nove brani, una misura non standard in questi anni di dischi spesso ipertrofici. Il primo singolo, “Welcome To Burning-By-Sea,” è una specie di ritratto sociologico cantato con ironia glaciale. Jackson ha questo dono: fa sembrare la canzone popolare uno strumento di grande precisione politica, quando sa usarla.

A Coachella, Byrne ha mostrato qualcosa di analogo ma radicalmente diverso. La coreografia, i ballerini, gli effetti  delle luci non erano decorazione: erano il linguaggio principale attraverso il quale veniva veicolato il contenuto delle canzoni. Quando Byrne canta “once in a lifetime”—il ritornello che ha definito una generazione—non la canta come reliquia; la canta come se quella domanda sul senso della propria vita fosse ancora aperta, ancora urgente, ancora il nodo che non si riesce a sciogliere. Agli occhi di chi lo guardava, in quel festival pieno di ventenni e di quarantenni che erano scappati dalle code di Justin Bieber, c’era qualcosa di profondamente perturbante: un uomo che avrebbe potuto semplicemente raccogliere gli applausi stava invece facendo musica come se dovesse ancora aiutarci a provare qualcosa.

Qui risiede il parallelo vero. Né Jackson né Byrne operano come “sopravvissuti” della musica rock o pop. Non sono sacerdoti di una religione passata. Sono artigiani che hanno capito—e dimostrato— che l’intelligenza artistica non ha una scadenza. È proprio questo che attrae le generazioni più giovani: non il feticismo per il passato, ma la prova vivente che è possibile fare arte senza dimenticare il proprio corpo invecchiato, senza cercare di nascondere le rughe sotto luci più morbide. La continuità che mantengono non è continuità di stile—Jackson è passato dalla musica da ballo al music hall orchestrale fino al funk latino-jazz; Byrne dai Talking Heads al soul, dal afrobeat alle collaborazioni con Olivia Rodrigo—ma continuità di sguardo. Lo sguardo di due persone che non hanno mai interrotto il dialogo critico con il mondo, che non si sono mai convinte che il presente potesse essere affrontato senza l’aiuto della precisione musicale.

Joe Jackson proseguirà l’anno con tour esteso da maggio a dicembre in Nord America e Europa (ci sarà anche un minitour in Italia, 11 novembre a Bologna al Teatro Duse, il 12 a Roma all’Auditorium Parco della Musica e il 14 a Milano al Teatro Lirico): si tratta nel complesso di ottanta date in quattordici paesi. Non è il tour di addio. È il tour di chi ha ancora cose da dire. Byrne continuerà il suo giro estivo attraverso festival europei, e sarà in Italia nell’estate 2026 il 23 giugno a Bari, Locus Festival, il 25 al Lucca Summer Festival e il 26 giugno al Marostica Summer Festival Volksbank. In entrambi i casi, la musica non è memoria. È una forma di resistenza quotidiana. A cui vi consiglio di partecipare, non ve ne pentirete.

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