La parolaccia della settimana
La parolaccia è hilflos
Colgo l’occasione della lettura di un saggio di Robert Musil che data poco più di un secolo fa, L’Europa inerme (Das hilflose Europa), per fare delle riflessioni su ciò che è diventato il nostro continente dopo un Novecento che ha visto concludersi un percorso decorato da guerre regionali e continentali dal Medioevo in poi.
Musil scriveva questa sua opera nel 1921, appena finita la Prima Guerra Mondiale, nella quale lui stesso si arruolò, infervorato da ideali che, forse, erano solo un’illusione dopo un ventennio di pace europea, dove un ormai obsoleto impero austro-ungarico era incapace di esprimere qualcosa di diverso che non fosse la sua autocelebrazione. La guerra sarebbe stata una rottura, un confronto cogli altri, forse, chissà cosa ne sarebbe venuto fuori. Proviamo a metterci nella testa di un giovane di allora, anche di un intellettuale ben fornito di mezzi critici. Questa febbre bellica pervase tutti in Europa e ognuno continuò a perseguire il disegno regionale che sempre aveva avuto come modello, la Francia e Parigi caput mundi, l’Impero con Vienna, orfana da ormai un secolo del Sacro Romano Impero, che forse pensava d’avere ancora qualcosa da dire, l’Inghilterra e il suo impero coloniale dove non tramontava mai il sole, ormai anche quello vicino al dissolvimento, e la nuova potenza emergente, l’Italia coi suoi sogni risorgimentali, ridicolmente nutriti da una retorica patriottica, eccetera, alimentati tutti ancora da quei fantasmi del Romanticismo e dell’affermazione delle nazioni e delle culture arcaiche che ne costituivano la radice mistica. Ma poi c’erano mille altre motivazioni in quelle società che si stavano trasformando sia socialmente sia economicamente dopo la Rivoluzione Industriale con un capovolgimento totale di un modello che fino a non molto tempo prima era stato quasi unicamente molto legato alla terra e ai suoi frutti.
La dinamicità insita nel sistema industriale, che moltiplicava il prodotto a costo dello sfruttamento umano, sebbene coadiuvato da macchine di ultima invenzione, e che sarebbe stata iconizzata qualche anno dopo il saggio di Musil, nel 1927, nel visionario Metropolis di Fritz Lang e, un decennio dopo, da Charlie Chaplin in Tempi moderni, portava a considerare la velocità come un modello necessario. I futuristi ne fecero il loro mantra, così come la guerra come soluzione alla cancellazione del passato stagnante.
Musil, dopo l’esperienza in trincea, rivede tutto ciò che aveva immaginato e lo scrive nel suo saggio Das hilflose Europa. Hilflose, nella sua traduzione italiana è diventato “inerme”. Ma hilflos ha una grande varietà di sfumature e le immaginiamo tutte, nelle intenzioni di Musil. Letteralmente: senza aiuto, e poi, inetta, vulnerabile, indifesa, perduta, senza speranza, bisognosa, ma anche bloccata. Potevano convivere tutti questi significati nell’Europa in cui scriveva Musil? Ciò che successe subito dopo, coll’avvento dei fascismi in buona parte del continente dimostrò quanto l’Europa, per perdersi completamente nell’abisso, avesse ancora bisogno di una Seconda Guerra Mondiale che, a distanza di poco più di vent’anni dalla Prima, fu ancora più distruttiva, sotto ogni aspetto, ma divenne poi il traguardo dopo cui si provò a costruire, su macerie concrete e umane, una società di nazioni collaboratrici la quale, molti anni dopo, portò a un’Unione Europea che ancora non ha trovato la sua strada.
A distanza di un secolo dal saggio di Musil, cosa è cambiato, quindi, in Europa, più tra la gente che tra le nazioni?
Abbiamo visto che i confini politici non sono garanzia di una libertà veramente comune. Ci sono state nazioni (tra cui anche l’Italia, che ha negato diritti civili e continua a negarli) che hanno voluto fermare il tempo, andando a ritroso, come l’odierna Ungheria, mentre nazioni più dinamiche e anche insospettabili andavano avanti anni luce. L’Europa è composta da monarchie e da repubbliche e non è detto che le monarchie siano quelle più arretrate, anzi, la democratizzazione rapidissima del Regno di Spagna, che usciva dal lunghissimo incubo di Francisco Franco, ha sorpreso tutti ed è diventata un modello per gli aspiranti spiriti liberi. Lì un nuovo cinema, una nuova letteratura, un fiorire di arti rappresentative e figurative ha espresso questa rinascita che meglio non si poteva, un cattolicesimo ormai obsoleto ha lasciato spazio a un pensiero libero, anche a livello istituzionale, nonostante i re cattolici che, invece, si sono dimostrati molto più aperti di quanto potessimo immaginare.
Anche l’attuale monarca inglese, arrivato a regnare in vecchiaia dopo l’inossidabile Elisabetta, si dimostra ben più aperto e all’avanguardia di certi rappresentanti repubblicani, come i nostri, eccezion fatta per il presidente Mattarella, che, da solo, cerca come può di difendere la nostra Costituzione dagli attacchi di un governo di destrissima (scelto dagli italiani…) composto da pirati. E come le monarchie settentrionali, dove si respira un’aria di libertà che da noi è sempre messa in forse dagli interventi liberticidi di presidenti del consiglio e ministri che sembra vogliano far girare al contrario gli ingranaggi della Storia. A che scopo, poi, non si comprende bene. A meno che non lo si legga in chiave servile di uno dei paesi canaglia più tremendi dell’attualità, perché questo sono diventati gli U.S.A. di Donald Trump. Va detto che anche prima del trumpismo gli U.S.A. non si distinguessero per iniziative estremamente liberali, ma adesso sono alla stregua della Russia di Putin, dell’Israele di Netanyhau, della Cina di Xi e della Corea del Nord, dove una dinastia di squilibrati tanto quanto Trump gioca coi soldatini di stagno e le baionette.
Ecco, a differenza dell’Europa, che ha vissuto un lungo periodo di pace, eccezion fatta per le guerre balcaniche sulla fine del XX secolo, l’indole guerrafondaia d’oltremare non si è mai estinta, il Far West è diventato il mondo intero, un mondo dove esportare “democrazia”, perché noi siamo quelli buoni e chi è contro di noi è cattivo e brutto. Obama nella narrazione tossica di Trump diventa addirittura un “comunista“! Pensa te. Lo stesso ragionamento dell’attuale Israele, lo stesso di Putin, lo stesso dei mussulmani fondamentalisti (che sono tanti), presso i quali ognuno vede nemici che minano il loro strapotere. Ovviamente i nemici dell’uno possono essere amici dell’altro, nel gioco delle parti infinito. E spesso da nemici si riesce a diventare amici, quando non complici, basta solo accordarsi per dividersi la torta.
Anche l’Europa, pur vivendo in questa bolla pacifica da ottant’anni, risveglia i suoi fantasmi nazionalisti e, anziché reprimerli, dimostrando così un’incoscienza di quanti mali quegli spettri abbiano prodotto nel passato, ripropone un sovranismo assurdo, che non ha più senso anche solo concepirlo. Ma è frutto dell’ignoranza della Storia, del suo revisionismo in senso autoritario. Un’altra narrazione tossica. Un po’ come il lupo che dice all’agnello perché mi intorbidi l’acqua, perché hai parlato male di me sei mesi fa, eccetera, sebbene l’agnello stia più a valle e sei mesi prima non fosse ancora nato.
In fondo la Storia, spesso, che cosa diventa? Un susseguirsi di fatti, di frammenti che poi si combinano per creare delle narrazioni di comodo e di lettura per giustificare il potere. È ciò che porta il Presidente del Senato Ignazio La Russa a dire che i nazisti uccisi in via Rasella, il 23 marzo 1944, erano solo una banda di pensionati. Un tentativo di metamorfosare la Storia. Così come sarebbe d’uopo studiar meglio quella dello stato di Israele per cercare di capire più a fondo cosa succede in quell’area del Mediterraneo e i genocidi vari che lo costellano, così come pure si farebbe meglio a studiare la propria per comprendere perché valanghe di migranti si rivolgono all’Europa, anche a costo di rischiare di perdere la vita nel mare.
In cosa differiscono, allora, gli europei di oggi da quelli del saggio di Musil? È ancora una volta un’Europa hilflose, quella attuale?
Di sicuro è disorientata, oltre che vulnerabile e inetta, e anche bloccata. Bloccata da un ingombrante alleato d’oltremare che della prepotenza ha fatto la sua cifra distintiva, è incapace di prendere posizioni nette, tranne qualcuno un po’ più audace che gliele canta in faccia, finalmente, come la Spagna. Ma è un cinguettio rispetto al silenzioso baccano del resto del continente.
È un’Europa immobile, quella d’oggi, hilflose anch’essa, sì, sebbene siano cambiate molte cose, per fortuna, dal 1918. Non è cambiato, però, il senso di appartenenza alle nazioni per molta parte dei popoli europei. Nonostante i confini ormai aperti, sono veramente pochi a parlare almeno un’altra lingua che sia diversa da quella materna, e a conoscere altre culture, e gli italiani si distinguono per questo, ma anche altrove non è che sia molto meglio. Lo sciovinismo investe tutti e fa gridare i partiti populisti “prima gli italiani, prima gli inglesi, la Francia ai francesi, prima i tedeschi” e così via, in una contraddanza di priorità che non si capisce bene chi ormai siano gli italiani, gli inglesi, i francesi eccetera. Eppure molti ci credono, dimostrando così la propria ignoranza e la scarsa familiarità colla Storia. Come fu per la Prima e per la Seconda Guerra Mondiale.
Non assisteremo, mi auguro, a una Terza Guerra Mondiale tra nazioni europee, probabilmente, ma ai nostri confini se ne consumano di altrettanto tragiche e la voce europea è flebile, hilflos. Certo, l’istruzione potrebbe essere un buon punto di partenza per avvicinarsi a una minore inermità, ma…
La politica attuale dell’istruzione del nostro Paese è talmente miope che, solo per fare un esempio, lo studio dei Promessi Sposi spostato al quarto anno dal secondo delle superiori, indica una scarsa considerazione di ciò che questo romanzo rappresenta per la nostra cultura di base. Non è la storia di due fidanzati a cui si oppone il prepotente di turno e basta, che, se uno la presentasse così nel pitch che tanto piace alle case editrici d’oggidì, nessuno la prenderebbe in considerazione. È la storia della lingua italiana, la storia di una nazione oppressa da una dominazione straniera, gli eserciti che l’attraversano, la storia di una pandemia, di un isolamento, di come la gente reagiva a queste catastrofi, di una giustizia confusionaria e in mano a legulei infimi, di un’attualità assolutamente coinvolgente. E c’è anche la poesia dell’Addio monti sorgenti dall’acque, della madre di Cecilia, di ritratti vividi e grotteschi che, saputi leggere e spiegare dagli insegnanti, sono molto più che attuali: chi non vedrebbe in Don Rodrigo il mafioso di turno, o in Fra Cristoforo il rivoluzionario, in Azzeccagarbugli i tanti avvocatucoli che difendono i potenti, come i ministri che sputano sulla Costituzione, e così via? Perché negare tutto questo ai ragazzi del biennio, in una fase formativa della personalità, i quali potrebbero trarre beneficio da queste riflessioni, oltre che da una lingua italiana che, forse, non si può considerare attuale ma di certo è ricca di vocaboli e modi di dire che ancora oggi si usano in Toscana, per esempio, e che potrebbero essere utili per non perdere il contatto con una ricchezza idiomatica e piena di sfumature in via di estinzione, sempre più lasciando il posto a keffai, ki6, xkè e così via? Poveri ragazzi, si stressano, no, no, via dal secondo anno. Magari poi si aboliranno del tutto, perché no? Anzi: XKÈ no?
Ma il discorso dell’istruzione, comunque basilare per comprendere meglio il mondo intorno a sé, è immensamente più lungo e articolato. Se siete riusciti a leggere fin qui senza annoiarvi è già un segno confortante. Magari lo riprendiamo in un’altra occasione, il discorso sull’istruzione. E poi, al problema dell’istruzione, si aggiunge un altro fantasma associato, quello dell’AI, che sta manifestando tutta la sua pericolosità quando sfugge di mano.
Al momento, però, non posso fare a meno di comunicarvi che mi sento molto hilflos, come l’Europa.
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