Memoria e Futuro
La rifondazione dei fatti
Ogni mattina quando arrivo nel mio studiolo, quattro fotografie di Leonardo Sciascia accrocchiate a mo’ di patchwork in una cornice da ipermercato mi guardano da una trave. Sono lì da anni, da quando le recuperai nella fondazione a lui dedicata a Racalmuto. Sotto queste cartoline, una sua citazione, impressa su un segnalibro: “Bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo stato”. Naturalmente non parlava del quotidiano che ha avuto la fortuna di non conoscere essendo stato fondato molti anni dopo la sua scomparsa. Ma neanche altri, beato lui.
In questi giorni, mentre la vicenda Minetti ha dominato tutto quello che si poteva dominare dell’informazione, quelle foto e quella scritta mi guardano con maggiore intensità. O almeno questa è la mia impressione. Mi sento sotto accusa anch’io, sono diventate un tarlo che mi aspetta appena mi siedo a scrivere. Ma è certamente autosuggestione. Semplicemente perché guardando quello che sta accadendo, ho capito (di nuovo) cosa sia l’impossibilità di rifondare qualsiasi cosa, figurarsi la verità e lo stato.
Parliamoci chiaro: la questione non è se il Fatto Quotidiano ha scritto cose vere o false sulla vicenda. La questione è l’attitudine. L’attitudine di un quotidiano—e di tutti quelli che gli sono andati appresso, che l’hanno letto, che gli hanno creduto, che ne hanno fatto il veicolo della propria indignazione—di non arrendersi mai all’oggettività delle situazioni. Sempre, in ogni caso, trovare una ragione per i propri torti. Una spiegazione. Una sfumatura. Un residuo di informazione che permetta comunque di dire: avevo ragione.
Quando i fatti non ti sostengono, non cedi. Cerchi ancora. Come in questi giorni. Vai in Uruguay, trovi una massaggiatrice, recuperi una testimonianza. Pubblichi. Il ministero, la magistratura, anche il semplice buon senso dicono: questo non regge. Non importa. Continui. Perché l’importante non è che sia vero. È che tu abbia ragione. È che il tuo avversario abbia torto. È che il potere, che il Quirinale, che lo stato sia colto in fallo. Se non lo cogli oggi, lo coglierai domani. Se non con questa storia, con un’altra.
Ecco, questa è l’attitudine. E questa attitudine è l’esatto contrario di ciò che Sciascia intendeva per “rifondare la verità”. Perché rifondare la verità significa una sola cosa. Significa dire: i fatti mi contraddicono, mi arrendo. Significa lasciarsi correggere dalla realtà. Significa accettare che quando sbagli, hai sbagliato, e non cercare scappatoie. Significa, insomma, non avere bisogno di avere ragione.
Il Fatto, alla sua nascita, prometteva questo, anni fa. Prometteva di essere il giornale che avrebbe detto la verità ai potenti, il giornale che avrebbe rifondato la repubblica, che avrebbe cambiato l’Italia. E tutti quelli che lo leggevano credevano in questa promessa. Credevano che finalmente c’era qualcuno che non mentiva, che non scendeva a compromessi, che diceva il vero per amore della verità, non per interesse.
Ma quello che è accaduto, nel tempo, è che il giornale non ha mai ceduto al fatto quando il fatto lo contraddiceva (scusate il gioco di parole, ma ci stava). Ha sempre trovato il modo di continuare. E così, lentamente, ha cominciato a fare esattamente quello che diceva di combattere: costruire narrativa invece di cercare realtà. Costruire senso invece di accettare l’assenza di senso. Costruire ragioni per sé stesso invece di offrire ragioni ai lettori.
Quando guardo le foto sulla trave, e rileggo Sciascia, penso a questo. Penso che la verità non si rifonda con l’atteggiamento di chi dice: comunque, in qualche modo, avrò ragione. La verità si rifonda con l’atteggiamento di chi dice: se mi sbaglio, ditemi dove. E ascolta. La verità si rifonda con l’umiltà dell’errore, non con l’arroganza della ricerca.
Il Fatto e chi l’ha appoggiato hanno scelto l’altra strada. Hanno scelto di non arrendersi all’oggettività. Di cercare sempre, dovunque, il modo di avere ragione. E così, proprio così, hanno impossibilitato quello che promettevano di fare: rifondare lo stato. Perché uno stato rifondato sulla verità ha bisogno di persone che cerchino la verità. Non persone che cerchino ragioni per sé stesse.
La scritta e le foto sulla trave mi guardano ogni mattina. Mi ricordano che questa è la lezione che, ancora, non abbiamo imparato.
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