Memoria e Futuro
L’ampio spettro del centro
Non vuole essere una profezia, questa, semplicemente un riassunto con visione prospettiva. Chissà, magari stavolta Alessandro Onorato e Ismaele La Vardera saranno l’eccezione che smentisce la regola. Ma la regola, prima di essere eventualmente smentita, vale la pena raccontarla: perché si ripete da almeno un decennio, sempre uguale, e ogni volta con la stessa sicurezza di essere finalmente diversa.
Ogni tot anni, a pochi mesi dalle elezioni politiche in Italia, si materializza un fantasma. Lo accompagna sempre la stessa liturgia: un signore — quasi sempre un signore — con un curriculum solido, spesso venuto da fuori dai partiti (sindacati, ministeri, cattedre, ambasciate), annuncia che è arrivato il momento di occupare “lo spazio del centro”. I giornali, benevolenti soprattutto in estate, gli aprono le pagine, i sondaggisti gli intestano una fetta di torta che oscilla misteriosamente fra il 7 e il 15 per cento, gli intellettuali si mettono in fila per il comitato scientifico. Poi, con la stessa regolarità con cui è apparso, il fantasma si dissolve. Non lo sconfigge nessuno: semplicemente, un giorno non c’è più. Senza colpo ferire, appunto — espressione che viene dal linguaggio militare e indica una resa talmente rapida da non lasciare nemmeno il tempo di sguainare la spada.
Prendiamo Marco Bentivogli. Nel 2020, appena lasciata la segreteria dei metalmeccanici della Cisl, fonda con il filosofo Luciano Floridi l’associazione Base, dentro cui infila Carlo Cottarelli — di cui parleremo dopo — Mauro Magatti, Stefano Zamagni: un elenco di nomi pensato apposta per far scrivere ai cronisti la parola “laboratorio” e, subito dopo, la parola “partito”. Il debutto politico veniva smentito ufficialmente e promesso ufficiosamente, come da manuale. Sei anni dopo, Bentivogli è ancora lì — coordina Base Italia, scrive di intelligenza artificiale e lavoro 4.0 — ma del partito non è rimasta traccia.
È lo stesso destino, con dettagli diversi, di Luigi Di Maio. Nel giugno 2022 porta con sé fuori dal Movimento 5 Stelle la scissione più larga della storia repubblicana, oltre sessanta parlamentari, e fonda Insieme per il Futuro, poi confluito in Impegno Civico assieme a Bruno Tabacci. Doveva essere il baricentro governista, europeista, atlantista di un centro finalmente adulto. Alle elezioni di settembre prende lo 0,6 per cento. Di Maio stesso resta fuori dal Parlamento. Del progetto non rimane nemmeno la sigla: lui si ricollocherà da inviato speciale dell’Unione europea per il Golfo, atterraggio morbido su un incarico ben pagato, mentre il “centro adulto” evapora in poche settimane, senza che nessuno certifichi il funerale.
Stefano Parisi e Carlo Cottarelli meritano un paragrafo comune, perché il copione è quasi identico. Parisi, manager di lungo corso — city manager di Milano con Albertini, poi ai vertici di Fastweb e Confindustria — sfiora la vittoria alle comunali di Milano nel 2016, fermandosi al 48,3 per cento contro Beppe Sala, e ne trae la convinzione di poter federare tutta l’area moderata: fonda Energie per l’Italia, gira la penisola con un tour chiamato, con understatement involontario, MegaWatt. Il partito non elegge quasi nessuno, prova la carta della Regione Lazio nel 2018 e perde anche quella. Nel dicembre 2020, con una lettera pubblica, annuncia semplicemente che lascia la politica e torna a fare l’imprenditore: non una sconfitta a sancire la fine, ma un comunicato stampa. Cottarelli ha avuto addirittura due vite da fantasma. La prima nel 2018, quando Mattarella lo incarica di formare un governo tecnico nello stallo post-elettorale: accetta con riserva, se la rimette pochi giorni dopo senza aver mai messo piede alla Camera per la fiducia — un governo mai nato, letteralmente un fantasma prima ancora che una persona. La seconda nel 2022, quando Enrico Letta lo candida al Senato come garanzia di merito e rigore per un Pd riformista: eletto, si trova a disagio nel giro di pochi mesi con la linea di Elly Schlein su Jobs Act, superbonus e termovalorizzatori, e nel maggio 2023 si dimette da senatore per dirigere, gratuitamente, un programma di educazione economica nelle scuole superiori. Anche lui se ne va con una lettera, non con una sconfitta.
L’ultimo esemplare, in ordine di tempo, porta la firma di Alessandro Onorato. Assessore capitolino al Turismo e ai Grandi Eventi, con un curriculum che passa da Veltroni all’Udc, dalla lista civica di Alfio Marchini (altro fantasma minore: due volte candidato sindaco di Roma, nel 2013 e nel 2016, sempre sconfitto, oggi presente più che altro a presentazioni di libri e dibattiti radiofonici) all’opposizione a Ignazio Marino fino al ritorno nel centrosinistra con Gualtieri, Onorato lancia a due mesi fa definitivamente (dopo averlo preparato già da un po’) Progetto Civico Italia, “la gamba civica del centrosinistra”, battezzata al Palazzo dei Congressi dell’Eur e ribattezzata, non senza involontaria ironia storica, “il Pci”. Diecimila iscritti, la promessa di intercettare i tredici milioni di italiani nel terzo settore che i partiti non raggiungono più. Meno di due mesi dopo, il 30 luglio, arriva già il primo rinforzo esterno: la federazione con Controcorrente, il movimento siciliano di Ismaele La Vardera, che vola nei sondaggi regionali e lo vede come competitor credibile (per dire come stanno messi) per la presidenza della Regione ma vale l’1 per cento a livello nazionale. La Vardera diventa presidente nazionale di Progetto Civico Italia così, sulla fiducia. Un accordo presentato come l’inizio di qualcosa di grande. È sempre così, all’inizio.
Il punto non è che questi signori abbiano fallito — fallire, in politica, è normale e persino rispettabile, purché si fallisca combattendo. Il punto è che nessuno di loro ha mai davvero combattuto fino in fondo: si sono ritirati con una lettera, dissolti con un comunicato, o hanno dovuto federarsi in fretta con l’ultimo arrivato per non sparire ancora prima di essere nati. Ed è un dettaglio che dice qualcosa sulla natura di questo fantomatico “centro” che i sondaggisti continuano a evocare come un continente sommerso pronto a riemergere: al momento in cui scrivo se ne contano trentatré sigle diverse, tutte a caccia degli stessi otto milioni di elettori centristi, nessuna sopra il 3,5 per cento — e mentre scrivo se ne aggiunge già un altro: Ernesto Maria Ruffini, due volte direttore dell’Agenzia delle Entrate, che il 10 ottobre lancerà “Più Uno” invocando, manco a dirlo, “un nuovo Ulivo”. Sono già fantasmi anche loro, solo che non lo sanno ancora.
Forse la verità più scomoda è che il centro evocato ogni volta non esiste come blocco sociale coeso in attesa di un leader: esiste come somma statistica di scontenti che si ricompone diversamente ogni volta e che nessuna sigla riesce a fissare, perché nel momento in cui prova a darsi un programma quella somma si scioglie nelle sue componenti originarie. Il fantasma, in fondo, è la forma più onesta che può assumere: appare, promette, sparisce prima di dover rispondere a una domanda scomoda. Come tutti i fantasmi, non chiede di essere sconfitto. Chiede solo, gentilmente, di essere dimenticato.
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