Memoria e Futuro
L’assedio informativo
A volte la mattina mi sveglio con un motivetto in testa, sempre diverso. Stamattina è toccato ad un brano degli U2 “Stuck in a moment that you can’t get out“. La canzone, se non ricordo male del 2000, descriveva l’ossessione per un attimo, l’incapacità di superare un momento che continua a ripetersi nella mente come un disco graffiato. Ma negli ultimi giorni, leggendo i titoli dei giornali o seguendo le notizie sui canali generalisti o quelli all news, ho la sensazione che questa non sia più una metafora psicologica bensì una descrizione letterale dello stato dell’informazione contemporanea. Siamo bloccati in un momento dal quale non riusciamo a scappare, dentro cicli di notizie che si ripetono con la regolarità di un metronomo, con protagonisti che dicono le stesse cose in variazioni stilistiche leggermente diverse, incapaci di generare il minimo movimento reale.
Prendete la questione dello Stretto di Hormuz di questi giorni. Il cessate il fuoco annunciato con grande pompa a inizio aprile tra gli Stati Uniti e l’Iran sembrerebbe un capitolo concluso, ma eccoli di nuovo: il 4 maggio i media si affannano a riportare i presunti missili iraniani contro le navi americane (poi smentiti), il 5 maggio spuntano gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere degli Emirati, il ministro degli Esteri iraniano ripete per l’ennesima volta che non esiste soluzione militare a una crisi politica, gli americani si congratulano del controllo dello stretto e annunciano il Progetto Freedom, il petrolio sale del 4,39 per cento, e siamo di nuovo al punto di partenza. Le stesse parole, gli stessi attori, gli stessi scenari geopolitici. Non è una cronaca di guerra: è una serie televisiva cancellata che continua a ripetersi come un binge-watching involontario. È come se tutti stessero recitando una commedia dell’arte dove i copioni sono stati dimenticati e si improvvisa il testo di due mesi fa con qualche interruzione pubblicitaria (gli appelli all’Onu, le chiamate diplomatiche del Pakistan).
Questo schema di immobilità si ripete puntualmente in Italia, dove siamo parimente incatenati a cicli ricorrenti e incapaci di progredire. La vita politica assomiglia sempre più a una ruota che gira su sé stessa: il referendum sulla giustizia è stato commentato fino all’ossessione, magistrati e politici si sono lanciati gli stessi strali di sempre, Meloni sembrava esserne uscita ammaccata ma ora ridono a il flusso delle notizie come se nulla fosse. I governi annunciano cambiamenti strutturali che rimangono sulla carta, i media seguono il copione della “crisi che non è crisi” o della “riforma che non riforma”, il pubblico capovolge le aspettative nei (presunti) sondaggi dove gli spostamenti millimetrici vengono commentato come svolte epocali e la politica risponde con altre mosse di palazzo che nessuno sa bene come leggere.
E poi c’è la questione delle narrazioni ricorrenti. Trump continua a essere alternativamente il pacificatore che avrebbe potuto risolvere tutto (teoria che si è sentito esprimere da giornalisti italiani di destra fino a marzo inoltrato) e il pericolo geopolitico che ci trascinava nel caos (teoria che gli stessi giornalisti ora sostengono con uguale enfasi). I media italiani, nel frattempo, si affannano a oscillare tra europeismo di comodo e atlantismo strumentale, lanciando ogni giorno il commento che i lettori si aspettano di leggere in base alle loro preferenze politiche già fissate. La base di dati sembrerebbe ristretta a dieci notizie principali che vengono riconfezionate a rotazione: la situazione del Medio Oriente, gli scandali di corruzione (sempre gli stessi, seppure in contesti diversi, dalla politica al calcio ai servizi(etti) segreti), il tema della giustizia, le elezioni in qualche buco dove vivono tre persone e che diventa “l’Ohio italiano”, le dichiarazioni di politici che ripetono le stesse tre frasi a ogni occasione pubblica.
La ripetitività di questi tempi raggiunge il parossismo perché è una ripetitività senza progresso. Non è come la musica, dove la ripetizione di una frase crea un effetto rituale che cattura. È una ripetitività che genera stanchezza e, paradossalmente, cecità. Leggiamo le stesse notizie con tale frequenza che finiamo per non vederle più. Il cessate il fuoco a Hormuz viene annunciato, violato e rinegoziato con tale cadenza che perdono senso le stesse parole: “cessate il fuoco” diventa una parola svuotata come “democrazia”, “resilienza” o “sostenibilità”. Similmente, quando si legge per la ventesima volta di una nuova “iniziativa riformista” sulla sicurezza o sul lavoro del governo italiano, si intuisce prima ancora di finire la frase che la realtà dei prossimi mesi seguirà il canovaccio di sempre.
Siamo dunque in uno stato di semi-coscienza informativa, dove conosciamo tecnicamente i fatti ma non riusciamo a comprenderne la traiettoria perché la traiettoria è circolare. Come un passeggero bloccato in un aeroporto che legge continuamente lo stesso giornale del giorno prima, sperando che il testo sia cambiato per magia nel frattempo. Le notizie continuano a susseguirsi perché gli editori sanno che il flusso di novità mantiene l’attenzione, ma le novità sono plastiche, variazioni su temi fissi. E così rimaniamo “stuck in a moment we can’t get out of”, mentre il mondo gira e la storia procede inesorabile sotto una coltre di titoli che sembrano nuovi ma profumano, sempre, di stantio.
T.S. Eliot scriveva che aprile è il più crudele dei mesi. Aveva ragione, ma forse non immaginava cosa sarebbe diventato maggio in anni come quelli attuali. Se aprile è crudele per le promesse che fa e le false speranze che coltiva, maggio è ancora più spietato perché è il mese dove allunghi la testa fuori dalla trincea credendo di scorgere la fine della stagione lavorativa, il solstizio verso l’estate, il momento in cui respiri un po’ e pensi che il peggio sia passato. Ma rimani bloccato, appunto, nel momento dal quale, sembra, non riuscirai a uscire.
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