Memoria e Futuro

L’austerity elettorale

di Marco Di Salvo 30 Giugno 2026

C’è una vicenda carsica della politica europea che riaffiora ogni volta che qualcuno tira fuori, di nuovo, il dossier dei finanziamenti russi. Risale al 2016, quando l’intelligence americana cominciò a tracciare un decennio di bonifici verso partiti nazionalisti e antieuropei; riemerse nel 2022, con la cifra dei trecento milioni di dollari distribuiti in oltre venti paesi (con qualche propaggine italiana della vicenda mai del tutto correttamente indagata); torna puntuale ogni vigilia elettorale, come una febbre che si abbassa e si rialza ma non guarisce mai del tutto. Nell’elenco compaiono, a fasi alterne, il Rassemblement National di Marine Le Pen, l’austriaco Strache colto a trattare appalti con un’emissaria di Mosca poi rivelatasi una controfigura, l’Ukip (ora Reform Uk) dei tempi della Brexit, Jobbik in Ungheria, Alba Dorata in Grecia. E naturalmente l’Italia, dove il sospetto ha accompagnato per anni la Lega di Salvini, complice il caso Metropol con il suo carico di gasolio mai venduto e di trattative mai concluse, mentre più di recente l’ombra si è spostata su Roberto Vannacci, generale prestato alla politica con un passato da addetto militare a Mosca e una collezione di rassicurazioni su Putin che, vere o false che siano le accuse di finanziamento dirette, restano nei verbali della cronaca. Per non parlare dei tanti “intellettuali più o meno filorussi che occupano costantemente le cronache coi loro sproloqui sulla “libertà d’opinione”.

Il punto, però, non è tanto stabilire chi abbia incassato un bonifico e chi no: il denaro russo arriva spesso per vie lecite, alla luce del sole, e la categoria del “finanziamento occulto” finisce per essere meno utile della categoria più larga di “convenienza ideologica”. Mosca non ha bisogno di pagare un partito per ottenerne la simpatia, quando quel partito condivide già l’insofferenza verso Bruxelles, l’idea che la guerra in Ucraina sia un problema americano travestito da causa europea. Il finanziamento, quando c’è, è la ciliegina su una torta già cotta, e infatti le rivelazioni non hanno mai prodotto un vero tracollo elettorale: Le Pen è arrivata due volte al ballottaggio dopo lo scandalo, Strache ha ripreso quota in pochi anni.

Quello che però sta cambiando, in queste settimane, non è la geografia politica del sospetto ma la condizione del presunto sponsor, e qui le notizie più fresche raccontano un paradosso clamoroso. La Russia, uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo, è arrivata a fine giugno a una crisi di carburante che lo stesso Putin ha dovuto ammettere pubblicamente: code ai distributori, razionamenti fino a venti litri per veicolo in oltre cinquanta regioni, riserve di benzina crollate a 1,7 milioni di tonnellate, ipotesi di blocco totale dell’export di gasolio. In Crimea le vendite al pubblico sono state sospese, il carburante si distribuisce con codici QR. Il motivo non è la mancanza di greggio, che continua a sgorgare abbondante, ma la sistematica distruzione delle raffinerie a opera dei droni ucraini: il petrolio resta, il diesel no, perché serve un impianto che lo lavori e quegli impianti bruciano uno dopo l’altro. Mosca, paradosso nel paradosso, ha dovuto chiedere benzina al Kazakistan e riacquistare dall’India i carburanti raffinati ottenuti dal proprio stesso greggio venduto a sconto. È un’umiliazione economica che vale più di qualunque bollettino militare, e si somma a un quadro di finanza pubblica già compromesso: quasi il quaranta per cento del bilancio federale destinato a difesa, il primo trimestre del 2026 in contrazione, un fondo sovrano ridotto a una frazione del suo valore prebellico.

Sul fronte più squisitamente militare e nel silenzio dei media italiani che spesso alzano il volume delle loro cronache in occasione degli attacchi russi ma li abbassano quando la Russia subisce debacle militari, la guerra continua a divorare la generazione più giovane in Ucraina, e qui le cronache restituiscono un dato che pesa più di ogni statistica macroeconomica: i soldati mandati in missioni di infiltrazione sulle linee più esposte hanno un’aspettativa di vita stimata in poche settimane, mentre l’età media dell’esercito, complice l’esaurimento delle classi più giovani e l’ampia evasione della mobilitazione, è salita oltre i quarant’anni.

In questo quadro, l’ipotesi di una riconquista della Crimea entro l’estate, che pure ricorre ciclicamente nelle dichiarazioni di qualche generale, resta più desiderio che previsione. Le analisi più aggiornate, comprese quelle pubblicate negli ultimi giorni, confermano che la penisola resta un obiettivo politico più che militare: Kiev punta a isolarla, colpendo ponti, depositi e infrastrutture di collegamento, non a riconquistarla con un’offensiva di terra che richiederebbe mezzi corazzati e supremazia aerea che l’Ucraina semplicemente non possiede.

Cosa significhi tutto questo per le prossime tornate elettorali europee, da quella italiana in poi, resta materia di ipotesi più che di certezza. Ma un’ipotesi ragionevole è che il Cremlino, stretto tra il costo della guerra e la fatica di tenere in piedi persino le proprie pompe di benzina, avrà sempre meno risorse da destinare alla diplomazia parallela degli aiuti sottobanco. Toglierà comunque benzina, è il caso di dirlo, a quella rete di sostegno mediatico che il Parlamento europeo continua a denunciare in ogni risoluzione. L’Italia, che si appresta a misurarsi nel 2027 con le elezioni politiche e nel frattempo con la frammentazione a destra tra Lega, Fratelli d’Italia e il nuovo soggetto di Vannacci, osserverà questa dinamica da vicino: non perché qualcuno smetterà di essere filorusso per convinzione, ma perché l’amico ricco di un tempo comincia, semplicemente, ad avere di meno da regalare, e perfino di meno da mettere nel proprio serbatoio.

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