Memoria e Futuro
Le frasche e il tronco
Gli oppositori interni, nei partiti italiani, sono una specie di fatto estinta. Restano le fronde, e la parola dice già tutto: la fronda è il ramo con le foglie, quello che ondeggia al vento senza spostare di un dito il tronco. Ci si agita parecchio, si fa rumore, ma ci si guarda bene dal cambiare la staticità del tronco.
Il Pci aveva una formula che oggi fa sorridere, il centralismo democratico. Si discuteva (più o meno) liberamente finché la decisione non era presa, poi tutti obbedivano. Era una regola dura, e a volte ingiusta, ma aveva una logica. Il dissenso si esprimeva faccia a faccia, nella sede dove contava, e Ingrao poteva scontrarsi con Amendola davanti al partito intero. Oggi vige il centralismo democratico rovesciato. Nelle assise si tace, si acclama, si vota all’unanimità. Fuori, nei corridoi e sui giornali, si dissente a mezza voce, con la velina, il retroscena, la frase fatta uscire senza dichiarante.
Prendete la Lega. Salvini annuncia da Pontida un congresso straordinario, e chi lo difende ripete sempre lo stesso argomento: al congresso nessuno scettico ha mai aperto bocca. Ha ragione, ed è proprio questo il guaio. Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato e segretario lombardo, lo definisce un trappolone e invita Salvini a farselo da solo. Subito dopo precisa che nessuno gli ha mai chiesto di farsi da parte, ed esclude di candidarsi contro di lui. Storia vecchia nella Lega, anche ai tempi di Bossi erano più gli espulsi che i fuoriusciti per dissenso politico. Figurarsi gli oppositori al Senatùr. Appena caduto però, tutti a lanciarsi sulla segreteria. Ma torniamo all’oggi e a Romeo.Del suo (certamente imperdibile) libro, Fare la Lega, pare che Zaia e Fedriga non sapessero nulla prima dell’uscita. I dissidenti, insomma, non si parlano nemmeno tra loro. I conti dei beninformati danno novanta a dieci per il segretario, mentre il partito scivola nei sondaggi sotto il cinque per cento. Si può essere più ribelli di così senza ribellarsi?
Passiamo a Forza Italia. Roberto Occhiuto presenta a Roma il suo libro, Il coraggio di governare, e dichiara di essere il vice di Tajani, non l’anti-Tajani. Nella stessa frase trova modo di dire che il partito è ingiallito, che serve modernità, che la comunicazione del segretario andrebbe rivista. Tajani non c’è, è a Bruxelles, assenza giustificata, e risponde a distanza con le tessere e i congressi, minacciando chi mette zizzania sui giornali. Si rimprovera ai dissidenti di parlare alla stampa proprio mentre nessuno, nelle sedi di partito, ha ancora chiesto di contarsi. Intanto nelle chat dei parlamentari si litiga sulla fuga verso Vannacci, con tanto di sospetti sulle spie interne. Il libro fa da manifesto, la chat da camera di consiglio.
Quanto al Pd, a Prato i riformisti si sono dati appuntamento con Guerini, Delrio e Gori, e hanno fissato le linee rosse. Primarie a doppio turno, niente voto online, l’Ucraina non negoziabile. Delrio ha ricordato che uscire dal partito non è una parola riformista, e meno male, perché nessuno ha intenzione di pronunciarla. Per ammissione della stessa minoranza, il loro candidato servirebbe ad arrivare terzi, e si sorvola allegramente che lo statuto del partito preveda come candidata la sola Schlein. Bonaccini, con la sua corrente, si è già accomodato in maggioranza. Domani la direzione dovrebbe avviare la proroga del mandato della segretaria. I riformisti si dichiarano leali, chiedono un po’ di libertà, e nel frattempo si candidano a perdere, per pesarsi in vista delle liste. Una gara in cui si corre per sapere quanti posti si avranno, non per vincere. Qui manca il libro, almeno degli interni. Perché c’è già chi si prepara a massaggiarsi le tempie con il sicuro bestseller di Silvia Salis, “È già domani” (un titolo che è tutto un programma. L’editore lo chiama memoir e tutti gli altri lo chiamano manifesto. Esce il 13 ottobre, il giorno dopo c’è la presentazione, la domenica successiva Fazio, e un’agenzia di comunicazione ci lavora da settimane. Lei ripete che prima deve fare la sindaca e che alle primarie non va, mentre i sondaggi le danno tra il diciassette e il venti per cento. Una smentita con tour, anticipazioni e prima serata non si era mai vista.
Perché accade tutto questo? Un tempo si seguiva il capo per un’idea, per una disciplina di partito, per una fede condivisa. Oggi non c’è alcun motivo per seguirlo se non la convenienza, e nessun motivo per lasciarlo se non il timore di sparire. Uscire dal partito significa uscire dalle liste, e fuori dalle liste si è cittadini come gli altri, con il vantaggio di farsi pagare il caffè dai nostalgici. Bersani lo sa, e con lui chi uscì dal Pd per fondare Articolo 1 e ora non ricorda più il nome. I dissidenti restano dove sono, a far frusciare le foglie. I capi, dal canto loro, hanno smesso di pretendere obbedienza e si accontentano del silenzio nelle sedi competenti. Il tronco ringrazia, e aspetta con pazienza. Siamo in ottobre, la stagione in cui le foglie cadono da sole, senza che nessuno si disturbi a tagliarle.
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