Memoria e Futuro
Il favore
Per vedere l’aria che tira nel nostro paese non serve stare a casa a guardare l’omonimo programma televisivo della tarda mattinata su la7. Basta osservare la fila a una pompa di benzina, in questi giorni, e scrutare intorno. La faccia di chi risparmia (in media) otto euro a settimana è tra le più tristi d’Italia. Si guarda intorno quasi con imbarazzo, non sorride, non ringrazia, e fa bene: sa di essere il destinatario di un favore deciso altrove, per ragioni che non lo riguardano.
Il tetto è di un euro e novantanove alla benzina e due e diciannove al gasolio, per trenta giorni. Circa diciassette centesimi in meno, e nelle stazioni dell’Eni ci si è precipitati come fanno certi al banco del pesce a fine mercato (a cercare di strappare prezzi migliori o avanzi da portare a casa a gratis), fino a lasciare a secco qualche distributore. Questo accade anche per ammortizzare quanto accade negli stessi giorni, con lo Stato che ha dimezzato lo sconto sulle accise del gasolio. Con una mano si toglie, con l’altra la compagnia pubblica restituisce, e chi sta in coda si convince di averci guadagnato qualcosa.
Sulle facce stanche di chi sta in fila si legge un altro calcolo preciso: quanti minuti di attesa valgono otto euro. Poi l’Ip ha seguito con gli stessi numeri, uguali al centesimo, e la Q8 ha accolto l’invito del governo. Tre marchi, quasi metà della rete. Colpisce la facilità. Bastava chiedere subito a poche persone, e il prezzo scendeva. Senza perdere tempo in decreti a scadenza e calcoli astrusi. Chi ha visto i prezzi calare di tutta corsa in questi giorni per cortesia tra le istituzioni politiche ed economiche almeno dovrebbe aver imparato dove veniva deciso. E chi tira davvero le fila della politica economica.
Al supermercato la scena cambia poco. Sono le facce di chi legge il volantino degli sconti come un bollettino di guerra, di chi confronta la confezione grande con la piccola, di chi fa i conti a mente muovendo le labbra, di chi rimette sullo scaffale la cosa buona e prende quella che c’è a prezzo ridotto a dominare la scena, e non sono solo facce anziane. Certo, ci sono catene che fanno lo sconto ai pensionati in certi giorni della settimana, e i pensionati si presentano in quei giorni, con la borsa a rotelle e la dignità nascosta sotto il cappotto. Ma ormai vedi persone in piena attività lavorativa a caccia del prezzo più conveniente. E l’umiliazione non finisce lì. Alla cassa, in alcuni punti vendita, cominciano anche a chiedere di porre le buste vuote sopra la spesa sul nastro trasportatore della cassa, per essere certi che nessuno si sia intascato qualcosa. Per la legge serve il consenso del cliente, che potrebbe rifiutare. Ma rifiutare, con la gente in fila dietro, è un lusso. Così si apre la busta, si sorride, e si fa, vergognandosi ma solo un poco appena (parafrasando il noto cantautore da poco scomparso), la faccia di chi non ha niente da nascondere, che è la faccia più stanca di tutte.
Intanto è arrivato pure l’annuncio della bolletta. Per i clienti tutelati la luce sale del trentasette per cento in tre mesi, e il gas all’ingrosso costa quasi il doppio di un anno fa. Lo stesso giorno l’Eni annuncia, con la società che vende luce e gas alle famiglie, il trenta per cento di sconto e il prezzo bloccato per due anni, a patto di firmare entro il 24 ottobre. L’Enel risponde che un’offerta più bassa ce l’ha da aprile, l’A2A che ne ha una che dura dieci anni. Sembra un’asta, dove i concorrenti si contendono chi ha il contatore acceso e teme l’inverno.
Che vendano sotto costo, da fuori non si può dire, perché i conti non si vedono. Si vede chi può permettersi di regalare un pezzo di gas, cioè chi il gas in parte lo produce, e chi invece lo compra all’ingrosso e in una gara così fa fatica. Lo sconto è vero, ma è il prezzo di un vincolo: due anni con lo stesso fornitore, alle condizioni di chi ha vinto. Si esce da una fila e ci si iscrive a un’altra.
Ma, parliamoci chiaro, sconti così servono a chi vende più che a chi compra. Servono a tenere in moto il consumo, a impedire che la gente smetta di mettere la mano al portafoglio proprio quando la mano trema il portafoglio è sempre più vuoto. Si sostiene la spesa e si lascia al suo destino chi la fa. Un mese di respiro, poi si vedrà, e intanto il mercato viene tenuto in vita, con la respirazione artificiale, da chi ne tiene le fila.
Basta allontanarsi cento metri dalle file per vedere ciò che gli sconti non tengono in vita e che disegnano lo scenario circostante. In tredici anni, nelle nostre città, sono spariti centocinquantaseimila negozi, più di uno su quattro, e il ritmo accelera. Solo per fare un esempio degli ultimi mesi a Napoli, più precisamente al Vomero, hanno chiuso due librerie storiche, e in città e nei dintorni le serrande calate nei primi sei mesi dell’anno sono più di duemila. Stesso sorte girando per altre grandi città dove non mancano sui quotidiani locali le storie di botteghe antiche di cui proprietari decidono di staccare la spina. Non sono le vicende degli ultimi mesi a provocare la fine. Le hanno chiuse anni di affitti e di spese crescenti in maniera esponenziale, di commercio online, di abitudini cambiate. Ma i due paesaggi stanno sotto lo stesso cielo e vanno guardati insieme. Da una parte si spende per tenere in vita i consumi, dall’altra non si spende per tenere in vita i luoghi. E quindi ci si rifugia dentro le grandi catene.
Restringendosi i posti dove si compra, si restringe il numero di chi decide. I primi sette gruppi della grande distribuzione hanno in mano il settanta per cento del loro mercato. Amazon vende più di sei libri su dieci tra quelli comprati, e i grandi gruppi editoriali possiedono le catene di librerie dove i piccoli editori chiedono ospitalità accettando spesso condizioni capestro o la quasi certa invisibilità dei propri volumi. Quasi undici milioni e mezzo di italiani vivono in comuni dove la banca non c’è o è una sola. Un monopolio sarebbe più facile da riconoscere e da combattere. Questi sono incastri di pochi, che si somigliano, si guardano e, quando serve, rispondono all’appello facendo pure la faccia da benefattori. Chi deve comprare torna sempre negli stessi posti, e chi gestisce i posti gestisce i prezzi. Se poi il prezzo cala, ringrazi ossequioso.
La sorpresa vera arriverà fra trenta giorni, quando il tetto scadrà e i prezzi torneranno dove stavano. No, non ci sarà nessuna rivolta. Ci saranno le stesse facce, un po’ più allenate, perché in coda si impara anche questo: a chiamare favore la riduzione di un prezzo che altri avevano alzato, e a ringraziare sottovoce.
Devi fare login per commentare
Accedi