Memoria e Futuro
Il silenzio del deserto
Ogni volta arriva qualcuno a dirci che stavolta è diverso. Un uomo nuovo, un partito nuovo, una faccia che non abbiamo ancora imparato a detestare. Lo presentano come l’argine, quello che riporterà la gente alle urne. E ogni volta la gente non torna.
L’ultimo è Vannacci, al debutto con Futuro Nazionale a Reggio Calabria-Locri. Il suo candidato, Giannetta, era stato capogruppo di Forza Italia in Regione: nuovo, ma per modo di dire. Ha preso poco meno dell’undici per cento e Vannacci ha annunciato di essere “appena decollato”. Ha votato poco più di uno su cinque, il 22,34, contro il 49 delle politiche del 2022 nello stesso collegio. La prima sera era al 14,97, e a Platì al 2,34. Si dirà che le suppletive sono deserte per natura. È vero. Dal 2018 ci va in media un elettore su tre. A Napoli, nel febbraio 2020, uno su dieci: il 9,52. A Terni il 14,51, a Cagliari il 15,54. A Monza, per il seggio di Berlusconi, il 19,23, dove alle politiche ne aveva votati il 71. A Siena, per Enrico Letta, il 35,6: il segretario del Pd non bastò a riempirla. Ma è proprio questo il punto: ci vanno quelli che ci vanno sempre.
E chi vince festeggia lo stesso. Roscioli è stato eletto con il 51 per cento dei votanti, poco più di un elettore su nove, e Meloni ha rivendicato la sconfitta del “campo larghissimo”. Non è una novità. A Roma centro, nel gennaio 2022, andarono alle urne in ventunmila su centottantacinquemila, l’11,3 per cento, e il presidente di Italia Viva parlò di un risultato straordinario.
Ed è qui che la politica ha trovato la sua comfort zone (come dicono quelli che abusano di frasi fatte). Se il numero dei votanti si restringe, conviene parlare solo di percentuali. L’astensione diventa un fenomeno atmosferico, come la pioggia. La si commenta la sera dei risultati, con qualche cifra e un sospiro, poi si passa alla conta dei seggi. Nessuno ha un interesse urgente ad andare a cercare chi non c’è, perché chi non c’è non protesta, non organizza, non minaccia di votare per gli altri. Un deputato eletto da una minoranza della minoranza siede in aula con lo stesso voto di tutti, e a nessuno pare strano. Nessuno pare volersi accorgere del cambiamento climatico in ambito politico.
Non è cosa di oggi. Se si guarda indietro il paesaggio non cambia. Renzi portò il Pd oltre il quaranta alle europee del 2014, e in quell’anno votò meno gente di cinque anni prima: circa otto punti in meno. Salvini nel 2019 fece della Lega il primo partito con il 34 per cento, e l’affluenza scese ancora, dal 57 al 56. Poi il 2024: per la prima volta meno della metà, 49,69, contro l’85,65 delle prime europee, nel 1979. Nessuno dei nuovi, dei vecchi o dei rinnovati ha fermato la discesa. Nemmeno Grillo, che nel 2013 sembrò aver riaperto la porta: dal 25 al 32 per cento in cinque anni, mentre l’affluenza alle politiche calava dal 75 al 73, per poi precipitare al 63,91 nel 2022.
Non è la torta che cambia di mano. È la tavola che si svuota. Chi resta si contende le briciole e chiama vittoria il proprio pezzetto. Gli altri non litigano, non scelgono nemmeno di non scegliere. Semplicemente non ci sono più, e nessuno li nomina.
Hanno smesso di crederci, o di sperarci, o di pensare che il voto sposti qualcosa nella loro vita. Non sappiamo quale delle tre. Sappiamo che una democrazia si può svuotare come una casa: prima le stanze, poi i discorsi, infine nessuno bussa più. E non sarà una modifica, l’ennesima, alla legge elettorale a cambiare il trend. E neanche un ennesimo post sguaiato del “nuovo di turno”.
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