Memoria e Futuro
Il posto fisso
La settimana scorsa Antonio Polito, con la brillantezza che lo contraddistingue, ha lanciato l’idea di un “Grey Pride” per chi ha superato i settant’anni, prendendo spunto da uno studio tedesco secondo cui, alle ultime elezioni locali tedesche, due terzi degli ultrasettantenni hanno votato Cdu o Spd, mentre l’Afd sfonda soprattutto tra chi è ancora in età lavorativa. Da qui la tesi che i vecchi sarebbero l’ultimo argine alla deriva populista, garanti di quella triade — esperienza, competenza, stabilità — che il resto del mondo avrebbe smarrito. A pensarci bene, sono le stesse tre parole con cui, in Italia, si giustifica da decenni chiunque non lasci la propria poltrona: in televisione, in politica, in una federazione sportiva. Mi permetto di dissentire, non tanto sui numeri quanto sul vocabolario. Quella degli anziani tedeschi assomiglia più alla difesa nostalgica e conservatrice delle condizioni materiali in cui hanno vissuto, e che si sono conquistati, che a un gesto disinteressato verso un mondo migliore. Succede anche da noi, dove certi partiti raccolgono i voti dei garantiti, di chi un posto e una pensione se li è già assicurati, più per interesse che per fede. Il vero problema italiano è la difficoltà cronica a spostare chi si è seduto trenta-quarant’anni fa e da quella sedia continua tuttora a decidere chi altro potrà sedersi.
Ai ventenni e ai trentenni di questo paese si continua a promettere, come massimo traguardo esistenziale, il posto fisso: un contratto che non scada, uno stipendio puntuale, la certezza di restare dove si è. Quasi nessuno di loro lo otterrà mai. Chi invece un vero posto fisso ce l’ha, da decenni, senza soluzione di continuità, semplicemente traslocandolo ogni tanto da un ente all’altro, sono i loro nonni. Vale per la televisione, che manda in pensione un conduttore solo per richiamarlo dodici mesi dopo su un’altra rete, con lo stesso pubblico invecchiato insieme a lui. Vale per la politica, con carriere lunghe quattro o cinque legislature che si concludono, quando si concludono, con la nomina a presidente di qualcosa. Ma se si cerca un caso di scuola, completo di date e percentuali che nessuno sceneggiatore oserebbe inventare, lo sport italiano ne sta offrendo uno da manuale. Ricordiamolo insieme
Giovanni Malagò ha sessantasette anni ed è stato eletto presidente della Federcalcio lo scorso 22 giugno con il 68,58 per cento dei voti, succedendo a Gabriele Gravina, settantadue anni, dimessosi dopo l’ennesima mancata qualificazione dell’Italia a un Mondiale. Il giorno in cui ha depositato la candidatura, il 13 maggio, Malagò non risultava tesserato alla Federazione, né come dirigente federale né come dirigente di una delle oltre sessantatremila società affiliate, condizione che lo statuto federale richiederebbe invece come requisito di eleggibilità. La questione, sollevata da un ricorso, riguarda l’avvocato ed ex centrocampista Renato Miele ed è arrivata sul tavolo della giunta del Coni, che dovrà decidere se convalidare l’elezione oppure aprire la strada a un commissariamento della federazione.
C’è qualcosa del Marchese del Grillo in questa storia: il sistema, quello della Roma papalina di allora e quello del calcio italiano di oggi, non lo respinge ma lo protegge e lo coccola, perché il marchese viveva dentro i vizi della sua epoca più di chiunque altro, con la sola differenza di non vergognarsene, mentre tutti gli altri fingevano di essere migliori di quello che erano. Malagò si candida senza preoccuparsi di essere in regola, ed è proprio questa la sua sincerità involontaria, perché fa alla luce del sole quello che nel calcio italiano si è sempre fatto nell’ombra.
A contendergli la poltrona c’era, non a caso, un altro habitué della categoria e pure più anziano di lui: Giancarlo Abete, settantasei anni, già presidente federale dal 2007 al 2014, tornato con l’ennesima candidatura e capace di sollevare, con involontaria ironia, il problema opposto — la presunta ineleggibilità di Malagò per il mancato rispetto di un periodo di raffreddamento, la norma che imporrebbe un intervallo tra la guida di un ente di vigilanza come il Coni e l’assunzione di cariche in un organismo vigilato come la Federcalcio. Due vecchie glorie che si accusano a vicenda di scavalcare le regole pensate per impedire l’eternizzarsi di chi è come loro.
La settimana scorsa, prima di Italia-Belgio, Malagò ha incassato la fiducia delle componenti del consiglio federale, mentre il nuovo presidente del Coni, Luciano Buonfiglio — settantacinque anni, per cinque anni suo vicepresidente e poi lanciato personalmente da lui come successore alla guida del Coni nel giugno del 2025 — si è riservato di stabilire i tempi della convocazione della giunta chiamata a giudicare proprio il suo ex capo. Il ministro dello sport, Andrea Abodi — sessantasei anni, a sua volta ex presidente della Lega Serie B e nel 2017 candidato sconfitto alla presidenza della Federcalcio proprio da Carlo Tavecchio — ha ricordato che a contare devono essere le regole e non le persone, ennesima formula sacrosanta quanto le altre, pronunciata in uno stadio dove tutti sapevano già come sarebbe finita la serata.
Il vero Grey Pride all’italiana ha già il suo vocabolario pronto da tempo: esperienza, competenza, stabilità, le regole prima delle persone. Ma solo a parole. Non ha bisogno di cortei, né di appelli sui social. Si candida senza essere in regola, incassa la fiducia dal consiglio appena eletto grazie al proprio voto, viene giudicato dal proprio ex vice davanti a un ministro che in quella stessa poltrona ci aveva già provato e aveva perso, e resta comunque al proprio posto qualunque cosa deciderà la giunta. A Polito, che invocava per i suoi coetanei un fronte capace di tenere come si tenne un tempo, ricordando antiche glorie romane e assedi del secolo scorso, si può rispondere che non serviva scomodare né la storia né la sociologia elettorale tedesca. Gli. Sarebbe bastato aspettare la prossima assemblea federale del Coni, dove loro, i Grey priders saranno di nuovo a decidere dei destini degli altri.
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