Memoria e Futuro

L’era della dupe politics

di Marco Di Salvo 23 Giugno 2026

C’è un fenomeno che circola tra i giovani consumatori sudcoreani e che gli osservatori di marketing anglosassoni hanno già battezzato con un termine rivelatore: dupe shopping. Non si tratta di comprare il falso, nel senso classico della borsa contraffatta venduta sotto un tendone. Si tratta di qualcosa di più sottile e, a pensarci bene, di più inquietante: siti e piattaforme pensati appositamente per simulare l’esperienza d’acquisto di un prodotto di lusso — la navigazione, la selezione, persino il carrello — senza che la transazione avvenga davvero. L’utente prova l’emozione, la registra, e poi torna alla sua vita. Il prodotto resta sullo schermo. Il desiderio è stato esercitato come un muscolo, e poi rilassato. Nessun impegno, nessuna conseguenza.

Sarebbe facile archiviare la cosa come una bizzarria dell’economia dell’attenzione asiatica, se non fosse che lo stesso schema si riproduce, con modalità diverse ma con identica logica, nella politica britannica degli ultimi dieci anni. Dal 2016 a oggi il Regno Unito ha consumato sei primi ministri: Cameron, May, Johnson, Truss, Sunak, Starmer. Una media che non trova paragoni tra le democrazie occidentali mature, e che non è spiegabile soltanto con le convulsioni della Brexit o con la crisi del Partito conservatore. C’è qualcosa di più profondo: un elettorato — e prima ancora una classe dirigente — che ha sviluppato nei confronti della leadership politica lo stesso rapporto che i giovani coreani hanno con il carrello virtuale. Si prova, non convince, si abbandona. Il premier successivo è già in vetrina.

L’esempio più clamoroso? Liz Truss ha governato quarantacinque giorni. Quarantacinque giorni sono sufficienti a ricevere un’investitura, nominare un gabinetto, annunciare una manovra economica catastrofica e poi sparire, lasciando il paese nella condizione di chi ha cliccato su “acquista” senza aver letto i termini e condizioni. Non è stata una parentesi: è stata la forma più pura, quasi caricaturale, di una tendenza strutturale. La Gran Bretagna non sceglie più un primo ministro: lo carica nel carrello, lo esamina sotto la luce, e quasi sempre decide di non procedere all’acquisto.

Quello che accomuna questi fenomeni — il dupe shopping di Seoul e la dupe politics di Westminster — è la dissoluzione dell’impegno come categoria esistenziale. Comprare, votare, scegliere: sono tutti atti che implicano una rinuncia, la rinuncia a tutto ciò che non si è scelto. L’economia dell’esperienza — quella che vende emozioni invece di beni — ha insegnato alle nuove generazioni che si può avere la sensazione senza la sostanza. Il mercato ha risposto costruendo piattaforme per simulare l’acquisto. La politica, sempre in ritardo ma sempre imitativa, ha fatto lo stesso: ha costruito leader usa e getta che consentono all’elettorato di provare il brivido del cambiamento senza impegnarsi davvero con nessuna idea.

Anche l’Italia, naturalmente, non è estranea a questa dinamica, sebbene la esprima con il suo peculiare vocabolario. Negli ultimi dieci anni una quota significativa di elettori ha percorso traiettorie che in qualunque altra stagione della Repubblica sarebbero apparse inverosimili: dalla Lega al Partito Democratico, dal Movimento 5 Stelle a Fratelli d’Italia e ora pare dirigersi verso lidi vannacciani, con soste intermedie presso formazioni che nel frattempo si sono dissolte o hanno cambiato nome, simbolo, segretario e ragione sociale. Non si tratta di elettori che hanno cambiato idea su una questione specifica: si tratta di elettori che hanno cambiato sistema di valori, riferimento identitario, collocazione sull’asse destra-sinistra — e poi li hanno cambiati di nuovo. Anche qui, il carrello abbandonato. Anche qui, la prova senza acquisto.

La differenza è che in Italia il fenomeno è più antico e si è sedimentato in una cultura politica che ha sempre convissuto con la volatilità. Ma quello che prima era eccezione — il transito da un campo all’altro — è diventato regola, norma, quasi aspettativa. Il partito non è più un’appartenenza: è un prodotto stagionale, da valutare, eventualmente da provare, e quasi certamente da restituire.

C’è una parola che manca in tutto questo, ed è fedeltà. Non nel senso sentimentale e un po’ reazionario del termine — la fedeltà come virtù tribale, come chiusura identitaria, tematiche molto amate negli ultimi tempi. Ma nel senso più elementare: la disponibilità a stare con una scelta anche quando smette di essere eccitante, a costruire qualcosa che richieda tempo, a rinunciare all’emozione dell’inizio per guadagnare la solidità del percorso. È quella disponibilità che il dupe shopping coreano nega per definizione, che la politica britannica ha smesso di pretendere dai suoi leader, che la volatilità elettorale italiana ha reso sempre più difficile da coltivare.

Il mercato ci ha insegnato che possiamo provare senza comprare. La politica ci ha convinto che possiamo scegliere senza scegliere davvero. Il risultato è un mondo di prove generali permanenti, in cui nessuno recita mai il copione per intero. Prima o poi qualcuno dovrà ricordarsi che le prove generali servono a prepararsi per lo spettacolo vero. Non a sostituirlo.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.