Memoria e Futuro

L’inevitabile

di Marco Di Salvo 21 Luglio 2026

Venticinque anni fa, a Genova, trecentomila persone si misero in mezzo alla storia per provare a deviarne il corso. Dicevano che un altro mondo era possibile: meno diseguaglianze, meno guerra, meno saccheggio del pianeta. Furono manganellate, torturate, derise e raccontate come criminali dai giornali che oggi si commuovono per l’anniversario. E avevano ragione su tutto. Non è una excusatio postuma, è un bilancio: dal luglio 2001 non c’è stato un solo capitolo della cronaca politica occidentale che non abbia dato loro ragione un po’ di più. Ogni volta che qualcuno in questi venticinque anni ha annunciato un cambio di rotta, di fatto si è trattato di spostamenti minimali (e spesso inconcludenti) e la strada tracciata resta quella; quello che cambia è solo la nostra soglia di assuefazione, sempre più alta.

Il copione si è ripetuto con una regolarità che dovrebbe insospettire chiunque creda ancora nel progresso come direzione naturale della storia. La crisi finanziaria del 2008, che dieci anni prima sarebbe stata letta come il fallimento definitivo di un modello, è servita solo a socializzare le perdite e privatizzare ancora di più i profitti: le banche salvate, i cittadini spremuti dall’austerità, e nessuna riforma strutturale che meritasse davvero questo nome. La Brexit, presentata dai suoi promotori come sovranità riconquistata, si è rivelata un lento autolesionismo sociale ed economico che nessuno ha avuto il coraggio di ammettere pubblicamente, né chi l’aveva combattuta (che non ha avuto nemmeno il coraggio, una volta andato al potere, di invertirne il percorso ma soltanto provando a frenarla) tantomeno chi l’aveva promossa (che, nonostante il disastro, veleggia tra i primi nei sondaggi politici). Trump, oggi possiamo dirlo con certezza, non è stato un incidente della storia americana ma la sua logica conseguenza, tornato più forte dopo la parentesi Biden, con l’uscita dagli accordi di Parigi ribadita come atto quasi liturgico. E a proposito del clima, il grande rimosso, tranne quando si devono fare titoli angoscianti su temperature e tragedie “naturali”: alla COP30 di Belém, la parola “fossili” è sparita dal testo finale dove nella dichiarazione di Dubai, due anni prima, c’era ancora. Si va indietro anche nel linguaggio, prima ancora che nei fatti.

In Italia il copione ha un suo capitolo autoctono, e si scrive benissimo in queste settimane. Roberto Vannacci, generale in pensione diventato fenomeno politico, ha superato la Lega nei sondaggi a pochi mesi dalla fondazione del suo partito: un movimento nato dalla vendita di un libro (che paradosso, in Italia) e cresciuto sull’insoddisfazione sociale più che sull’identità, ma capace comunque di spostare ulteriormente a destra un baricentro che a destra c’era già. Non è un’anomalia rispetto al trend, ne è la conferma più pulita: ogni ciclo elettorale produce una versione più radicale di se stesso, e la versione precedente, quella che ieri sembrava l’estremo limite del pensabile, diventa oggi il centro moderato da cui si riparte per l’escalation successiva. La Lega di Salvini, che dieci fa pareva incontenibile, oggi arretra perché superata sulla propria destra. È la stessa dinamica che ha portato Meloni a Palazzo Chigi presentandosi come novità e diventando poi piattaforma di lancio per chi la supera da destra.

Quello che unisce Genova, la crisi del 2008, la Brexit, Trump, le COP fallite e Vannacci non è la casualità degli eventi ma la grammatica con cui vengono raccontati. Ogni volta i commentatori — io compreso, va detto senza ipocrisia — spiegano dopo che era prevedibile, che c’erano le avvisaglie, che in fondo lo sapevamo tutti. E però nessuno fa mai qualcosa prima. La categoria dell’inevitabile è comoda perché assolve: se la deriva era scritta, nessuno ne è responsabile, e soprattutto nessuno è tenuto a immaginare un’alternativa. È il modo più elegante per travestire una sconfitta politica da destino cosmico. Ma l’inevitabile non esiste in politica, esiste solo il rapporto di forza tra chi organizza il consenso e chi non riesce più a farlo. Il movimento no global di Genova aveva con sé un’analisi lucida e nessun potere; chi ha preso il potere dopo di loro, da Bush a Trump a Meloni a Vannacci, ha avuto l’analisi molto meno lucida e la determinazione molto più solida. È lì che si è deciso tutto, non nelle stelle.

C’è un rischio, in un pezzo come questo, ed è quello di scambiare la lucidità per rassegnazione, come se descrivere la deriva equivalesse ad accettarla. Non è così. Riconoscere che dal 2001 non c’è stato un solo vero passo avanti, solo variazioni sul tema della regressione, è il contrario della resa: è il primo atto per smettere di raccontarla come un fenomeno atmosferico e cominciare a raccontarla per quello che è, una somma di scelte fatte da persone con nome e cognome, in condizioni che altre persone, con altrettanto nome e cognome, avrebbero potuto rendere diverse. Genova lo aveva capito con venticinque anni di anticipo. Il problema non è che avesse torto. È che, forse, aveva ragione troppo presto perché qualcuno fosse disposto ad ascoltarla. E quella ragione fu zittita a manganellate.

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