Memoria e Futuro

L’Italia e gli italiani

di Marco Di Salvo 16 Luglio 2026

Come ogni anno, tra fine giugno e inizio luglio, i giornali hanno aperto il fascicolo dello stupidario della maturità: il candidato che colloca Napoleone nell’Ottocento sbagliato, quello che attribuisce a Dante un verso di Leopardi, la sintassi sfondata nei temi, il repertorio di ingenuità che intrattiene per una settimana e poi si dimentica fino all’anno dopo. È un genere giornalistico rassicurante (del tipo poca spesa, tanta resa), perché l’ignoranza che racconta è innocua: fa ridere, non impegna nessuno, si esaurisce nell’aneddoto. Quest’anno lo stupidario ha prodotto una voce diversa, e più scomoda, perché non riguarda una data sbagliata ma una frase rivendicata e usata a vuoto, non solo dagli studenti. Due ragazzi di un liceo di Cesena hanno appeso, l’ultimo giorno di scuola, uno striscione con la scritta “l’Italia agli italiani”. Non è uno scivolone da matita rossa: è, semmai, il caso esemplare di una gioventù — non solo quella, va detto — che maneggia le parole della politica come gadget, per il piacere di sfoggiarle, senza avere in tasca il libretto di istruzioni.

Uno dei due che l’ha esposto (dopo aver subito una punizione) ha detto di essersi ispirato a un verso di Carducci, di aver voluto solo esprimere amore per la nazione. Guardate, io gli credo, ed è proprio questo il punto interessante: la frase, nella sua testa, significava una cosa quasi innocente, un afflato patriottico da bandiera al balcone. Il problema è un altro: anche se questo è stato il suo istinto, avrebbe dovuto sapere altro, relativamente a questa frase. Perché “l’Italia agli italiani” non è mai stata, nella storia politica del Novecento (ma neanche adesso), una frase innocente: è un genitivo che assegna un possesso, e ogni volta che è stata pronunciata — dal nazionalismo prefascista alle campagne contro l’immigrazione degli ultimi trent’anni — è servita a definire chi ne restasse fuori. Il ragazzo probabilmente non lo sapeva, o non fino in fondo, e questo non lo rende meno colpevole oltre che sintomo di un malcostume ben diffuso: ha preso in prestito uno slogan dal magazzino della destra contemporanea, l’ha caricato di un significato suo, personale, quasi letterario, e lo ha issato facendo finta di non sapere che portava dietro di sé un secolo di usi diversi dal proprio. Vizio ancora diffuso, non solo in Italia.

Il caso più clamoroso è di questi giorni: Graham Platner, candidato democratico al Senato Usa per il Maine sostenuto da Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, si è ritirato dalla corsa dopo mesi di scandali, tra cui un tatuaggio sul petto — portato per diciotto anni, coperto solo quando è diventato un problema politico — identico al Totenkopf, il teschio con le tibie incrociate simbolo delle SS. Platner ha sostenuto di esserselo fatto tatuare durante il servizio nei Marines senza conoscerne il significato; una sua ex fidanzata ha invece raccontato che lo chiamava, con orgoglio, “il mio Totenkopf”. Tra ignoranza vera e ignoranza recitata, la differenza politica è enorme, ma il risultato sulla pelle è identico.

Più sottile, ed è un caso italiano di vent’anni fa, quello di Gianni Alemanno, che durante la campagna per il Comune di Roma si presentò in tv con una croce celtica al collo, definendola “simbolo religioso” legato al cristianesimo delle origini, e non politico, catenina che continua ad indossare oggi, con meno paura di un tempo. Che la croce celtica sia dagli anni Settanta l’emblema più riconoscibile della destra radicale europea — e che Alemanno venisse dalla militanza missina e avesse sposato la figlia di Pino Rauti — non lo rendeva propriamente un simbolo neutro da esibire con disinvoltura. In entrambi i casi il simbolo non era frainteso: era conosciuto benissimo, e la spiegazione innocente serviva solo a renderlo presentabile in pubblico. Che è, dopotutto, la differenza fra chi non sa cosa sta portando e chi lo sa fin troppo bene e conta sul fatto che gli altri non se ne accorgano.

Ma qui lo stupidario, per essere onesto, deve allargarsi: perché a non saper spiegare fino in fondo l’essenza della frase non è solo il diciottenne. È lo stesso ministro dell’Istruzione che, in Parlamento, l’ha definita “condivisibile” perché “comprende tutti i cittadini del nostro Paese” — una glossa che qualunque storico del linguaggio politico giudicherebbe, con gentilezza, ingenua quanto quella del liceale. Se davvero comprendesse tutti i cittadini, la frase sarebbe ridondante: basterebbe dire “l’Italia agli italiani” per intendere una banalità istituzionale, un truismo da manuale di educazione civica. Ma nessuno la scrive su uno striscione, e nessuno la difende in aula, per affermare una banalità: la si scrive e la si difende perché porta con sé un residuo polemico, un bersaglio implicito, altrimenti non avrebbe ragione di esistere come slogan. Ecco perché è più esatto dire che la frase non ha un’essenza chiara nemmeno per chi la brandisce con più convinzione: è un contenitore che funziona proprio in virtù della sua vaghezza, capace di ospitare tanto l’amor di patria carducciano di un diciottenne quanto l’ostilità anti-immigrazione di un comizio, senza che i due usi si escludano mai apertamente. È l’ambiguità, non la chiarezza, il vero prodotto in vendita.

Questo è lo stupidario che meriterebbe più attenzione dei titoli con la data sbagliata: non l’ignoranza dei fatti, che si corregge con un libro, ma l’uso disinvolto delle parole-slogan — “meritocrazia”, “sostituzione etnica”, “gender”, e ora di nuovo questa — che circolano anche tra i più giovani come suoni familiari sentiti in tv o sui social, ripetuti per marcare un’appartenenza tribale prima ancora che per sostenere un contenuto. Non è colpa dei ragazzi, che ereditano un dibattito pubblico costruito apposta per essere sintetizzato in slogan da quattro parole. È colpa di una politica adulta che ha smesso, da tempo, di spiegare le cose per esteso, perché lo slogan vuoto funziona meglio: si presta a letture opposte, e permette a ciascuno — dal liceale al ministro — di riempirlo con il significato che preferisce, litigando poi su chi lo interpreta correttamente, come se esistesse una lettura corretta di un oggetto costruito apposta per non averne una.

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