Memoria e Futuro

Lo sciopero delle idee

di Marco Di Salvo 16 Aprile 2026

Oggi sono anch’io in sciopero. Ma in sciopero di idee. E il ritardo di questa rubrica a legarsi a questo fatto, che però nel frattempo ha fatto emergere in me una riflessione vista la contemporaneità dello sciopero dei miei colleghi giornalisti: cosa significa fermarsi quando stare fermi significa non raccontare?

Eccoci qui, infatti, con lo sciopero numero tre in pochi mesi. È la terza volta si accende questa piccola bomba silenziosa, questa sospensione del rumore che dovrebbe far sentire qualcosa ai sordi dell’edificio mediatico italiano. Il contratto è scaduto da dieci anni, e sapete come funziona: quando una cosa non cambia per così tanto tempo, smette di essere una negoziazione e diventa la cronaca di una rassegnazione. Non è lo sciopero delle idee che soffro io oggi— quello potrebbe non fermarsi più, quando il cervello fa le bizze da stanchezza accumulata (e per la scarsezza di ispirazione del contesto). È lo sciopero del gesto, della parola messa a servizio del salario, della prosa che riposa perché chi la produce non può più permettersi di lavorare gratis di fatto.

Sulla carta, uno sciopero di giornalisti possiede anche una comicità disperata nella sua contraddizione interna: scioperare per noi significa non comunicare, il che vuol dire che lo sciopero diviene invisibile a chi dovrebbe accorgersi. I telegiornali vanno in onda con palinsesti ridotti, i siti non si aggiornano per ore, i quotidiani perdono un giorno di stampa. È come protestare spegnendo la luce in una stanza dove nessuno guarda. Però — e qui risiede l’ironia vera — quando tutti i giornalisti smettono contemporaneamente, il silenzio diventa assordante. La terza protesta in pochi mesi è segno di una mobilitazione crescente nel settore (sebbene con crescenti distinguo che popolano le poche edicole rimaste dando l’impressione ai passanti che non si scioperi davvero). Questo significa che alla fine il messaggio forse passa, grazie all’astensione dal video dei colleghi della TV, almeno in qualche forma. Ma passa a chi? I “padroni” lo sanno, la “politica” pure ma fa finta di nulla. Chi dovrebbe risolvere il problema? Il ministro brillante (forse perché brillo) del Made in (Vin)Italy? Avete mai sentito un “sobria” dichiarazione di Urso sul tema in questi mesi?

La situazione si sa da tempo. Non abbiamo molto da offrire come leva di pressione. Gli editori lo sanno benissimo. Non possiamo fare scioperi selvaggi come gli operai delle fabbriche, perché il giornalismo non possiede catene di montaggio — sebbene i carichi e i ritmi di lavoro siano aumentati a dismisura, con prestazioni su multipiattaforma e redazioni che sono diventate quasi fantasmi. Possiamo solo smettere di accendere i riflettori. E forse questa è l’arma peggiore dal loro punto di vista: senza di noi, il vuoto mediatico diventa un problema politico immediato. Le agenzie di stampa si fermano, le televisioni pubbliche e private si improvvisano con reperti d’archivio, i social network diventano ancora più paludosi di quanto già non siano. È il vuoto che finalmente spiega il valore di quello che facciamo.

La vera efficacia dello sciopero, credo, non è quella immediata. Non è il giorno in cui la Fieg improvvisamente batte i pugni sul tavolo dicendo «d’accordo, abbiamo capito». È il fatto che fermiamo tutto per la terza volta. Il primo sciopero fu il 28 novembre, poi il 27 marzo, e oggi di nuovo. Ripetere lo sciopero possiede una dignità che la protesta singola non ha. Dice: «Non abbiamo cambiato idea, non vi abbiamo dimenticato, torneremo ancora». Dice che la cosa non è passeggera, ma strutturale.

Quello che più mi affascina dello scioperare come giornalista — al di là della evidente contraddizione di dover comunicare non comunicando — è che noi scioperiamo per quello che già siamo: precari economicamente, ci trucchiamo da dignitosi professionalmente, ma viviamo tempi insostenibili nella pratica. Gli stipendi hanno subito un’erosione del 20% se consideriamo l’inflazione negli ultimi dieci anni. Scioperiamo per una cosa che non ha il sapore della rivolta operaia, ma oramai del diritto elementare a respirare. Non è rivendicazione di potere, ma di decenza. È banale da dire, eppure è clamoroso che sia ancora necessario dirlo.

L’efficacia dello sciopero, alla fine, è questa: ci fa intendere quale sia il prezzo del nostro silenzio. Non è massiccia e non è istantanea, ma è l’unico linguaggio che il capitale degli editori sembra capace di comprendere. Nel vuoto mediatico, l’informazione diventa improvvisamente visibile come servizio che si dà per scontato fino al momento preciso in cui non c’è più. Ameno, si spera sia così.

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