Memoria e Futuro

Mille, almeno

di Marco Di Salvo 5 Agosto 2026

Agosto (per chi scrive) è il mese in cui si recuperano le letture rimaste indietro, e nella mia pila sul tavolino di fianco al divano (accanto ad altre riviste e libri) c’era da tempo una colonna di numeri di “Una Città” che aspettava di essere aperta.

Una colonna più sottile del solito, per la verità: negli ultimi mesi la rivista di Forlì ha faticato a tenere la sua cadenza. Il numero 315 è uscito doppio, dicembre-gennaio; il 318 e il 319 si sono fusi in un solo fascicolo, aprile-maggio; l’ultimo, il 320, copre insieme giugno e luglio, chiuso solo il 23 luglio. Tre numeri doppi in pochi mesi, per una testata che da oltre trent’anni rispetta il mensile con la puntualità di chi non ha alle spalle un editore ma solo se stessa e gli impegni presi coi lettori: è stato, per chi la legge da tempo, un primo, piccolo segnale d’allarme.

“Una Città” nacque nel 1991 da un gruppo di amici che in gioventù avevano militato a sinistra e che si misero a fare interviste non con lo stile paludato da giornalisti di professione, ma da persone comuni, curiose di quel che succede e disposte ad ascoltarlo fino in fondo. Da quella scelta è nato un metodo che resta identico da trentacinque anni: lo spazio, quasi tutto, è dato alla voce di chi viene intervistato, senza sintesi, senza tagli comodi. È una rivista scomoda anche da leggere, per il formato grande e per le pagine fitte di testo, quasi senza immagini a dare respiro. Ma è proprio in questa scomodità che sta il suo valore: costringe a rallentare, a leggere per intero un ragionamento invece che un frammento di polemiche reiterate, come tanti annegato in mille distrazioni. Con Una città allontani da te lo smartphone e riporti la sacralità laica della lettura al posto che le spetta. Quanto diverso rispetto a ciò che ci circonda.

Ed è in questo contesto (delirante e bollente fuori, pacificato sul divano) che ci si trova a leggere l’ultimo numero, con la copertina dedicata agli allarmi missilistici su Kyiv e una intervista doppia che affronta la crisi delle democrazie (in particolare quella americana), l’appello all’Europa di Joschka Fischer, il diritto a morire con dignità, i dilemmi della maternità surrogata, la vecchiaia, le malattie neurodegenerative, la corruzione, la giustizia internazionale. Dentro quelle pagine, quasi di passaggio nell’articolo che fa un po’ da sommario narrato del numero, la redazione ammette di essere letta da soli settecento abbonati. Non è una richiesta di sostegno: è una confessione fatta en passant, senza enfasi, che si somma al segnale già dato dai ritardi delle uscite precedenti. Due allarmi, uno dietro l’altro, che la redazione stessa non ha trasformato in appello.

Lo faccio io, allora. Un abbonamento a “Una Città” costa 40 euro il primo anno, 70 al rinnovo, nove numeri. Vorrei che a chi legge questi miei pezzi venisse voglia di provare a fare, tutti insieme, quello che si faceva una volta con le riviste così: una piccola campagna di sostegno, senza altra pretesa che arrivare almeno a mille abbonati. Non salverebbe solo un giornale. Terrebbe in vita un modo di fare informazione che altrove è già scomparso.

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